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Ali di China

reprise

Quando i suoi compagni le avevano ricordato, a soli cinque minuti dall'inizio delle lezioni, che quel giorno l'insegnante di latino avrebbe interrogato, Lucilla seppe subito cosa fare. Ecco perché si ritrovava a gironzolare lungo i Navigli senza una meta, alle nove e trenta della mattina, cercando una spiegazione plausibile per quando sarebbe rincasata.

In fondo quella giornata di sole così terso, sprecata in un'aula, avrebbe gridato vendetta. Non si sentiva particolarmente in colpa. Il latino le era sempre andato di traverso e nessuno era ancora riuscito a spiegarle per quale oscuro motivo potesse esserle utile studiarlo. In più quella strega della prof era una vecchia zitella inacidita, gelosa della spontaneità e della vitalità delle sue studentesse. L'aveva inquadrata fin dal primo giorno. Non si erano mai piaciute. Che andasse al diavolo! Si sarebbe goduta ogni istante di quella celestiale mattina a cercare i fumetti che mancavano alla sua collezione.

darsena

Stava camminando in direzione della sua fumetteria di fiducia, dove aveva un conto aperto e una cassetta personale con lucchetto dove venivano depositati i nuovi arrivi da lei richiesti, quando si ritrovò a passare accanto a una vetrina di libri antichi che la attrassero quasi morbosamente. Nonostante fosse un'avida consumatrice di fumetti, leggeva volentieri libri e aveva sviluppato un fascino tutto speciale per quelli che sprigionavano un'aura di mistero.

Mentre indugiava con lo sguardo fra un atlante illustrato e una edizione del galateo con una donna panciuta in copertina, si ritrovò un gatto davvero delizioso che le si strofinava su di una gamba. Stese la mano verso il gatto che ci pose dentro la zampa. Decise di provare a prenderlo in braccio, sperando che non fosse di qualche passante dall'arrabbiatura facile. Alla peggio sarebbe stato l'animale a divincolarsi. Invce il gatto si fece raccogliere docilmente.

«Hai un pelo davvero morbido. Non devi essere un randagio, vero? Sei scappato da qualche casa qua attorno, confessa. Anche i tuoi occhi sono bellissimi.»

«Grazie, grazie» rispose il gatto «anche tu sei molto bella, mia dolce fanciulla.»

Rimase attonita a fissare l'animale per qualche istante, credendo di aver avuto un abbaglio.

«Pensa che per un attimo ho creduto che tu avessi parlato!» rise.

«Ma io ho parlato.»

Aprì d'istinto le braccia, costringendo il gatto a una capovolta per non cadere a terra di schiena.

«Tu parli davvero?» chiese ad alta voce, voltandosi immedia-tamente nel timore che qualcuno la potesse sentire.

«Certamente, e conosco anche molte lingue. Posso sapere il tuo nome?»

«Mi chiamo Lucilla» rispose con un filo di voce la ragazza.

«Piacere di conoscerti Lucilla. Io non ho un nome, ma se vuoi accetterò che tu me ne dia uno, per farti un piacere.»

«Devo pensarci. Non si può scegliere un nome a caso per un gatto che sa parlare.»

«Molto saggio da parte tua. Dove stavi andando?»

Lucilla si sentì quasi presa in castagna.

«Oh, da nessuna parte. Facevo due passi.»

«Se ti fa piacere, posso accompagnarti.»

«Altroché se mi fa piacere! Vediamo, potremmo andare alla Darsena a sederci e a chiacchierare un po'.»

«Volentieri. Fai strada.»

La Darsena non distava che poche centinaia di metri e arrivarono in breve tempo. Il sole aveva riscaldato l'aria, togliendole quel freddolino intirizzente del primo mattino e diffondendo un tepore davvero gradevole. Si sedettero sull'erba e ricominciarono a conversare. Lucilla chiese al gatto da dove venisse, intendendo da quale quartiere della città, ma l'animale rispose che veniva da un luogo lontano e che aveva ancora molta strada da compiere. Allora Lucilla gli chiese se doveva ripartire subito e l'animale rispose che sarebbe volentieri rimasto con lei per un po', ma a patto che lei promettesse di non raccontare a nessuno della loro amicizia.

Stavano ormai parlando fittamente da più di un ora quando un gruppetto di ragazzi era apparso con tanto di scooter e aveva cominciato a gareggiare nello spiazzo. Si comportavano da gradassi, passando in velocità a un metro o due dalle persone sedute come se non esistessero. Si fece rapidamente il deserto, all'infuori di Lucilla e del suo nuovo compagno. I motorini cominciarono a stringerle addosso la traiettoria. Lei era sempre più tesa. Immaginando come sarebbe andata a finire se non si fosse spostata come tutti gli altri, prese il gatto su una spalla e fece per incamminarsi altrove. Ma quelli le furono subito addosso, disponendo in cerchio i motorini.

«Oh! Dove stai andando?»

«Vuoi fare un giro? Ti faccio montare sul sellino, poi magari ti monto io...»

«Dai oh non fare la figa, un giro non ce lo puoi negare...»

Fece per uscire dal cerchio, ma si ritrovò le braccia dei ragazzi addosso. Fu spinta indietro e cadde per terra. Il gatto fu scaraventato poco più distante. Appena atterrato si voltò verso i ragazzi e prese a soffiare sempre più forte. Uno dei ragazzi raccolse un sasso e lo centrò in pieno muso, fra le risate di approvazione dei compari. Un altro scese dallo scooter e le si avvicinò. «Vabbè dai non fare quella faccia. Mica volevamo fargli male al gatto. Sei tu che fai la preziosa.»

In un attimo se li ritrovò addosso tutti e quattro. Sentiva le loro mani sul corpo. Aveva paura, una paura folle. I ragazzi le si chinarono addosso e tentarono a turno di baciarla a forza. Il gatto, riavutosi dalla sassata, scattò in avanti, saltando al volto di quello che voleva baciarla in quel momento. Il ragazzo se lo strappò di dosso, procurandosi quattro segni a uno zigomo. Per la rabbia catapultò il gatto con forza contro il muro vicino. Il gatto non ebbe il tempo di girarsi e impattò malamente, cadendo a terra privo di sensi.

Fu in quel momento che Lucilla sentì la paura cedere repentinamente il posto a una rabbia sorda e ansante. Il sangue nelle vene prese a scorrerle più velocemente. Il suo corpo cominciò a vibrare e sentì gli occhi rovesciarsi all'indietro. L'orizzonte s'inclinò e cominciò a roteare vorticosamente. Un senso di nausea le salì dalla bocca dello stomaco. Si piegò in avanti come se dovesse vomitare. Sentì la schiena incurvarsi provocandole fitte atroci. Talmente atroci da farle perdere conoscenza.

Al suo risveglio il gatto le era accanto e miagolava nell'orecchio, leccandola. C'era un sacco di gente tutto attorno. Si voltò con fatica in cerca dei quattro ragazzi. Gli scooter erano ancora lì, abbandonati per terra. Tuttavia dei proprietari non vedeva traccia.

Il sole la stava accecando. Sollevò una mano per ripararsi dalla luce. Una goccia densa e calda le cadde sulla punta del naso, sprigionando un odore acre e pungente che le penetrò subito nelle narici. Con uno scatto si mise a sedere per osservarsi le mani. E lanciò un urlo di orrore.

continuerà altrove....