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Ali di China

kynesis 3

«Benvenuto. Ti stavo aspettando. Ho deciso di mostrarti alcune cose che ti aiuteranno a capire ciò che ti sta accadendo.»

Dovetti concedermi un lungo periodo di assestamento prima di poter reagire a quell'assurda situazione. Fino a poco prima ero arrabbiato con lei. Ma ritrovarmela davanti agli occhi, nuda in mezzo ad una radura, stava facilmente spazzando tutto quello che avevo provato prima lasciandomi completamente smarrito.

«Tu saresti Lucy? La tua voce... la tua voce è cambiata! Che ti è successo?» trovai il modo di chiedere.

«La sua voce è come tu la ricordi. Non lasciare che ciò che i tuoi occhi ti mostrano influenzi la tua percezione di me. Io appaio come tu mi puoi vedere, perché ho mille forme e al tempo stesso non ne ho alcuna. Così ora ho le sue sembianze. Segui invece la mia voce e troverai me.»

maschera

«Ma chi sei? Cosa le hai fatto?»

«Io sono ciò che tu chiami l'Altro, e molte altre cose ancora.»

«Quella cosa disumana è dentro di me. Lei non c'entra.»

«Ciò che tu definisci disumano è quanto di più umano esista, ed è in ciascuno di voi. Vuoi che te lo dimostri?»

Il suo volto si dischiuse a un palmo da me in un sorriso orribile. Le sue braccia mi cinsero attorno alle spalle. Al posto dei denti erano schierate delle piccole e raccapriccianti zanne affilate. Il castano caldo degli occhi era virato in un giallo viperino. Stretto in quell'abbraccio orripilante tentai di divincolarmi, ma aveva una forza mai vista prima.

«Che c'è piccolo uomo? Dov'è finito il desiderio che potevo fiutare fino a pochi istanti fa? Non mi brami più? Non aver paura. So che vuoi diventare una cosa sola con me. Non mi hai mai rifiutato davvero, neppure la prima volta che io sono scivolata dentro te. Siamo fatti l'una per l'altro, non credi?»

Sciogliendo la voce roca dentro una risata lugubre, iniziò a premere il corpo contro il mio mentre ancora tentavo di liberarmi da quel disgustoso contatto. La pelle di lei cominciò a liquefarsi, insinuandosi fra i miei vestiti. L'orrore mi mozzò il respiro. Sentivo la sua materia immergersi nel mio corpo, fibra dopo fibra, muscolo dopo muscolo, fino a raggiungere il midollo. Avvertii il torace gonfiarsi fin quasi a esplodere. Si stava facendo spazio dentro me. Caddi in ginocchio, ancora intrappolato in quell'ammasso viscoso. Vidi le vene sulle braccia pulsare come se degli insetti vi stessero camminando dentro. Le ossa si contrassero sotto alla tensione dei muscoli. Chiusi gli occhi per il dolore e urlai. Nell'esatto momento in cui la mancanza d'aria mi fece credere di essere prossimo alla morte, con uno spasmo estremo quella cosa si assestò definitivamente dentro di me. Quando tornai a vedere, osservai istintivamente il mio corpo.

La pelle delle braccia era coperta di squame verdastre. Le mani terminavano in affilati artigli e sulle spalle provavo nuovamente il consueto peso delle ali, dispiegate come vele. Ero l'Altro. Solo che questa volta ero in realtà me stesso, lucido e cosciente. L'angoscia di quella fusione fu così devastante che la elaborai lentamente. Intorno a me il silenzio permeava l'aria. Gli animali avevano abbandonato la radura, come svaniti. Per alcuni interminabili secondi rimasi a fissare le mani dure come cuoio, finché non riuscii a obbligarmi a un respiro più regolare.

«Cosa mi hai fatto?»

«Sono dentro te» disse la sua voce gutturale, risuonandomi nella testa. «Siamo una cosa sola, adesso.»

«Cosa sei tu?»

«Sono l'istinto umano disinibito e privo di costrizioni. Sono la gioia di vivere. Sono il senso primordiale di giustizia che non conosce ostacoli nel suo compimento. Io ho guidato la tua mano. Io sono ciò che tu provi nel profondo. Sono il frutto dell'unione di un uomo e una donna. Lei è dentro te e tu sei dentro lei. Siete un'unica persona. Da questa unione nasco e giorno dopo giorno vengo alla luce. Non sei il primo, né lo è lei. Ma pure siete speciali, in qualche modo. Per questo vi ho scelto e voi avete scelto me.»

Caricai la voce con tutto l'odio e il ribrezzo che potevo attingere dall'intimo. «È assurdo! Io voglio solo che tu te ne vada. Per sempre.»

«Credevo che fossi ormai disposto ad accettarmi. O dovrei dire meglio, disposto ad accettarti. Non puoi scacciarmi. Non puoi allontanarmi. Io sono parte di te. Sono parte del tuo intimo, profondo essere uomo.»

«Basta! Cosa vuoi che faccia? Vuoi che uccida ancora?»

«Forse.»

«E quante vite dovrò spezzare prima che tu ti decida a lasciarmi in pace?»

«Non so.»

«Allora dimmi almeno questo. Cosa c'entra lei? Perché l'hai coinvolta? Non ti basto io? Vuoi creare altro dolore?»

«Io non creo dolore. Io lo rimuovo.»

«No, tu non rimuovi il dolore. Tu rimuovi la vita. Chi sei tu per giudicare e condannare?»

«Io sono da sempre, per questo so cosa è bene e cosa è male.»

«Fantastico! Sto parlando con Dio in persona.»

Una fitta lancinante mi attraversò il cranio da tempia a tempia. «Non pronunciare più quel nome in mia presenza! Non tollero di sentirlo nominare!»

«Che c'è? Avete litigato di recente?»

Per tutta risposta mi trapassò nuovamente con una scarica di dolore molto più violenta della precedente. I muscoli della schiena si contrassero in un crampo di parecchi secondi che mi mise le lacrime agli occhi.

«Io e lui siamo in conflitto perenne da prima che il mondo avesse la forma con cui tu oggi l'osservi. Non c'è riposo nella nostra lotta eterna. Ciò che lui costruisce, io distruggo. Ciò che io preservo, lui corrompe. Ora ascolta. In un tempo remoto Dio decise che avrebbe creato qualcosa. Lo fece per autocompiacersi di se stesso. Desiderò costruire un regno perfetto. Ma alla fine ciò che ne nacque fu solo l'immagine della sua personale, egoistica visione dell'esistenza. Desiderava che qualcuno lo venerasse come Creatore e ne temesse la potenza. Perciò rese schiavi voi, uomini e donne.»

«Risparmiami queste sciocchezze. Non credo in nessun dio né tantomeno nel diavolo.»

«Ma a quello che ti sta accadendo dovrai credere.»

«D'accordo. Dato che non mi lasci alternative, faremo come vuoi tu. Ma niente storielle sulla creazione del mondo, degli uomini e tutto il resto. Io voglio sapere cosa sei e tu continui a eludere la mia domanda.»

«Forse ti ho giudicato male. Sei impaziente e arrogante come tutti gli altri. Capirai presto chi sono. Ma prima, è opportuno chiarire una questione. Non ho mai detto che Dio abbia creato nulla, all'infuori del suo dominio su tutti voi che gli avete creduto. Siete stati voi ad accettare la storia della creazione come lui ve l'ha ammannita. In realtà l'universo esiste e questo è quanto. Voi eravate in cerca di un ordine superiore, che giustificasse e guidasse le vostre fatue vite e l'avete trovato in lui. Questo è tutto .»

«Tu sei invidiosa. Scommetto che tu hai fatto altrettanto ma la tua versione non è stata abbastanza affascinante e gli uomini di allora la rifiutarono.»

«Purtroppo foste stolti e mi scacciaste, lusingati dalle sue parole.»

Il colpo era andato a segno. C'era amarezza nella sua voce, qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Tentai di guadagnare ancora posizione, senza però farmi alcuna illusione. «O forse le genti di allora scelsero istintivamente il dominio meno pesante.»

«Sarà sempre così? Questo è il mio destino? Anche tu oggi mi rifiuti. Comunque, credi pure in ciò che vuoi. Se fosse lui nel tuo corpo ora forse mi invocheresti, anziché respingermi.»

«Come faccio a invocarti se non so neppure il tuo nome? Chi sei?»

«Io non ho un nome. Voi me ne avete dati molti, ma fra tutti, nessuno è fatto per accogliermi. Sono nomi di ripulsa, nomi coniati per scacciare, come Dio vi ha insegnato. Eppure io sono dentro di voi molto più di quanto non lo sia lui.»

Non potevo continuare a seguire le sue farneticazioni. Avevo una compagna da proteggere e un corpo da recuperare, per non parlare della mia sanità mentale che forse già compromessa. La rabbia e la frustrazione per tutto quello a cui mi aveva costretto si addensarono in un improvviso impeto d'orgoglio.

«Dimmi chi sei una volta per tutte!» gridai dal cupo centro della radura, facendo echeggiare l'aria per un istante. E infine la risposta giunse, con voce ferma ed essenziale, e per la prima volta fu una risposta che potesse avere un senso.

«Io sono la vostra natura femminile.»

Se mi avesse detto che il suo nome è Legione e che il suo destino è sterminare e annientare, non avrei avuto nulla da ridire. Ma che accidenti significava quello che mi aveva risposto? Natura femminile?

«Questa risposta tanto semplice ti sconvolge? Credevo ti avrebbe soddisfatto. Ti ho risposto in maniera elementare. Non è proprio ciò che volevi?»

«Tu sei pazza.»

«A modo mio, forse. Ma se io sono pazza è solo perché in voi esiste questa stessa pazzia. È quella forza che non accetta compromessi, che non si piega per paura di fronte a un potere più grande. Io sono la natura umana più intima, quella dell'orgoglio, ma anche e soprattutto dell'armonia. Se oggi siete così divisi, così contrapposti, così irrimediabilmente compromessi in guerre costanti di cui non vedrete neppure la fine, lo dovete a lui, a cui avete garantito obbedienza per comodità, ricavandone la tranquilla miseria che vi basta a vivere. Ma siete come ciechi in un modo senza suoni. Non c'è altro oltre a questa vita. Chi di voi attende, lo fa invano. Chi di voi attende si illude e illude a sua volta. Chi di voi spera morirà stringendo la polvere.»

Lo schiocco nervoso di un tuono decretò l'arrivo repentino della pioggia. Nonostante il tentativo di tornare a dominare la mia condizione mi avesse ridato un minimo di fiducia, per quanto precaria, ora mi sentivo definitivamente spossato. Sarebbe stato in ogni caso impossibile continuare quel dialogo surreale. Mi abbandonai definitivamente alla sua volontà, sapendo che non si sarebbe sbarazzata tanto presto di me.

«Cosa vuoi che faccia?» chiesi con un residuo di voce, già estraneo alla risposta.

«Niente. Voglio solo che tu osservi ciò che sto per mostrarti.»

Senza ulteriori indugi si dispose a partire con un balzo. La tensione dei muscoli mi conferì un ultimo sprazzo di lucidità.

«Aspetta! Che ne sarà di lei? Dov'è adesso?»

«Non temere per la tua compagna; sta bene. Il gatto se ne prenderà cura.»

Con un deciso movimento di ali ci sollevò in volo, portandoci in un attimo ad alta quota. La pioggia che mi scivolava addosso mi faceva sentire nudo, quasi volesse ricordarmi, goccia dopo goccia, che non ero più padrone di un corpo. Da lassù, la radura era appena un trascurabile dettaglio nella slabbrata vastità della città.

continua...