Con la faccia appiccicata al vetro, Panetta osservava la pioggia cadere. Provava una intima simpatia per quel tempo capriccioso. Lo sentiva affine al turbamento di cui era pervaso. Spalancò le imposte per lasciare che il vento irrompesse nella stanza, cosciente che la moglie sarebbe rapidamente sopraggiunta a imporgli di chiuderle. Mentre l'umidità delle gocce gli velava il viso, ebbe la fugace impressione di vedere qualcosa solcare il cielo. Si convinse che la stanchezza gli avesse giocato uno scherzo alla vista. Riaccostò le imposte e si mise a sedere accanto al telefono, attendendo che squillasse. Di solito è puntuale, pensò fra sé e sé, non dovrebbe metterci molto.

Infatti il telefono squillò. Le dita avvinghiarono la cornetta come una bestia degli abissi marini.
«Pronto?»
«Buona sera commissario.»
«E dagli. Non sono più commissario, non te lo dimenticare. Allora, cos'hai da dirmi?»
«I miei due sono da escludere.»
«Ci avrei scommesso. Dimmi perché.»
Nel ricevitore giunse chiaro il frusciare di un taccuino sfogliato in velocità. «Allora, vediamo... il primo è un settantenne in demenza senile avanzata, brutta malattia, lavoro usurante, l'ha ormai consumato tutto. L'altra invece meno che mai. È morta commissario.»
«Non ce la fai proprio a non chiamarmi commissario, eh?»
«Forza dell'abitudine.»
«Capisco. Quindi niente da fare.»
«E a lei com'è andata?»
«Oh, magro bottino anche il mio. Non era in casa. Tornerò a trovarla più avanti, domani o dopo.»
«Ma ha parlato con qualche familiare, un'amico o un convivente, oppure proprio nulla?»
Panetta esitò per un istante. «No, non c'era nessuno a casa.» Non seppe spiegarsi perché aveva mentito, ma non sentiva d'aver fatto male. Tanto per riempire il silenzio aggiunse: «Sei libero stasera? Ti offro qualcosa da bere se ti va.»
«Volentieri, commissario. Oh, mi scusi...»
«Lascia perdere. Passo da te fra mezz'ora.»
Riappese senza attendere conferma. Poi si infilò un cappotto non troppo pesante, ficcò in tasca un pacchetto di sigarette che usava come surrogato della pipa e sgusciò fuori di casa, prima di doverne ragionare con la moglie.
La strada era coperta da uno strato profondo d'acqua. Le scarpe si inzaccherarono quasi subito. Ricordò con malinconia Bologna, dove aveva studiato, città fitta di portici per gente accesa. I milanesi invece sono gente indaffarata, che rincorre gli impegni e si dedica religiosamente agli affari. E gli affari sono prima di tutto commercio. E il commercio ha bisogno di strade. Largo alle merci e via i portici. E poi i portici sono un luogo pericoloso. Se ti ripari sotto un portico mentre piove corri il serio rischio di conversare con qualcuno. Un rischio che nessuno a Milano affronta a cuor leggero. Meglio la pioggia. Solo i pazzi si fermano a conversare sotto la pioggia.
La tesa del cappello gli grondava come un doccione. Con soddisfazione si gettò dentro l'androne del palazzo e premette il pulsante del citofono senza nemmeno guardare. Il primo in basso a sinistra. Stette ad aspettare per qualche secondo, poi insistette di nuovo. Aveva appena staccato il dito dal bottone quando il portone si spalancò con velocità.
«Sei stato rapidissimo a scendere!»
«Commissario, meno male che è arrivato!»
«E basta con tutti questi commissario buongiorno, commissario mi scusi, commissario meno male... Vuoi per forza chiamarmi con un titolo? Allora chiamami Eccellenza. Va bene? Anzi no, facciamo direttamente Sua Maestà!»
«Mi dispiace...»
«Va be', lascia stare.»
«No, lei non mi fa parlare. Mi dispiace per la serata, ma non posso più.»
«Perché? Che è successo?»
«Ci hanno richiamato in fretta e furia. Devo correre in questura. Pare ci sia un'emergenza.»
«Di che si tratta?»
«Non l'hanno detto nemmeno a noi.»
«Ho capito; dai, vengo con te. Hai l'auto?»
«Ma commissario...»
«Cosa?»
«Ecco, lei non è più commissario.»
«Oh! Finalmente l'hai capito! Ti abbraccerei, guarda.»
«Ma allora non può venire con me...»
«Ma ti sei rincretinito? Ho solo dato le dimissioni, mica sono diventato un latitante! Saliamo in auto assieme e poi io scendo davanti alla questura. Senza entrare. Va bene così?»
«Va bene.»
«Sai che per tutti questi anni ti facevo più sveglio?»
«Lei è ingiusto...»
«Ah! Se dici commissario, ti chiudo nel bagagliaio e faccio retromarcia contro un lampione.»
«Lei è ingiusto e basta.»
«Dove hai parcheggiato?»
L'auto spostava mastodontiche quantità d'acqua addosso ai marciapiedi. Il rumore cadenzato dei tergicristali esercitò un effetto ipnotico che spense rapidamente la conversazione.
A Panetta tornava alla mente di continuo il convivente della ragazza che avrebbe voluto interrogare. In cuor suo sapeva che doveva essere in qualche modo collegato a tutta la vicenda, ma come? Averlo incontrato al Black Belt non poteva essere solo una coincidenza. E poi c'era la creatura. Ormai era un fatto, qualunque cosa fosse. Forse quell'uomo la controllava? L'aveva evocata? Ma che accidenti sto pensando?
«A cosa sta pensando?»
Panetta ebbe paura che il ragazzo gli avesse letto nei pensieri.
«A nulla. Guardavo la pioggia cadere.»
«Non è vero. Si stava arricciando i baffi; quando fa così vuol dire che sta pensando. Allora, me lo vuol dire?»
«Tu credi in Dio?» domandò a sua volta Panetta.
«Naturalmente, fin da quando ero bambino.»
«E credi anche in tutto il resto?»
«Tutto il resto… cosa?»
«Dico, credi nel Diavolo e nell'Inferno?»
«Non ci penso spesso, però, sì, ci credo. Perché queste domande?»
«Mi hai chiesto a cosa stessi pensando, no? Eccoti servito.»
«Non mi faccia preoccupare, eh? Già è stato duro accettare le sue dimissioni. Non si metta in testa strane idee!»
«No, ma che hai capito? Non sto pensando alla morte. Almeno, non alla mia.»
Panetta tornò a seguire la strada dal finestrino. Le forme di Milano erano colori squagliati dall'acqua. Si distingueva poco e niente. I palazzi e il cielo erano un arazzo stinto e colato di neri e di blu con qualche bava di giallo ogni tanto. All'uscita da una curva però qualcosa attirò la sua attenzione, sul lato opposto della strada. D'improvviso strinse spasmodicamente la mano attorno alla maniglia e represse a stento un urlo.
«Accosta! Accosta!»
«Ma che le prende?»
«Niente. Un'idea che mi è venuta. Accosta per favore.»
«Ma mica vorrà scendere sotto questo nubifragio?» chiese il poliziotto premendo a fondo sul freno.
«Tu non ti preoccupare, devi andare in questura. Dopo ti chiamo, promesso. Ora vai, vai» e mentre lo diceva scivolava già fuori dalla portiera dentro il muro fitto della pioggia.
«Ma commissario...» L'obiezione fu stroncata dal tonfo della portiera richiusa. Panetta aderì alla parete di un palazzo quanto più possibile e attese che l'auto fosse ripartita. Poi attraversò la strada spostando quasi la pioggia con le mani. Quando vide l'agente svoltare all'incrocio successivo guardò finalmente in alto, sperando con tutto se stesso di essersi clamorosamente sbagliato. Invece bestemmiò.
Fissò quella cosa aggrappata al davanzale di un finestrone all'ultimo piano, le braccia avvolte attorno alla colonna ornamentale fra le due arcate, le ali ritratte contro il dorso, e ciononostante così imponenti. Rimase a guardala per qualche minuto, sentendosi infinitamente impotente e intimamente fradicio.