Share |

Ali di China

jazz vibrations

Non me la sentivo di rimanere in casa da solo, così me ne andai in cerca di un po' di distrazione. Dopo un certo girovagare confuso e inconcludente mi diressi al Black Belt, uno dei pochi luoghi in cui mi riuscissi a illudere di non essere in questa ordinaria Milano.

Trovai posto in un tavolo in fondo alla sala principale, ricavata dalla ristrutturazione di un vecchio capannone industriale. Il locale era già gremito nonostante fosse piuttosto grande. La cameriera — una delle poche gocce di bianco in mezzo a un mare di facce nere — prese la mia ordinazione e si insinuò nuovamente fra la folla.

Il Black Belt era stato aperto da pochi anni da una coppia di afroamericani venuti dagli Portland con soldi a sufficienza per provarci. La cosa buona fu che erano tipi speciali, con la voglia di costruire qualcosa di diverso. Entrambi musicisti dilettanti — lui pianoforte e lei sax — erano andati a pescare una a una le schegge di cultura nera, afro, beat e jazz che stavano conficcate a caso nella carne vecchia di questa città, in attesa che qualcuno le mettesse in ordine.

Il Belt era diventato rapidamente un punto di riferimento per i neri e gli stranieri in genere. La presenza di italiani dava loro modo di agganciarsi da qualche parte. Era come una bolla, un altrove atterrato meravigliosamente in questa città scostante e indifferente.

Quella sera in calendario c'era un quartetto, due senegalesi, un portoghese e un italiano che avrebbero suonato una miscela di jazz, soul e traditionals. Al tavolino accanto due ragazzi erano intenti a esplorarsi a vicenda, avvinghiati una sull'altro. Li invidiai, sentendomi così solo nonostante lei fosse partita da così poco. L'avevo portata più volte qui, per questo andarci in solitaria mi gettava una sensazione strana addosso.

Mezz'ora dopo il mio arrivo il gruppo salì sul palco e fece una breve presentazione prima di suonare. L'idea di ascoltare qualche standard, magari un po' rivisitato, mi faceva ben sperare. Non di rado il pubblico del locale si abbandonava a danze viscerali, se appena la musica lo consentiva. La cameriera depose il mio whisky accanto a un bicchiere d'acqua. Prima di allontanarsi mi gettò una strizzata d'occhio che mi lasciò interdetto. È curioso, pensai, che le donne non ti osservino finché le cerchi e ti notino solo quando hai una relazione. Probabilmente un uomo solo, per quanto sforzo ci possa mettere, non può mostrare altro che una pallida immagine di sé. Nulla di cui stupirsi. Era esattamente quello che era successo a me: lei mi aveva cambiato, tirandomi fuori tutto quello che per sfiducia lasciavo a marcire nel mio profondo.

Lo squillo della tromba annunciò l'inizio del concerto. Il nero che la suonava alternava la voce allo strumento, con un timbro ruvido e caldo. Sfoderando un repertorio che includeva dal gospel al dixieland più veloce, riuscirono con i primi quattro brani a conquistare il pubblico. Alcuni tavoli vennero spostati ai margini della sala, per far spazio ai ballerini, sotto lo sguardo compiaciuto dei proprietari, felici che la gente si sentisse libera e disinibita. Il gruppo dimostrò di apprezzare, infilando uno dietro l'altro pezzi molto ritmati, intervallati solo ogni tanto da uno spiritual, giusto per riprendere fiato.

Veder ballare in quel modo così sincero mi fece rimpiangere il mio ginocchio malandato. Forse la cameriera o qualcuna di quelle nere così selvaggiamente affascinanti avrebbero anche accettato, ma non sarei durato un minuto prima di cominciare a storcere la faccia per il dolore. Così mi accontentai di stare a guardare, sorseggiando il mio scotch. Durò una notte intera, ciò di cui avevo bisogno. Per ore riuscii a distrarmi dal soffocante peso che la presenza dell'Altro e l'assenza di lei mi ficcavano in gola.

Prima che la musica smettesse, parecchie persone dal pubblico erano salite sul palco per suonare un pezzo o due insieme alla band, come tradizione vuole. Quando il contrabbassista disse, senza possibilità di appello, che non sarebbe riuscito a produrre un'altra singola nota, il concerto terminò fra gli ululati dispiaciuti dei pochi che ancora si reggevano in piedi a sufficienza per continuare a ballare. Il banco mise su un disco e i musicisti andarono a dissetarsi dopo tanta fatica.

Nel giro di mezz'ora il locale si era praticamente svuotato, complice il fatto che fra una ballata e un'improvvisazione l'orologio segnava le tre e tre quarti. Mi ritrovai a finire il terzo wisky, un bourbon questa volta, quasi ultimo fra i clienti. I due ragazzi alla mia sinistra erano da un pezzo usciti alla ricerca di un luogo più confortevole per terminare la reciproca conoscenza. Anche senza averli sotto gli occhi, non potevo fare a meno di invidiarli. Quando la cameriera si diresse verso casa, lanciandomi uno sguardo che diceva «ma come, piuttosto che con me sei rimasto da solo?», i proprietari si avvicinarono al mio tavolo e mi dissero che in cinque minuti avrebbero chiuso. Ingollai quello che rimaneva nel bicchiere e li salutai.

Accanto alla porta, un ultimo cliente stava terminando il suo drink. Ci osservammo per un momento. Mi dette l'impressione di aver smarrito il senso di stare al mondo. Occhi spenti, barba sfatta, il cappello addosso, quasi non volesse essere scandagliato. Chissà che cosa gli passava per la testa. Lasciai perdere e uscii.

La strada fuori, illuminata da un solo lampione ronzante e mezzo difettoso, era una palude. Doveva aver piovuto parecchio mentre noi dentro non ci accorgevamo di nulla. Attraversai e mi fermai al distributore di sigarette per rifornirmi. Con la coda dell'occhio vidi scivolare fuori con fare indolente il tizio che stava all'ingresso, seguito dai proprietari che abbassarono la saracinesca con un frastuono indescrivibile. Stavano ancora girando la chiave nella serratura quando una macchina svoltò nella via.

Ebbi come un presagio alla schiena. La macchina si fermò proprio davanti all'ingresso e vomitò tre tizi ben piantati; due portavano i capelli corti, uno biondo e l'altro castano, il terzo aveva un berretto di pelle che lasciava intuire una rasatura completa. Tutti a volto scoperto, tutti e tre con cappotti neri lunghi fino al ginocchio. L'auto era una berlina di lusso. Perciò conclusi che dovevano essere gente con una certa disponibilità. Le voci mi arrivarono dall'altro lato della strada come un ringhiare rabbioso e ovattato.

Senza preavviso, come se rispondessero a un gesto convenzionale, i tre spinsero i proprietari contro il muro del locale e li bloccarono per la gola. Sentii la voce di lui che li implorava di non fare del male a sua moglie. Appena questo. Poi iniziò la scarica di calci e pugni, con una ferocia e una determinazione tale da sembrare impossibile attribuirla a degli esseri umani.

Sgranai gli occhi come paralizzato. Era evidentemente tutto organizzato. Quei figli di puttana ce l'avevano proprio con i due proprietari del Black Belt. Li avevano attesi tutta la notte e solo allora si erano mossi. Cristo, li massacreranno, pensai, e fu l'ultima cosa che feci.

Io.

 

 

I tizi stanno a ridosso del muro contro il quale sono accasciati i due neri. Sulla parete ci sono le strisce verticali del sangue. Rosse, per loro come per chiunque altro. Hanno i volti tumefatti. I segni delle percosse sono angosciantemente distinguibili nonostante la pelle scura. I tre simpatici ragazzi ariani li indicano con soddisfazione, contandoli come fossero trofei. Sono ancora intenti in quel macabro inventario quando l'Altro scende silenziosamente alle loro spalle, senza che si accorgano di nulla. Osserva per un attimo la donna. Lei apre gli occhi, lo osserva e fa qualcosa che mi lascia senza parole. Ci sorride.

L'Altro è folle. Non vuole solo uccidere. Non stasera. Si accosta al tizio castano e gli va a un palmo dalla nuca. Poi con un gesto rapido gli striscia la lingua viscida sull'orecchio. Quello ha un brivido e si volta. Trasale spalancando la bocca e l'Altro è veloce ad infilarci dentro una mano. Gli artigli sbucano dalle orbite, lacerando da dentro gli occhi come fossero acini d'uva matura. Quando ritrae il braccio, il corpo inerte si accascia a terra come la muta di un serpente.

Dura un paio di secondi, il tempo di dare modo agli altri due di accorgersi dell'accaduto. Urlano con tutta la forza che hanno in corpo come se volessero eliminarci con il solo impatto delle loro voci. Quello col cappello di pelle infila meccanicamente la mano dentro il cappotto ed estrae una pistola che assomiglia a un lanciarazzi in miniatura. A meno di un metro di distanza i colpi vanno a segno uno dopo l'altro. Sento i proiettili penetrare nella carne come aghi arroventati.

L'Altro si accascia al suolo, premendo una mano sull'addome. Vedo sempre più vicini i piedi del tizio che ci ha sparato. In due passi ci è addosso. Sento il freddo della canna puntato contro la fronte. È la fine. Questa volta non tornerò indietro.

«Sparagli, cazzo! Finiscilo!» grida il biondo. La voce gli vibra di follia. «Fagli saltare il cervello! Cosa aspetti?»

«Sì, vaffanculo» risponde berretto di pelle, calcando ancora di più la pistola. «Ora te ne vai all'inferno con i tuoi amichetti negri. Crepa!»

Il boato del proiettile riempie l'aria della notte. Ho ancora i suoi piedi davanti agli occhi, ma voltati in modo da mostrarmi i talloni. L'Altro alza la testa per farmi vedere il corpo esanime del biondo che si rovescia a terra con un buco non previsto nella fronte. Poi ci rimette in piedi e si piazza alle spalle di berretto di pelle che ha ancora il braccio disteso e la pistola fumante stretta in mano. Sento i pensieri di quell'uomo nella testa, come fossero miei. L'Altro lo sta condizionando. Il braccio gli si piega lentamente, portando la pistola sotto al mento. Fa a tempo a dire solo «No! Ti prego, no!». Poi una contrazione del suo stesso indice lo esenta per sempre dal provare paura.

L'addome mi fa male, ma constato con stupore di non avere segni evidenti di lesioni, come se quei proiettili non fossero mai esistiti. Osservo i due neri per un attimo. Non posso far nulla per loro, non più di così. Spero solo che la polizia non ci monti sopra nulla quando arriverà sul posto. Io ho dato. L'Altro è d'accordo. Vuole ritirarsi e lasciarmi l'ingrato compito di riportarci entrambi in un luogo sicuro. Ha appena cominciato a ritrarre le ali quando una voce lo inchioda dall'incrocio più vicino.

«Fermo! Polizia!»

C'è un tizio in fondo alla via; cammina circospetto, a gambe larghe e ginocchia piegate come se dovesse evitare delle uova. Ha la pistola spianata in una mano e con l'altra si sorreggere il polso. Mentre passa sotto il lampione ronzante lo riconosco. È il cliente uscito per ultimo. Gli spari devono averlo attirato. Sono davvero felice di sapere che è un poliziotto, ci mancava solo questa!

L'Altro è ancora al comando. Non ho proprio voglia di far fuori un agente. È l'ultima cosa che ci serve. Spero che se ne renda conto, anche se dubito fortemente che abbia la minima idea di cosa sia un poliziotto. Quando arriva a distanza ravvicinata, l'Altro si erge in tutta la sua altezza e spalanca le ali al massimo dell'estensione. Il poliziotto ha un cedimento; anziché sparare apre la mano e lascia cadere la pistola. Vedo la sua bocca spalancata e tremante. L'Altro gli salta a un passo e quello indietreggia, perdendo l'equilibrio. Cade a terra e comincia a scivolare all'indietro, spostandosi sul fondoschiena. È fatta, penso, lo farà a brandelli e la polizia non ce lo perdonerà.

Un istante dopo, lo sbirro è grande come un puntolino, accanto al Black Belt che ha la dimensione di una scatoletta di cerini. L'Altro si è librato in volo con un salto che mi ha provocato fitte soffocanti. Da quassù la città assomiglia ad una tovaglia a toppe grandi e piccole. Una tovaglia sulla quale si consuma quotidianamente il pasto rituale dei predatori.

continua...