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Ali di China

tè nero

La teiera sul fuoco fischiava solo da qualche secondo quando si alzò per spegnere la fiamma. Immerse due cucchiai di tè nero speziato e rimase a fissare il colore caldo che si diffondeva nell'acqua ancora ribollente.

Era sola a casa. Sentiva il bisogno di riordinare i pensieri in tranquillità. Gli sbalzi emotivi degli ultimi giorni l'avevano quasi sopraffatta. Versò il tè in una tazza larga e tornò a sedersi sulla sua poltrona preferita. Il gatto che non attendeva altro le balzò in grembo e per poco non le rovesciò il liquido sulle gambe. Lei prese ad accarezzarlo. La rilassava. Cullata dalle fusa, abbandonò il capo sullo schienale e chiuse gli occhi.

Il ricordo del travaglio del suo compagno durante l'ultima notte riaffiorò. Da quando si conoscevano, ormai quasi un anno, quella era stata la manifestazione più feroce cui avesse assistito. Sia la frequenza che l'intensità crescevano senza limite. Molto presto non sarebbe più riuscita a considerarli casi singoli. Qualcosa le diceva che il suo compagno non sarebbe più stato quello di un tempo. Stava maturando, se così si poteva dire, o almeno maturava ciò che in lui era annidato, e una volta raggiunta la compiutezza, avrebbe sopraffatto l'uomo che amava.

Durante la notte precedente lo aveva vegliato nelle ore più buie. Aveva assistito a una crisi di convulsioni in piena regola: nulla da invidiare a un epilettico. Il corpo continuava ad alternare fasi di relativo rilassamento ad altre di vibrante tonicità. Inarcava la schiena e serrava le mani come se stesse resistendo al dolore. I denti mordevano come se dovessero dilaniare qualcosa, scricchiolando in maniera orripilante. Non era stato facile nemmeno per lei che pure era solo, se così si poteva dire, una spettatrice esterna.

Intonando pazientemente una nenia che sua madre le cantava quando la notte era troppo inquietante, era riuscita a calmarlo. Ma sul viso aveva notato i segni duraturi di un'ombra. Qualcosa che si assopisce, ma che non passa. Qualcosa di residente.

Dopo che si era tranquillizzato, gli si era coricata accanto, infilandogli un braccio sotto al collo, e si era addormentata. I sogni l'avevano accolta impazienti, come chi attenda qualcuno cui si debba raccontare molto e da lungo tempo.

 

Si era ritrovata in un prato in una giornata di primo autunno, l'erba ancora verde striata da un giallo che timidamente avanzava. Una compagnia di bambini giocava in cerchio. Cantavano cantilene e ridevano sguaiatamente, come scimmie. Al centro del cerchio era accucciato un bambino biondo, il viso premuto sulle cosce come a proteggersi. Singhiozzava e implorava gli altri di smettere. Quel gioco non gli piaceva e ripeteva che erano cattivi. Non aveva fatto nulla; perché ce l'avevano tanto con lui? Ma gli altri non smettevano e continuavano anzi a girargli attorno sempre più velocemente e a cantare quella odiosa cantilena.

L'orizzonte perse appoggio e cominciò a inclinarsi. I bambini sembravano radicati nel terreno e non si accorgevano di nulla. Solo quello al centro del cerchio fu costretto a rimettersi in piedi, per non perdere l'equilibrio. Mentre si rialzava, lo sguardo del piccolo si posò su di lei. E lei, colma di meraviglia, si scoprì a fissare se stessa.

Quella pettinatura a caschetto, il nasino tondo un po' all'in sù, le guance rotonde come pesche. Era lei da piccola, vestita come il primo giorno di scuola. I bambini si dimenticarono ben presto della loro vittima e diressero tutta l'attenzione su di lei, cominciando a correrle attorno.

Ma era cresciuta adesso, era adulta. Non le facevano più paura come quando era piccola. Cercò di ignorarli e di uscire dal cerchio, ma i bambini non glielo permettevano. La rincorsero senza tregua, esasperando la cantilena. I loro occhi divennero cerulei fino a svuotarsi. I corpi si incurvarono. Le voci divennero simili a grugniti, la cantilena cavernosa.

Provò orrore per quelle creature. Così mutati, non riconosceva più i suoi compagni di un tempo. Urlò con tutte le sue forze: «Andate via! Siete disgustosi! Non c'è più nulla da fare! State lontani! Non vi perdonerò!»

I mostri bambini le saltarono addosso. L'afferrarono per le braccia e affondarono i denti nella carne candida. Ma quando il sangue affiorò in superficie, lei sentì un'onda sprigionarsi dal suo corpo. Le creature vennero scaraventate a lunga distanza. Caddero come frutti maturi da un albero che li rigettava e scomparvero oltre l'orizzonte, camminando a quattro zampe, radenti al suolo come ragni.

Ansimava. Si chinò a terra per riprendere fiato. Il grano si aprì e creò un varco nel terreno. Lei ci sprofondò dentro. Nel ventre della terra tutto era buio e fluttuava in un setoso fresco come accade in certe sere autunnali, avvolta nel suono del vento che leggero soffiava. E ovunque nero.

Sentì le correnti avvolgerla e trasportarla alla deriva. Piano piano, quel volare le divenne familiare. Imparò a piegare il corpo per virare, a discendere e a risalire. Si sentiva bene. Sentiva di essere al sicuro. Qualcosa vegliava su di lei. Qualcosa di forte, di enorme. Era vicino, era sopra di lei, con le sue ali spiegate.

Il sonno da quel punto era stato senza sogni.

Quando si era svegliata, a mattina inoltrata, il suo compagno la stava solleticando con il lenzuolo. Era stata felice di vederlo più sereno, capace persino di scherzare. Meno di un'ora dopo, lui era uscito in cerca di risposte, lasciandola sola a casa.

 

Il gatto la riportò al presente, lamentando l'interruzione delle carezze con un infastidito e inequivocabile mieou.

«Domando scusa» lo sfottè lei, ricominciando a grattargli il mento. Il gatto serrò gli occhi, soddisfatto.

I bambini che aveva sognato le erano familiari. Fece mentalmente il conto di quanti anni fossero trascorsi dalla fine delle scuole elementari. Tredici anni. Perché la sua mente riesumava quei volti proprio adesso? Erano stati la sua dannazione. L'avevano presa di mira e ci aveva fatto a botte diverse volte. Che ruolo recitavano nel suo sogno? Non sapeva spiegarselo.

Ma più di tutto, ciò che non riusciva a spiegarsi era quel volo in compagnia del demone. Poteva mai sognarlo come una presenza rassicurante, quasi protettiva, proprio mentre stava sovvertendo la vita del suo compagno al punto da trasformarlo in un assassino? Qual'era il nesso fra lei e quella creatura?

Il tè nella tazza era ormai freddo.

continua...