Il mattino seguente la mattanza al Black Belt mi svegliai sul divano del soggiorno. I ricordi erano ancora così vividi, così tangibili. Avevo bisogno di parlarne con l'unica persona con cui fosse possibile. Rotolai sul pavimento alla ricerca del telefono. Il petto mi faceva ancora male, ma non presentava effettivamente segni di ferite o anche solo ecchimosi.
Composi il numero e attesi che qualcuno rispondesse. Finalmente sua madre sollevò la cornetta e appena riconobbe la mia voce iniziò a dirmene di ogni tipo, finché la cornetta non le venne sottratta. All'altro capo c'era una voce che stentavo ad attribuire alla mia compagna.
Mi raccontò della crisi, del fatto che lei aveva sognato e non si era accorta di nulla. Mi spiegai un po' meglio perché sua madre mi avesse aggredito a quel modo. Le chiesi come stesse e cercai di confortarla. Riattaccai meccanicamente il ricevitore, stordito dalle notizie ricevute e senza averne a mia volta date. Le avrei detto tutto al suo ritorno. Oppure no?
La sua voce mi era sembrata incredibilmente diversa. Aveva un suono opaco e lontano che mi mise addosso la sensazione nervosa della distanza. Una paura torbida e informe cominciò a crescermi dentro. La paura che qualcosa si fosse definitivamente intromesso fra le nostre vite e avesse iniziato un sordo e inesorabile processo di distacco. Il gatto, appollaiato accanto al telefono, sembrò darmi ragione con lo sguardo.

Tentai di aggrapparmi da qualche parte. Se non altro, in quel fiume in piena di cattive notizie galleggiava anche l'idea che lei sarebbe tornata a casa entro il giorno successivo. Cercai di accontentarmi di quello, accantonando le altre informazioni almeno per qualche ora. Mi ero appena immerso in quel difficile esercizio autoterapeutico quando il campanello irruppe nei miei pensieri. Aprendo la porta mi ritrovai di fronte la più inattesa delle sorprese.
«Lei?» domandai di getto.
«Lei?» rispose altrettanto stupito il poliziotto che meno di ventiquattro ore prima l'Altro aveva risparmiato con mio immenso sollievo. Per un attimo desiderai che non fosse stato così. Ma fu un pensiero fugace che si dissolse istantaneamente. Ci squadrammo per un po' sulla soglia, senza che nessuno riuscisse a venire a capo dello stupore stampato in volto. Osservai la sua figura ordinaria, la bocca sovrastata dai baffetti ingrigiti. Valutai che potesse avere fra i cinquantacinque e i sessant'anni. I suoi occhi verdi staccavano nettamente dal resto del viso, con quella guizzante curiosità che contrastava con la pacatezza dell'espressione. Alla fine fui io a sbloccare la situazione.
«Sbaglio o ci siamo incrociati ieri sera all'uscita dal Black Belt?»
«Non sbaglia. Posso entrare?» domandò gettando un'occhiata alle mie spalle, quasi volesse guadagnare elementi per valutare se un mio eventuale rifiuto potesse essere pretestuoso.
«Mi scusi la domanda, ma: chi è lei?» domandai guardingo, cercando di fingere di non sapere chi fosse, dopo aver realizzato di essere in una posizione di potenziale pericolo.
«Ha ragione, non mi sono presentato. Mi chiamo Panetta, sono commissario di polizia. Be', tecnicamente ora come ora sarei fuori servizio, diciamo così. Comunque, vorrei scambiare due parole» aggiunse tornando a fissare l'attenzione su di me. L'espressione del viso gli conferiva un'apparenza onesta e inoffensiva. Ma la sensazione di pericolo mi mantenne vigile.
«E di cosa vorrebbe parlarmi, se posso chiedere?»
«Per la verità non è con lei che volevo parlare, ma con la signorina... Aspetti, devo essermi appuntato il nome sul mio taccuino.»
Quando fece il suo nome, un getto acido risalì dallo stomaco a contrarmi la bocca. Se avesse detto il mio nome, tutto sarebbe stato corretto. Allarmante ma corretto. Ma perché voleva parlare con la mia compagna?
Mi sentii immediatamente affaticato. Mantenere la concentrazione per recitare la mia parte fatta di stupore posticcio mi costava un certo sforzo mentale, dal quale speravo di liberarmi il prima possibile facendogli dire ciò che già sapevo. Ma quella frase cambiò radicalmente tutta la situazione. Tentai di camuffare lo sgomento. Il senso di colpa per averla coinvolta in questa faccenda, per quanto non capissi come, fu sul punto di travolgermi, ma riuscii a raccogliere le energie per proseguire.
«Non c'è e non tornerà prima di qualche giorno.» Non mi accorsi nemmeno di avergli parzialmente mentito. «Perché la cerca?»
«Abbiamo individuato un possibile legame fra gli omicidi attribuiti al cosiddetto Ali di China. Diverse vittime provenivano da un paesino nella cintura agricola a sud di Milano, nel pavese. Stiamo visitando tutti gli abitanti che da lì si sono trasferiti qui in città. Non si allarmi: non c'è nessuna imputazione. Contattiamo chi è qui per sveltire le indagini, anziché andare fin laggiù.» Fece una pausa, poi riprese «Magari posso chiedere a lei nel frattempo che la signorina non c'è. A proposito: da quanto tempo vi conoscete?»
«All'incirca un anno.»
«E da quanto tempo vivete qui?»
«Io da anni, lei da qualche mese.»
«Siete sposati?»
Alla terza domanda la bilancia della sopportazione tornò in pari. Non volevo dimostrarmi restio a collaborare, ma quell'uomo non aveva neppure un mandato e non era nemmeno in servizio. Per quanto l'essere in borghese lo facesse sembrasse inoffensivo, era pure sempre un poliziotto. Ossia un pericolo.
«Non vorrei sembrarle sgarbato, ma le sue domande si stanno facendo sempre più personali e non intendo rispondere se non mi mostra un mandato ufficiale.»
«Mi scusi, è nei suoi pieni diritti non rispondere» accondiscese, fissandosi per un attimo la punta delle scarpe. Sembrava un animale sconfitto, in quella posizione così dimessa. Invece mi sorprese di nuovo, rialzando velocemente il capo. «Va spesso al Black Belt? Non ricordo di averla incrociata prima di ieri sera.»
«Qualche volta, quando ho bisogno di dimenticarmi di tutto.»
«La capisco sa, quei due ragazzi hanno fatto un piccolo miracolo. La porta di quel locale è un passaggio verso un altro mondo. Qualsiasi cosa stia pensando, quando entro lì dentro la mia mente si svuota, si distende e posso rilassarmi come raramente mi succede altrove.»
Valutai l'ipotesi che stesse cercando di distrarmi per farmi perdere l'equilibrio e poi tornare a incalzare con domande più pressanti. Ma alla fine finii per convincermi che fosse sincero. Infatti si congedò da me.
«La ringrazio per la disponibilità. Ripasserò, sperando di trovare la signorina in casa. Arrivederci.»
L'ennesimo uso della parola “signorina” me lo riconsegnò nel pieno della sua natura di pubblico ufficiale. Se avesse battuto i tacchi come un dragone reale non mi sarei minimamente stupito. Invece se ne andò con un passo indolente che non mi diede nemmeno modo di replicare. Lo osservai per un momento scendere le scale finché la rampa successiva non me lo sottrasse alla vista. Richiusi piano la porta con un certo sollievo. Il gatto mi fissò di tre quarti, quasi volesse biasimarmi per la situazione in cui avevo ficcato tutti quanti.