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Ali di China

kynesis 1

Attesi qualche minuto, affacciato alla finestra, seguendo il commissario che si allontanava da casa mia. Mi sentivo braccato su più fronti. Dall'interno sentivo la pressione costante dell'Altro, a cui veniva ora ad aggiungersi, dall'esterno, questo poliziotto dall'aria così apparentemente innocua. Come se tutto questo non bastasse, stava anche coinvolgendo la mia compagna e per giunta in una maniera che ancora non mi era chiara. Sentii il corpo contorcersi. Stavo evidentemente somatizzando la tensione che provavo. La giornata volgeva al termine e il tramonto stava già distendendo la coltre notturna sulla città.

Respirai profondamente per cercare di calmare il battito, ma il cuore non accennò a diminuire. Avvertii delle fitte lancinanti alle tempie e fui costretto a sedermi sulla poltrona di vimini. Coprii il viso con le mani, cercando un po' di sollievo. Nel buio dei palmi le immagini di quei giorni presero a martellarmi il cervello, spingendoci dentro la realtà, a forza di folli frammenti. Rividi i suoi occhi castani chinarsi su di me, distrutto dalla fatica e dall'angoscia. Rividi gli occhi della bambina di porcellana, sbarrati nell'inconcepibile consapevolezza della morte. Rividi gli occhi assurdi di quei cinque che mi picchiavano senza un motivo lungo l'alzaia del naviglio. Rividi gli occhi incorniciati di sangue della donna nera che ci osservava sorridente fuori dal Black Belt.

Schiacciai le mani contro il viso, come se volessi evitare che mi esplodesse e graffiai la fronte con le unghie, cercando un momento di lucidità attraverso il dolore. L'insostenibilità di quei pensieri mi sembrò l'anticamera della pazzia. E credo alla fine lo sia stata, almeno per qualche ora.

«Smetti di angustiarti. In fondo non è nemmeno colpa tua.»

Allontanai di scatto le mani dal viso. Supplicai la ragione di darmi una spiegazione accettabile per quella voce. Ma la ragione non fu così generosa. Mi guardai attorno. La porta d'ingresso era chiusa. Nella stanza non c'era anima viva. Chi aveva parlato? Continuai a vagare con lo sguardo ovunque finché la voce non parlò di nuovo.

«Come ti senti? Mi sembri a pezzi»

Voltai di scatto la testa verso il tavolo. Il gatto mi osservava appollaiato come una ceramica cinese.

«Sono pazzo!» riflettei ad alta voce.

«No, non lo sei.»

«Tu non puoi parlare.»

«Certo che posso, tutti i gatti ci riescono. Però lo fanno solo se c'è un buon motivo. Evita solo di dirlo in giro, molta gente le trova incredibile.»

Lo fissai inebetito, soppesando la surrealtà di quella situazione.

«Cosa sei tu?»

Mi accorsi che porre quella domanda era segno che avevo già cominciato ad accettare la situazione. Ero nervoso.

«Sono un gatto, almeno per ora.»

Scese dal tavolo e si arrampicò con un balzo sulle mie ginocchia, tornando a fissarmi a un palmo dal naso. Con un nodo alla gola ritrovai nei suoi occhi il colore di quelli di lei.

«Sono venuto a spiegarti alcune cose che ti stanno accadendo. So che ti è difficile credermi, per quanto la tua mente si stia dimostrando molto più ricettiva di molti altri che fino all'ultimo hanno deciso di non prestarmi attenzione. Credo che tu abbia un forte bisogno di capire. È così?»

«Sì, ho bisogno di risposte.»

«Questo faciliterà le cose. E saresti disposto a seguirmi per averle?»

Annuii con la testa.

«Bravo, mettiti le scarpe allora e seguimi. Ti avviso che ho il passo veloce e, dato che fa già buio, non vorrei doverti aspettare a ogni angolo che svoltiamo.»

«Dove vuoi portarmi?» domandai inebetito.

Per tutta risposta, il gatto saltò giù dalle gambe e si accovacciò vicino alle scarpe. Capendo che voleva mettermi fretta, mi alzai e le infilai ai piedi. Appena aprii la porta sgusciò fuori e cominciò a scendere le scale. La vicina sul pianerottolo mi salutò e accennò a volermi parlare. «Mi scusi, il gatto è fuggito. Devo rincorrerlo» le dissi per giustificarmi e mi defilai giù per gli scalini, temendo di averlo già perduto. Invece mi aspettava al portone, con uno sguardo che accennava già a spazientirsi.

La strada era naturalmente un deserto all'ora di cena. Incrociammo una signora con un bassotto al guinzaglio.

«Oh, buongiorno. Ti trovo bene. Hai cambiato padrone?» disse il cane con fare molto cordiale.

«Non proprio. Sai chi è?» rispose il gatto, ammiccante.

«Uhm, no, direi che non lo riconosco.»

«È Ali di China!»

«Oh!» fece il bassotto di rimando. «Lo ricordavo diverso.»

«Si vede che non sei aggiornato, vecchio mio. Può darsi che tu ricordi quello precedente.»

«Può darsi. Dove lo porti?»

«È tempo che incontri Lucy.»

«Capisco. In questo caso non vi trattengo oltre e vi auguro una buona serata. Con permesso» si congedò il bassotto, riprendendo a tirare la padrona, evidentemente molto sollevata dal fatto che il cane avesse smesso di ringhiare al gatto.

Appena ce li fummo lasciati alle spalle, domandai sempre più incredulo: «Chi sarebbe questa Lucy da cui mi stai portando?»

«Al tempo, al tempo. Se cercassi di descriverti cosa o chi sia Lucy nella vostra lingua così imperfetta e imprecisa, ci metteremmo alcuni anni e ancora non avresti un'idea completa. Meglio che tu la veda con i tuoi stessi occhi. Ti consiglio anche di non chiamare Lucy in altro modo che non sia questo nome. La irritano molto i nomi che voi le avete dato.»

«Noi... chi?»

«Voi umani ovviamente.»

Lungo il tragitto il gatto salutò e conversò con diverse creature, fra le quali un bambino che non smise di fissarmi neppure per un istante.

«Perché quel bambino mi guardava così insistentemente?» domandai alla mia guida.

«I bambini sanno vedere oltre le apparenze. Gli adulti dimenticano questa capacità e finiscono per tormentare i bambini perché non vedono mai quello che gli adulti vorrebbero. Ma se gli adulti si fermassero qualche volta ad ascoltare quello che i bambini hanno visto, forse le cose andrebbero diversamente. Credi a me, i bambini la sanno più lunga di voialtri vegliardi.»

«Tu mi dici di crederti ma io non so più in cosa credere ormai. Non c'è una singola cosa nella mia vita che sia rimasta come l'avevo messa io. Ora giro per la città al seguito di un gatto parlante per raggiungere non so nemmeno chi. A proposito, manca ancora molto?»

«Pazienta ancora un poco, siamo quasi arrivati» mi esortò il gatto che poi si lasciò sfuggire un commento: «Tzè! Umani.»

Alla fine arrivammo sul limitare di un parco. Non saprei dire con esattezza se fosse il parco Nord. A spanne avrebbe dovuto essere quello, ma la vegetazione e altri mille dettagli avevano un aspetto sinistro, come una foresta tropicale nel cuore della notte.

Il buio era ormai completo e l'unica luce che filtrava tenue fra le frasche era quella del disco lunare. Camminammo per un pezzo arrancando fra i cespugli. Sentii delle voci in lontananza farsi sempre più alte, a mano a mano che procedevamo. Il gatto balzellava sicuro davanti a me. Superata l'ultima cortina di alberi, sbucammo in una radura, illuminata da un cerchio enorme di torce.

Molti animali erano radunati in quello spiazzo. Sembrava una sorta di festa in onore di qualche celebrazione. L'aria era intessuta di suoni naturali la cui trama, ordinata da un'intelligenza impalpabile, componeva un disegno ritmico e quasi ossessivo, a sostegno del sibilo del vento. Sentivo i refoli attraversare i rami con una melodia faunesca.

Al centro della radura una donna stava danzando, illuminata dalle fiamme delle torce che le disegnavano sulla nuda pelle un vestito caldo di ombre arancioni. Sul volto portava una maschera grottesca. Il gatto mi rivolse nuovamente la parola.

«Quella è Lucy. Va da lei. Ti sta aspettando.»

Senza fare domande mi avvicinai al centro della radura e la osservai ballare affascinato. Si muoveva in maniera sinuosa e animale. Agitava le gambe e le braccia, distendendole e raccogliendole. Ogni quattro movimenti portava le mani alle caviglie e percorreva con esse tutto il corpo, fino a riportarle sopra alla testa. I piccoli seni oscillavano a ogni passo. Le sue movenze parlavano un linguaggio universale che non ha bisogno di convenzioni, suscitando in me il desiderio più potente. Sentii tanto la mente quanto il corpo concupirla con foga. Uscendo da un volteggio si fermò. Avvertii il suo sguardo indagarmi. Con un cenno mi invitò ad avvicinarmi.

Mentre percorrevo la breve distanza che ci separava si tolse la maschera. Quando fui a un passo di distanza non potei trattenere un sobbalzo. Davanti a me, vestita della tremula luce delle torce, c'era la mia compagna, che credevo in un piccolo paesino sperduto a chilometri di distanza, impegnata ad accudire la madre malata.

continua...