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Ali di China

kynesis 2

Il viaggio di rientro fu estremamente spossante. Il treno ci mise ancora più tempo che all'andata, ciondolando indolente sui binari da un campanile ad un altro.

Quando varcò la soglia di casa fu molto contrariata nel constatare che il suo compagno non c'era. E pensare che era rientrata di fretta con il primo locale proprio nella speranza di incontrarlo non appena possibile. Avea bisogno di sentirlo vicino, di parlargli e di trovare in lui quelle conferme che non sapeva scovare in se stessa. Cercò il gatto con lo sguardo e lo chiamò con i soliti rumorini che lo facevano accorrere in un attimo. Nemmeno il suo animale era in casa.

Telefonò a sua madre per avvisarla dell'arrivo in modo che non si preoccupasse. Poi si concesse un breve bagno per decidere cosa fare. L'idea che lui fosse uscito sapendo del suo imminente rientro, senza nemmeno lasciare un biglietto, le aveva messo addosso un misto di rabbia e preoccupazione. Non era da lui. Doveva essergli successo qualcosa di grave. Era certa di avergli detto che sarebbe rientrata quella sera stessa. Perché non era a casa ad attenderla? Dov'era andato?

La pesantezza degli ultimi giorni le sprofondò addosso. Si sentiva fragile e senza riferimenti. Sapere di essere affetta da una malattia non diagnosticata, probabilmente la stessa di sua madre, era stato un colpo fin troppo pesante. Sin da bambina aveva sempre creduto di essere resistente come una roccia, immune a ogni pericolo. Nutriva la profonda convinzione di poter superare qualsiasi momento, per quanto difficile potesse sembrare. Ora invece, per la prima volta, avvertiva un senso di smarrimento che la faceva sentire impotente e indifesa. Si sedette sulla poltrona di vimini ancora avvolta dall'accappatoio. Chiuse gli occhi cercando un istante di sollievo e il sonno la raccolse delicatamente.

 

 

«Bentornata» le disse il gatto, incrociando le zampe sul petto.

«Oh, eccoti finalmente. Ma dove ti eri cacciato?»

«Sono andato a fare due passi. Ho le mie esigenze sai?»

«Ma se non sei mai uscito dall'appartamento, da quando ci siamo trasferiti qui?»

«E se invece non ci fossi nemmeno mai entrato...»

«Ma che vuoi dire?»

«Niente, lascia stare. Piuttosto: ho fame. Dammi da mangiare.»

Prese una scatola di bocconcini e gliela rovesciò nella scodella. Il gatto cominciò subito a divorarli.

«Vuoi dirmi che è successo in questa casa? Non c'era nessuno quando sono arrivata» chiese al gatto, intento a ingozzarsi.

«Lui è uscito con me, infatti» rispose il gatto parlando attraverso i bocconi.

«E dov'è ora?»

«Vuoi che ti porti da lui?»

«Certo, che domande! Ho bisogno di parlargli.»

«Per via di quel sogno?»

«E tu come lo sai?»

«Noi gatti abbiamo molte vite e a volte le viviamo parallelamente.»

«Se lo dici tu... Allora, mi porti da lui?»

«D'accordo. Andiamo.»

«Ehi! Dammi un momento. Devo vestirmi prima...»

«Non importa, sei dentro a un sogno! Nessuno baderà a cos'hai addosso. Seguimi.»

Il gatto balzò sul davanzale della finestra e si lanciò fuori. Lei portò la mano alla bocca, spaventata. Raggiunse la finestra e guardò fuori.

«Coraggio!» le disse il gatto che fluttuava a mezz'aria sopra al marciapiede pressoché deserto. «Non cadrai di sotto. Fai come me.» Mosse le zampe nel vuoto e cominciò a spostarsi. «Vedi? Devi solo convincerti che lo puoi fare.»

Mise incerta un piede sul ciglio e poi chiuse gli occhi. Con un balzo fu fuori.

«Guarda!» la spronò il gatto. «Stai andando benissimo. Sei un uccello fatto e finito.»

Riaprì le palpebre un poco alla volta e si scoprì a volteggiare. Dalla sensazione di leggerezza le scaturì una risata cristallina. «Sto volando!»

«Su, su, non perdiamo tempo. Dobbiamo affrettarci o arriveremo tardi.»

«Tardi per cosa?»

«Ma tu non smetti mai di fare domande?» Detto questo il gatto si voltò e cominciò a spostarsi.

Lei dovette faticare da principio per capire come muoversi. Volare era come nuotare sotto al mare a metri di profondità, ma senza bisogno di trattenere il respiro. La notte li avvolgeva già. Ebbe più volte l'impressione di aver perso di vista il gatto, ma lo ritrovò sempre davanti a lei, magari solo un po' distante. Quando si sentì più sicura della tecnica, prese a salire e a discendere, planando a braccia aperte. Una raffica impudica le gonfiò l'accappatoio, sfilandoglielo dalle braccia, ma lei non se ne curò. Sono dentro a un sogno, pensò, nessuno farà caso a cosa indosso. Poi, divertita, aggiunse mentalmente o a cosa non indosso. Dopo qualche minuto di volo il gatto tornò finalmente a parlarle.

«Siamo arrivati. Ora dobbiamo scendere.»

Senza indugiare, iniziò ad avvicinarsi al suolo con un movimento a spirale. Lei non fece a tempo a protestare per la breve durata di quel gioco così divertente e si limitò a imitarlo. Quando fu a terra, si ritrovò nel folto di un bosco che non conosceva. Il gatto doveva essere atterrato poco più distante, perché non riusciva più a vederlo. Si incamminò in una direzione a caso, scostando i rami più bassi con le mani e affinando l'udito per cogliere qualsiasi movimento. Ma tutto taceva attorno. Sembrava che in tutto il bosco non ci fosse rimasto neppure un singolo insetto. Anzi, sembrava che al bosco fossero stati rubati i rumori stessi. Fatti pochi metri, aggirato l'ultimo albero, si ritrovò in una radura. Lungo tutto il perimetro c'erano delle torce spente.

Spinta dalla curiosità camminò verso il centro della radura. Mano a mano che procedeva sentiva il brusio di tante voci lontane comporsi ai margini. Vide alcuni occhi scrutarla dal limitare dello spiazzo. Gli occhi vennero allo scoperto. Erano animali. Quando raggiunse il centro si accorse di essere completamente circondata.

Nel mezzo della radura c'era un arbusto non più alto di due metri. Due fronde cariche di foglie si allargavano su lati opposti come fossero braccia. Sulla sommità della pianta era appesa una maschera rituale. La sfiorò con le dita. Aveva una grossa bocca ricurva come un fagiolo e zigomi rigonfi e occhi a fessura e un paio di corna sopra le tempie che le davano un aspetto decisamente grottesco.

«Ti piace?» chiese il gatto, strusciandosi fra le sue caviglie.

«Non direi che mi piace, no. Ma mi attrae. Non so dirti perché» rispose lei.

«Vorresti provarla?»

«Se la provo mi aiuterà ad arrivare a lui?»

«Promesso. È proprio a quello che serve. Avanti ora, indossala.»

Calcò la maschera sul volto. Appena l'ebbe fatto, le torce si accesero all'improvviso in un'unica fiammata. Come comandati da quel segnale convenzionale, tutti gli animali presero a scalciare e a rumoreggiare e a vociare. Dapprima i versi si sovrapposero in un travolgente tumulto dai contorni indistinguibili. Lentamente però trovarono ciascuno il proprio posto fino a intrecciarsi in una musica potente, tormentata da percussioni vibrate e viscerali.

La maschera le aderiva al volto senza lacci. Un incontenibile desiderio di danzare eruppe dal profondo. Iniziò a volteggiare, assecondando il rullare delle pulsazioni. Mano a mano che la danza proseguiva, avvertiva una sensazione sempre più netta di estraniazione dal suo corpo. I battiti cardiaci aumentavano, sospingendole il cuore in gola. L'ossigeno sembrava mancare sempre più, ma nonostante questo il desiderio di danzare non diminuiva, anzi piuttosto ingigantiva senza tregua.

Giunta al culmine dell'ebbrezza provò sconcerto. Respirando affannosamente, ebbe l'impressione che qualcosa di estraneo le si fosse introdotto nelle narici insieme all'aria. Sentì una presenza permearle il corpo, come se lei fosse un guanto in cui una mano scivolava a riempirlo. Quando ne fu pienamente cosciente, non controllava più i propri movimenti.

Al margine della radura vide riapparire il gatto. Accompagnava un uomo. Togliendosi la maschera, gli fece involontariamente cenno di avvicinarsi. Mentre egli percorreva la radura fino al centro non gli tolse gli occhi di dosso. La luce delle torce era troppo bassa per distinguerne nitidamente i tratti del viso, eppure sentiva che quella figura le era familiare. Solo quando furono a pochi passi di distanza, sopraffatta dallo stupore, riconobbe il suo compagno.

«Che ci fai qui?» le chiese. «Credevo che fossi ancora da tua madre! Perché non mi hai cercato?»

Avrebbe voluto domandargli cosa lui ci facesse in quel bosco, ma non controllava più la propria bocca, né le proprie mani che gli abbracciavano il collo.

«Benvenuto, ti stavo aspettando» disse una voce suadente che le usciva dalla gola oltre la sua volontà. «Ho deciso di mostrarti alcune cose che ti aiuteranno a capire ciò che ti sta accadendo.»

continua...