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Ali di China

risveglio

Aprii gli occhi mentre mi baciava la fronte.

«Non dire niente.»

«Grazie» risposi.

Mi teneva il volto fra le mani. Dovevo essere leggermente febbricitante perché le sentivo ghiacciate. Sfilai le braccia da sotto le lenzuola. Lei ebbe un fremito. Erano pulite. Il mio corpo odorava di oli. I muscoli però sembravano di cartone, come dopo una sbronza, e il collo irradiava fitte insistenti.

Mi sistemò un fazzoletto fresco sulla fronte. Fissai i suoi occhi castani, così caldi e rassicuranti. Aveva un'espressione complessa in cui c'era tutto, dalla complicità della ragazzina che sembra dire io so, con me ne puoi parlare, per arrivare fino alla saggezza femminea di una madre che osservi il figlio gravemente malato. Mi aggrappai istintivamente alla ragazzina. Che altro potevo fare? Non avrei sopportato uno sguardo carico di apprensione. Avevo dannatamente bisogno di qualcuno che non mi trovasse ripugnante, dato che già ci pensavo io.

«Vado a prepararti un tè, vuoi?» chiese affettuosamente.

Sforzandomi un poco riuscii ad annuire e a seguirla con lo sguardo mentre usciva dalla stanza. Appena fu fuori mi abbandonai di nuovo nel cuscino.

La sua presenza mi dava respiro e infondeva coraggio, nonostante fosse così giovane rispetto a me. Ci conoscevamo da neanche un anno. La sera che c'incontrammo tutto questo era già cominciato, ma ancora mi dominavo a sufficienza, o almeno così credevo. Per sempre ricorderò quella sera come fosse appena scivolata via.

I ricordi mi catapultano di nuovo in quel mediocre pub mezzo vuoto, seduto in disparte come a voler scomparire. Una tavolata di colleghi in mezze maniche con le cravatte allentate sta facendo un gran chiasso. Più in là stanno tre tali con le teste rasate, le spalle grosse e il collo tozzo. Sembrano capaci di scolare più birra di quanta il cameriere possa portarne.

E poi c'è lei, con un'amica. La osservo di continuo, dietro la nuca, lungo il collo esile e aggraziato. Se i miei occhi fossero mani le accarezzerei i capelli che le cadono appena sulla spalla. Sfiorerei le labbra di colore tenue che si incurvano così deliziosamente.

A un tratto i tre col capello azzerato si alzano e si piazzano attorno al suo tavolo. Hanno deciso di dare una svolta alla serata e le ragazze li aiuteranno a farlo. Poche parole e mani addosso.

Il tavolo di colleghi viene abbandonato come una nave colata a picco. Io rimango a fissare la scena in disparte, impaurito abbastanza da volermene andare ma al tempo stesso inchiodato alla sedia.

Sento gli strappi dei vestiti. Lei si divincola, fa due passi nella mia direzione ma il bestione più grosso la trattiene. Poi scivola e la lascia cadere dritto in braccio a me. Realizzo di essere stato coinvolto. Einstein mi guarda negli occhi, prima di abbattermi un pugno esattamente sullo zigomo. Cado fra le sedie, fuori dalla sua zona di interesse. L'altra ragazza è ormai quasi nuda. Lei mi guarda e mi implora.

«Chiama la polizia! Chiama! Ti prego!»

Sta piangendo. Il bestione la molla di nuovo e torna da me, preoccupato. Gli occhi da mastino ritardato sembrano chiedermi perché io mi ostini ad esistere. Il locale si flette come se fosse fatto di gelatina. Sta sbraitando qualcosa, credo mi stia minacciando. Le pareti sembrano i coni di uno speaker squassati da colpi di tamburo, dentro e fuori, dentro e fuori, boom, boom, boom. Mi solleva per il colletto. Fremo e sento gli occhi rovesciarsi all'indietro. I suoni mi arrivano compressi, come a un rave, e sempre più lontani. Mi scuote come una giacca vuota e mi deposita dentro un tavolo.

È in quel momento che accade.

Il suono schioccante del suo ginocchio che si spappola cambia la scena. Ho la sensazione di esserci passato attraverso come un'ombra. È a terra. Guaisce. I suoi amici mi si buttano contro e la sala ci si chiude addosso come una membrana. Da quel momento non ricordo più nulla per un buon quarto d'ora.

Quando riprendo conoscenza, lei è accovacciata accanto a me fra tavoli sfasciati e sedie spezzate. Proprio come oggi mi asciuga la fronte. Solo che ancora non sa. Mi aiuta ad alzarmi e a scavalcare i corpi dei bestioni accasciati a terra, privi di conoscenza. Poi, semplicemente, mi sorride. Io devo aver ricambiato.

Fu così che ci conoscemmo. Ci frequentammo per un po' e dopo qualche mese la convinsi a trasferirsi da me. Ecco il motivo per cui era in camera mia, con in mano una tazza fumante di tè. La fissai come chi abbia qualcosa di ripugnante da farsi perdonare. Lei mi mise l'indice sulla bocca.

«Va tutto bene» disse. «Ci sono io.»

Mi baciò.

continua...