Share |

Ali di China

incenso 2

La questura brulicava di attività come un formicaio in un giorno di pioggia. La visita pasquale dell'arcivescovo era un momento ufficiale attesissimo dalle alte sfere che avevano obbligato tutti, volenti o nolenti, a presentare una non meglio definita immagine di efficienza e sicurezza. Il vicequestore in persona si era autoincaricato dell'organizzazione dell'evento. Da alcuni giorni batteva i corridoi e gli uffici, sorvegliando che tutto fosse in ordine e correggendo ogni atteggiamento degli agenti che risultasse, a suo dire, inadatto alla circostanza che stavano per celebrare. Naturalmente la compartecipazione morale non era in alcun modo obbligata, almeno non da che l'Italia aveva smesso di riconoscere una religione di stato. Tuttavia nessuno si sarebbe azzardato a protestare, per evitare di incorrere nella disapprovazione dei superiori.

L'atrio dell'edificio accolse l'arcivescovo fra due ali di agenti schierati e paralizzati in un sorriso di pietra. Il porporato non lesinò benedizioni e impiegò un buon quarto d'ora a percorrere il corridoio, trattenendosi ogni volta che incrociava il successivo poliziotto, come in una orgiastica e autocelebrativa via crucis.

La sala maggiore era stata allestita per una breve conferenza stampa durante la quale l'arcivescovo sottolineò l'importanza dell'azione delle forze di polizia e ne elogiò l'operato, confondendo forse la sua carica con altre democraticamente elette. Il vicequestore dimostrò per tutto il tempo il suo apprezzamento per l'efficacia coreutica di quella manifestazione mantenendo un'espressione soddisfatta e continuando a concedersi ai fotografi in pose accanto all'ospite d'onore.

arcivescovo

Terminato il momento mondano i fotografi vennero liquidati e gli agenti furono rispediti nei rispettivi uffici. L'arcivescovo venne accompagnato lungo l'intricata trama di corridoi a constatare coi suoi stessi occhi l'operosità degli uomini, donne incluse, preposti alla tutela dell'ordine pubblico. Solo i laboratori della scientifica vennero risparmiati a quella immotivata intrusione, incontrando peraltro il consenso dello stesso prelato che non ambiva in alcun modo ad addentrarsi in luoghi così scabrosi.

Al termine del cerimoniale, dopo interminabili convenevoli, l'arcivescovo manifestò il desiderio di conferire in privato con il vicequestore il quale fu lieto di accontentarlo.

L'ufficio, all'ultimo piano dell'edificio, era integralmente foderato di targhe, onorificenze e attestati, che coprivano una ormai inutile tappezzeria di colore tenue, quasi bianco. Il mobilio piuttosto abbondante era però di stile sobrio, quasi minimale, come a sottolineare la modernità dell'uomo a cui era destinato. Presero posto attorno a un tavolo dal profilo ricurvo, defilato rispetto all'enorme scrivania e leggermente discosto rispetto alla finestra dalla quale filtrava una luce tiepida.

L'arcivescovo sembrava scalpitare dalla voglia di esternare le proprie sensazioni. «Sono molto impressionato dalla visita di quest'oggi. Vedo che il personale di polizia lavora alacremente e sorveglia la città costantemente. Voglio complimentarmi con lei.»

«La ringrazio monsignore. Da quando mi sono insediato come vicequestore ho dovuto lavorare parecchio per costruire questa situazione di efficienza e di cooperazione che lei oggi ha potuto constatare. La situazione non era ben messa al mio arrivo. Non per affossare l'operato di chi mi ha preceduto. So che vi conoscete.»

«Sì, io e il dottor Bentornato siamo in buoni rapporti. Anche lui spesso mi lamentava i disagi per le condizioni nelle quali si trovava ad operare. Ad ogni modo devo dire che, a giudicare dall'impressione che ne traggo, lei ha fatto un ottimo lavoro.»

Il vicequestore si concesse un sorriso compiaciuto. Il suo tono ingessato, il suo usuale aplomb lasciarono trasparire per un istante la vanità che animava l'operato di un uomo, sempre teso a migliorare la propria immagine con i fatti o, se necessario, anche con la mera apparenza.

«Ecco, io non so come ringraziare sua eccellenza. Io sono un uomo schivo, vivo per il mio lavoro. Il suo riconoscimento è per me motivo di enorme felicità.»

«Me ne compiaccio e mi sento anzi di esprimerle il mio più completo appoggio in favore di una sua superiore valorizzazione. La città può molto beneficiare dalla presenza di uomini della sua tempra e tenacia» concluse l'arcivescovo serrando in aria il pugno, come se brandisse una spada.

Gli occhi del vicequestore si accesero di una luce elettrica che sembrava crepitare quanto la sua brama di carriera. «Le sono grato per questa propensione nei miei confronti, Eminenza. Se posso fare qualcosa nello specifico per ricambiare?»

Il volto dell'arcivescovo perse quella sorniona ilarità e si ammantò di un'ombra. Serrò gli occhi come feritorie dalle quali stesse per sparare e con lo sguardo inchiodò l'attenzione del vicequestore, che sentì defluire rapidamente la felicità così effimera appena provata. Realizzò che tutto quel panegirico su meriti e risultati era stato disposto ad arte per introdurre una richiesta di qualche tipo.

«In realtà qualcosa ci sarebbe, sì.» Una mano prese a tormentare l'anello pastorale. «Le confesso di essere piuttosto restio a trattare questa faccenda che non dovrebbe essere di nostra competenza, né vorremmo che lo fosse. Una faccenda che, se non manifestasse questi tratti così surreali, oso dire, sarebbe di esclusivo appannaggio della polizia, ovviamente. Oltretutto in questo periodo di preparativi in vista della Santa Pasqua, non vorremmo essere in alcun modo ostacolati da inutili episodi che possano turbare la quiete dei fedeli nel percorso di avvicinamento alle celebrazioni.» Interruppe il prologo per constatare gli effetti prodotti. «Lei capisce a cosa mi riferisco?»

Il vicequestore lo ascoltava smarrito. «Se sua eminenza volesse indicarmi più specificatamente...»

«Oh, la smetta di parlare come se stesse redigendo un verbale!» lo rimbrottò rapida la voce del prelato, divenuta repentinamente brusca. «Sto parlando di quel pazzo criminale che va in giro a uccidere conciato come un satanasso da illustrazioni per ragazzi!»

«Ah!» gorgogliò di rimando il vicequestore, malcelando il disappunto per la piega che la discussione si avviava a prendere. «Sì, capisco.»

«Lei comprenderà sicuramente la mia preoccupazione che questa vicenda possa turbare i fedeli, in special modo nel periodo liturgico in cui ci troviamo.»

Il vicequestore si riprese come poté, tentando di imbastire una qualche sorta di difesa. «Io le assicuro che tutto l'organico disponibile sarà impiegato nella risoluzione di questo caso. Abbiamo già assunto come obiettivo prioritario l'identificazione di questo mitomane e il suo arresto.»

«Temo che dovrò essere più chiaro.» L'arcivescovo si alzò in piedi. Pur non essendo un uomo di statura imponente, riuscì a scaturire un'aura suggestiva. Il vicequestore ebbe l'impressione che la luce si fosse soffusa. «Questa è la prima celebrazione della Pasqua a Milano da quando mi sono insediato in città. Non intendo lasciarla rovinare da questo accidente di mostro, presunto o reale che sia, che se ne va in giro a macellare persone come bestie e oltretutto solletica la fantasia dei giovani. Alcuni lo hanno già eletto a icona. Ricevo ogni giorno rapporti circa la presa che questa figura fa nelle scuole. Questa cosa non deve proseguire. Sono il mio gregge, non il suo! Che quella bestia faccia i suoi proseliti altrove, questa città è mia!»

Fissò per un istante il suo sbigottito interlocutore, poi ricompose la postura delle spalle e si rimise a sedere. Sul suo sorriso riapparve immediatamente la bonarietà che l'aveva contraddistinto dal momento in cui aveva varcato l'ingresso principale della questura. «Sono certo che saprà assicurare questo criminale alla giustizia e sono altrettanto certo che la città gliene sarà grata, a partire da me.»

Il vicequestore emise un profondo sospiro come un toro sfiancato e decise di arrendersi al suo mattatore.

«Le garantisco che otterremo risultati. E in fretta.»

«Ne sono certo.»

continua...