Ho una domanda per voi che vi accingete a giudicarmi. Avete provato a guardare i fatti dal mio punto di vista? Con quale diritto preparate la pira da accendere sotto i miei piedi, senza aver nemmeno provato a immedesimarvi, senza aver provato le stesse emozioni, senza essere giunti alle mie stesse riflessioni?
Per giudicare bisogna compatire, cioè sentire il mondo nello stesso modo della persona giudicata, e questo non si può fare se non si sa osservare. Mi sembra quasi assurdo doverlo spiegare a voi che avete creato la più florida società dell'immagine. A voi, che guardate le vostre guerre a migliaia di chilometri di distanza e ne ricevete una sensazione evanescente, tanto da non distinguerle più dalla finzione di un'illustrazione o di un film; voi, che potete archiviare la sete e la fame chiudendo una rivista patinata.

Siete patetici nella vostra virginale ingenuità, così sconvolta quando tutto questo bussa alla porta, quando accade nella via accanto, quando diventa, senza preavviso, reale! La concretezza della sofferenza vi sconcerta, vi disarma, vi denuda, vi umilia, vi dispera, vi piega e infine vi spezza.
Il segreto sta nel filtro che avete posto tra voi e la violenza. Un filtro rassicurante, normalizzante, che vi consente di porvi dalla parte che vi è più congeniale e che vi crea meno problemi: la parte dei Giusti. Vi ritenete diversi solo perché voi quelle cose non le fate. Ma è così vero? No, miei censori, la verità è che voi aborrite ciò che fate ogni giorno. Ma lo potete aborrire solo perché compiuto da altri.
Ma ditemi: come reagireste se vi scopriste colpevoli, per usare un termine a voi così caro? Se vi scopriste simili, o persino uguali, a coloro che con tanto sussieguo condannate quotidianamente? Quale sarebbe la vostra reazione? Indignazione? O forse biasimo? Desiderereste pronunciare in pubblico una severa reprimenda! Desiderereste comminare una pena esemplare! Ah, se solo ci foste voi ad amministrare la giustizia, sapreste bene come eradicare i problemi.
Sciocchi!
Vacui, effimeri, imberbi avvocati del diritto di Dio! Non comprendete che ciò che volete giudicare, in un accesso di schizofrenia, siete soltanto voi stessi? Sono solo ed esclusivamente i vostri comportamenti incarnati da altri! Voi siete una sola intenzione con coloro che condannate, voi ne siete la motivazione, voi ne siete causa e giustificazione. Peggio. Siete il fine che suggerisce il mezzo.
Ma siete anche gracili creature da compatire, mostri deformi oppressi sotto un ego enorme sorretto da un esile scheletro di fibra morale. Vi ergete nella vostra varicosa esuberanza a pretesa di ogni libertà ma non siete disposti a sorreggere nemmeno un grammo della responsabilità che ne consegue. Non è forse così, telecratici possessori del pianeta?
Io sono l'orgoglio e il dolore ed entrambi li provo entro me. So soffrire per i miei fini e da me dovreste prendere lezione. So patire ed è per questo che apprezzo il valore del risultato. La mia mensa ha un sapore ricco e pieno e la mia bocca gioisce a ogni pasto perché non ha rubato una sola briciola di ciò che morde. Con determinazione, lotto per la sopravvivenza e non prendo ciò che non ho meritato.
Così io provo pena di voi; e voi paura di me. Voi che siete così simili a ciò che di voi stessi chiamate con il mio nome, ma che io in verità non sono.
Ho concluso.