L'Italia non è un paese per giovani.
Salì i faraonici scalini di marmo dell'Istituto per la Difesa della Vita "Benedetto Sedicesimo" con soffocante affanno, nonostante il cardiologo gli avesse proibito qualsiasi sforzo. Ma cosa potevano mai importare le prescrizioni di un medico nel momento in cui stava per perdere tutto ciò che gli rimaneva?
L'atrio era deserto. Si sentì l'ultimo passeggero di una nave che colava a picco. Allentò il nodo della cravatta e passò il fazzoletto sotto al mento per raccogliere il sudore.
Superando l'accettazione si rincuorò nel vedere che qualche anima viva invece c'era. Evitò l'ascensore, assediato da ultracentenari impegnati a tossirsi i polmoni fuori dal torace, e preferì imboccare la rampa di scale principale. Raggiunse l'ufficio del professor Ragazzini, al terzo piano del blocco centrale, quando il cuore minacciava di balzargli in gola e soffocarlo. Si concesse un nuovo tremolante passaggio di fazzoletto e, dopo averlo riposto nervosamente nel taschino, bussò.
«Avanti» fece eco la voce del professore.
Aprì codardamente la porta, mentre la smania di sapere cedeva il passo alla paura di fronteggiare una notizia inaffrontabile.
«Cavaliere carissimo» lo accolse il professore. «Cos'è quella faccia da funerale?»
Ragazzini sedeva alla sua titanica scrivania in mogano. Una infermiera dalle forme generose imprigionate in una divisa vertiginosamente insufficiente gli porgeva una cartella clinica.
«È che un'ora fa ho ricevuto un messaggio. Diceva che c'è stato un problema all'incubatrice. Così mi sono precipitato.»
Ragazzini richiuse la cartella e la restituì all'infermiera, congedandola con una pacca sui floridi glutei.
«Vede perché le avevo consigliato di non firmare il protocollo di aggiornamento? Ogni volta che qui la corrente ha una fluttuazione, a lei quasi scoppia il cuore.»
«È solo un po' di tachicardia. Come sta il bambino? Sta bene?»
«Stia certo che non si è accorto di nulla.»
Il cavaliere non trattenne un estatico sorriso.
«Sia ringraziato il cielo. Non so dirle che angoscia ho provato. In quell'incubatrice c'è tutto quello che mi rimane.»
«E noi facciamo quanto è necessario perché si sviluppi sano e forte. Anzi, già che è qui, le andrebbe di visitarlo?»
«Veramente io...» prese a rispondere tormentandosi il polsino, «Lo psicologo dice che non dovrei assecondare il feticismo per il bambino, se non voglio trasformarlo in paranoia.»
«E lei è d'accordo?»
«Al diavolo lo psicologo!» esclamò abbandonando i gemelli d'oro. «Quello ha trentadue anni, è fresco di laurea, che ne sa di cosa prova un settantaquattrenne con l'ultimo figlio incubato?»
«Proprio perché è l'ultimo, a mio avviso non dovrebbe perderne nemmeno un istante.»
«Ha ragione, voglio vederlo!»
Il reparto di staminocentesi neonatale maschile era ospitato allo stesso piano, nel blocco di destra, mentre quello di sinistra era naturalmente destinato al reparto femminile. Vestirono entrambi la tuta antisettica, passarono attraverso le docce di soluzione disinfettante e finalmente entrarono.
Quasi a voler compensare il vuoto del piano terra, il corridoio centrale del terzo piano, sul quale si affacciavano i locali delle incubatrici, brulicava come un alveare in una notte di pioggia. Tutti gli sportelli d'osservazione, salvo pochi fra cui quello del cavaliere, erano occupati da uomini con le mani incollate al vetro appannato. Qualcuno si appoggiava con tutto il corpo, qualcun altro si reggeva ad un bastone. Tutti avevano un'aria prostrata.
«Vede quanti altri sono nella sua identica condizione, cavaliere? Ogni volta che un infermiere stacca una spina per sbaglio, vi precipitate tutti qui a controllare e noi non riusciamo più a lavorare» commentò Ragazzini, scrollando le spalle. «Ma, d'altro canto, voi pagate; e noi abbiamo il dovere di assecondarvi. Ventiquattr'ore al giorno.»
«La sua insofferenza alle visite è perfettamente giustificata dalla giovane età, professore. Ci dia pure dei vecchi bacucchi rincretiniti; fra trent'anni sarà anche lei appiccicato ad uno di quei vetri.»
«Può darsi.»

Si avvicinarono al lucido plexiglass che separava l'incubatrice dal corridoio. Il cavaliere ci appoggiò le mani sopra, sgranando gli occhi in deliquio. Anche lui è uguale a tutti gli altri - pensò Ragazzini - davvero finirò così anch'io? Piuttosto m'ammazzo prima.
Il feto fluttuava nella vasca termosorvegliata, sospeso fra il concepimento e la nascita. Un tubo di plastica era stato raccordato all'ombelico per nutrirlo. Gli occhi cominciavano a delinearsi. Le manine strette a pugno sembravano volersi difendere dal mondo intero.
«Che buffa coincidenza» ridacchiò Ragazzini.
«Che? Cosa?»
«Il suo numero di registro è sessantanove, come la posizione erotica. Data la natura della sua richiesta terapeutica, ci ho scorto una buffa coincidenza.»
«Il suo compito non è scorgere, ma curare!» sibilò stizzito il cavaliere. «A proposito, quando pensa che potremo procedere?»
«Direi che fra tre mesi potremo prelevare le prime cellule e iniziare la modellazione dell'organo.»
«Tre mesi? Io speravo di riavere la piena funzionalità erettile prima della fine dell'estate.»
«Temo che non sarà possibile. Il bambino non è ancora stabile. Dobbiamo selezionare le cellule ed espiantarle con interventi progressivi per evitare di indebolirlo troppo.»
«Ma così mi fotterò per intero le ferie!»
«Ma no, via. Al massimo si farà qualche scopata in meno. Piuttosto guardi quell'uomo col deambulatore. Ha un doppio bypass e deve ricevere un cuore da suo figlio entro due mesi o rischia di lasciarci le penne a soli novantuno anni.»
«Questa cornutissima legge che impedisce di destinare più di un feto alla volta è davvero una diavoleria.»
«Diavoleria dice? Sapeva che è stato il Vaticano a imporre la soglia di un singolo feto?»
«La Santa Sede? Ma se tutte queste cliniche le gestiscono loro? Che gliene viene in tasca a farci soffrire così?»
«Non lo chieda a me; io espianto cellule, non faccio le leggi.»
«Senta, mi stavo chiedendo... Non è che potremmo almeno prelevare una fiala di ormoni? Sa, fra dieci giorni parto per Antigua con la mia nuova compagna di ventotto anni. Un anticipo di vacanza, per conoscerci meglio. Se non posso avere il pene nuovo, vorrei almeno che mi tornassero gli appetiti di un tempo. Giusto per non sembrare un pezzo di ghiaccio.»
«Questo si può fare. Il bambino è abbastanza robusto per un prelievo di fluidi. Ripassi a fine settimana.»
«La ringrazio professore.»
«E di che? Ringrazi suo figlio, piuttosto.»
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...... magister ispiratore?
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