Il processo di revisione di un libro è al tempo stesso affascinante, pericoloso e snervante.
È affascinante perché ti permette di ripercorrere a grande velocità l'intera vicenda narrata, quasi la medesima velocità che impiegheresti a leggerlo. In questo tempo ti rendi conto di molte cose. Prima di tutto hai modo di constatare se la vicenda stia insieme oppure se, con tuo grande dispiacere, risulti essere farraginosa e sfilacciata, oppure inutilmente appesantita o ancora incomprensibile.
Per ciascun personaggio dedichi tempo a limarne le sbavature. Gli togli di bocca parole che non direbbe, gli raddrizzi le frasi perché non sembri un turista straniero, gli togli ricordi che non aveva e gli metti quelli che aveva. Se non fuma gli spegni quella sigaretta e magari gli dai uno scotch, dato che beve. Se non porta i baffi eviti di farglieli arricciare (ma Panetta li porta, per fortuna). Se zoppica non lo fai correre, oppure se ci è costretto lo fai imprecare per quel ginocchio.
Revisionare è pericoloso perché mentre ripercorri la vicenda puoi vedere i buchi che ci hai lasciato. Non parlo ovviamente di buchi strutturali, di deficit insomma, perché vedere quelli non è un pericolo ma una benedizione! Se la storia non fila perché le manca un passaggio chiave, meno male che te ne sei accorto!
No, parlo di buchi potenziali, buchi che se fossero stati colmati avrebbero reso la trama più interessante, più ricca, più articolata. È lì che sta il pericolo perché, quando ormai pensavi di aver terminato la tua fatica, ecco che la voglia di ampliare, di rimettere in gioco il lavoro fatto filtra dal terreno e piano piano ti arriva alla gola. Allora che fai?
Allora respiri e rifletti. Voglio ributtare tutto all'aria? Non se ne parla nemmeno. Ora voglio andare in stampa e basta. E allora? Con tutto quel materiale che hai pensato di aggiungere? Ehi, aspetta un momento! Scriverai un seguito. Mi sembra la soluzione migliore. Andata per il seguito. Ora torniamo a revisionare.
Revisionare è snervante. I capitoli scorrono uno dopo l'altro e così i giorni. Ali di China non è un tomo. Usa una forma breve, concisa, molto cinematografica. Non è complesso revisionarlo. Ma sono pur sempre centottanta pagine, foglio più foglio meno. Ci vuole pazienza e perseveranza. La voglia di tirare via prima o poi emerge. Specie negli ultimi capitoli. Non ce la fai più, considerato che non lo fai di mestiere, non sei uno di quei privilegiati che alle nove del mattino si mettono alla scrivania di casa loro e dicono: dove mi ero interrotto?
No, tu alle nove del mattino ha già affrontato il traffico di Milano, verso il tuo ufficio dove farai tutt'altro. Tu scrivi per passione, alla sera, rubando ore al sonno. Invidi chi scrive di mestiere ma in fondo sai che anche loro hanno cominciato nei ritagli di tempo. Anche loro hanno stretto i denti e ci hanno creduto. Allora fai un bel respiro e riprendi, perché nella vita non si ottiene nulla di valore senza sacrificio e impegno.
Ma alla fine di tutto il processo, la revisione paga. Hai ricollegato alcuni fili sottintesi che era meglio far emergere. Hai reso la forma più scorrevole e leggibile, hai eliminato qualche inutile parolone che solo alla Crusca avrebbero capito (ridendoti pure dietro) e nel complesso è tutto molto più godibile.
Ora posso rilassarmi. Ora sta a voi, se ne avete voglia, di dirmi che ne pensate. Grazie.