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Ali di China

interludio

Mi sentivo troppo scosso per tornare a casa. La gamba non mi dava particolarmente fastidio e il tepore della giornata mi invogliò a fare una passeggiata per la città.

Percorrendo l'Alzaia giunsi alla porte della Darsena, dove la via riempie di botteghe e negozi. La gente mi scorreva attorno come un fluido denso e indifferente. Costeggiando le vetrine gettavo svogliatamente l'occhio senza che nulla riuscisse ad attrarre la mia attenzione. Ma fra un bistrot e un negozio di scarpe trovai una libreria dall'aria piuttosto vecchia, fi quelle aperte un secolo prima e tramandate di generazione in generazione.

Invece dei soliti bestseller freschi di pressa, mostrava ai passanti libri antichi come trattati di politica, storia e geografia, con la copertina in pelle e il dorso spesso, quinterne solide e ogni tanto un segnalibro rosso che sbucava dal mezzo come una lingua di serpente. Mi fermai a osservarli affascinato. Fra un atlante miniato con figure fantastiche e un galateo che aveva visto giorni migliori c'era un volume, deposto su un panno rosso. Riportava in copertina una composizione simbolica. Dal titolo compresi che doveva trattare di alchimia o magia di qualche sorta. Vinto dalla curiosità, entrai.

La prima impressione fu che la libreria fosse costruita con i libri, invece che di mattoni. Tutto il perimetro era stato sfruttato con scaffali su misura che arrivavano persino a seguire i vuoti lasciati dalle volte del soffitto. Su di essi dovevano essere collocate decine di migliaia di volumi antichi. Mi sentii come proiettato indietro nel tempo. Un bancone di legno scuro con una teca in vetro occupava il centro del locale. Dentro la teca erano deposti alcuni oggetti probabilmente di valore, come ostensori e coppe, e alcuni volumi aperti.

Da una porticina sul fondo del negozio emerse un vecchio, senza barba e con i capelli bianchi come neve a contornare la nuca. Il viso scavato e rugoso mi ricordò quelle miniature svedesi di folletti dai tratti grotteschi e caricaturali. Due lenti minuscole gli poggiavano a mezz'asta sul naso. Appena mi scorse, un sorriso gli solcò il volto come una maschera greca al punto che mi parve potesse tagliarglielo in due metà.

«Benvenuto, signore, ben venuto. Mi perdoni se non sono giunto subito da lei, non subito. Stavo riordinando il retrobottega, stavo. Posso esserle d'aiuto in qualche maniera?»

Gli risposi che mi sarebbe piaciuto dare uno sguardo al volume in vetrina e glielo indicai. Gli si contorse il volto in una smorfia.

«Ecco, vede, normalmente non concedo alle persone di consultare volumi come quello. Mi attendo che entrino e li comprino, ben sapendo di cosa si tratti, ben sapendo. Sa, ci sono cose che temono la corruzione del tempo più della carne stessa. Non ha idea di quanti ne abbia visti ridotti a diafani residui di ciò che erano, sfaldati dalla saliva, consumati da dita indelicate, squinternati da mani maldestre, piegati, segnati, strappati perfino!» recitò salendo di tono con quella vocetta gracchiante fin quasi a strozzarsi. «Oh mi perdoni, io divago e a lei magari non interessa...» concluse, guardandomi di sottecchi come a invitarmi a dichiarare da che parte stessi: ero dunque uno di quelli che maltrattano i libri come fossero depliant trovati sul lunotto dell'automobile, oppure ero auspicabilmente una persona di sensibilità evoluta al punto di soffrire per ogni minima menomazione praticata su quegli inestimabili oggetti? Gli risposi, senza mentire troppo, ciò che voleva sentirsi dire e il vecchio si distese.

«Vede, quel testo oggi vale parecchio denaro. Ma non è per questo che io lo serbo in così gran riguardo. Oh no, no di certo! Intuisco che lei non sa su cosa abbia deposto la sua attenzione, dico bene? Già. Lo avevo capito» disse senza un'inflessione di delusione, come invece mi attendevo.

«Quel volume è una delle poche copie esistenti del trattato di Incubologia e Succubologia di Settimio Savio Vertuliano.» Mi squadrò per un istante. «Vedo che il nome non le dice nulla. Non la biasimo. Solo pochi addetti lo conoscono.»

Aveva detto addetti o adepti? Glissai e tornai a seguirlo.

«Nel tredicesimo secolo dopo Cristo, Settimio Savio Vertuliano era un saggio errante, un dotto uomo che girava le corti d'Europa per propagandare le proprie idee, o almeno parte di esse, a medici, studiosi e scienziati — se così possiamo dire — che operavano al servizio di monarchie e signorie. Era per impostazione un uomo simile a Leonardo; simile, certo. Ambiva allo sviluppo di ogni arte, senza considerarne alcuna superiore all'altra. Tuttavia di Leonardo non eguagliò naturlamente l'intelletto, o forse solo la fortuna, altrimenti oggi lo ricorderemmo come un pilastro della conoscenza. Invece è un illustre sconosciuto» pigolò, ridacchiando per quell'insipido motto satirico che si era concesso.

«D'altro canto certe idee che andava propagandando oggi non troverebbero facilmente posto fra capisaldi della scienza; no di certo. Vede, Vertuliano era certamente un personaggio stravagante e pure di vedute aperte, soprattutto se paragonate a quelle dell'anno milleduecentoventuno in cui nacque. O era il milleduecento-ventidue? Ma bisogna pur ammettere che qualche abbaglio nella scelta dei suoi studi lo prese, e anche bello grosso. E qui arrivo al nostro libro. Oh, a proposito...»

Uscì dal bancone e si portò alla vetrina. Scostò delicatamente l'anta scorrevole e raccolse fra le mani il volume. Si accostò nuovamente al bancone e ve lo depose come si fa con i neonati nella culla. Nei suoi occhi brillava una luce eccitata per quel volume del quale mi aveva appena suggerito egli stesso ogni male.

«Ecco! Le mostro qualche pagina. Se vuole toccarlo, devo chiederle di indossare questi guanti di panno. Davvero molto gentile.»

Cominciammo a percorrere una galleria di immagini dalla prospettiva stentata, i colori stinti e la bizzarria davvero sorprendente. Bestie risultanti dalla fusione di animali noti e ignoti. Corpi con gli arti scambiati. Volti con la bocca sulla fronte e gli occhi fra i denti. Ma più di ogni altro soggetto, il libro era dominato da donne congiunte carnalmente con le più improbabili creature, inclusi serpenti, arieti, batraci e, inevitabilmente, demoni. Ce n'erano di tutti i tipi, non restava che l'imbarazzo della scelta. Rossi, neri, con una o più code; con un corno al centro della fronte oppure uno per tempia, o anche dotati di morfologie più complesse. Alcuni erano raffigurati a mani vuote, benché muniti di evidenti artigli, altri invece brandivano lance o forconi come nella più banale delle iconografie medievali.

«Credo capisca perché sono tanto orgoglioso di quest'opera; tanto, certo. Non è un tascabile da edicola di stazione, per così dire. In quelle pagine c'è una summa estetica delle paure e delle angosce del tredicesimo secolo. Tutto ciò che condizionava il volgo fino a condurlo a gesti estremi. Bastava evocare a parole una di quelle creature, una sola, e interi villaggi sprofondavano nel panico, sprofondavano, letteralmente.»

Sembrava godere all'idea della follia collettiva.

«Per fortuna quei tempi sono finiti» tentai di smarcarmi.

«Può darsi.»

Speravo che mi avrebbe raccontato qualche favoletta a base di pipistrelli e gatti neri da poter rivendere, ma il vecchio puntava altrove e io non ero decisamente dell'avviso, non dopo che l'Altro mi aveva dato nuovamente scacco. Decisi di sfogliare il resto del volume, giusto per non essere troppo sgarbato. Finito quello avrei ringraziato e me la sarei filata.

Quando mancavano poche pagine alla fine del volume, un'immagine mi apparve come una fitta agli occhi. Boccheggiai. Su quella pagina c'ero io!

Non nella mia forma umana. Su quella pagina era rappresentata, quasi come in una fotografia, la mia immagine nel momento in cui l'Altro prende il sopravvento e mi trasforma nell'aspetto e nell'intenzione. Un colosso nero con tanto di contadini trecenteschi alti la metà messi lì accanto apposta per poterne prendere le misure. E sullo sfondo quelle gigantesche ali nere.

Sfilai i guanti di getto, li appoggiai maldestramente al bordo del bancone, tanto che uno cadde a terra. Fissai il vecchio con rapidità, balbettando lo ringraziai per la pazienza e dissi che uscivo di fretta, adducendo contemporaneamente un impegno e la claustrofobia come motivazioni. Il vecchio sembrò contrariato; probabilmente dovevo essere l'unico cliente della settimana o dell'intero mese. Ma non tentò di trattenermi. Si augurò solo di rivedermi presto, che la sua libreria era colma di libri di più valido contenuto e avrebbe volentieri ricevuto nuovamente la mia visita...

Persi le sue ultime parole sulla porta mentre mi reimmergevo nel sole ancora caldo, grondando sudore freddo.

continua...