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Ali di China

incenso 1

Se sua moglie non lo avesse costretto, Panetta sarebbe rimasto volentieri a casa, sprofondato nel suo divano preferito a leggere noir e a fumare trinciato superiore. Ma la liturgia aveva sbaragliato il suo programma e lo aveva costretto a cercare posto su quella scomoda panca di legno in una soleggiata domenica d'Aprile.

Il Duomo gli dava un'impressione soverchiante, come era nelle intenzioni dei costruttori. Esaltare il potere dei Visconti agli occhi della plebe, così che non si sognasse d'insorgere. Davvero efficace, pensò fra sé.

I paramenti di Quaresima gli risultavano opprimenti, così in contrasto con i moniti rivolti ai fedeli su fame e povertà, dalle bacheche all'ingresso. Non che siano fatti miei, pensò Panetta. La sua religiosità, aggiustata sull'esperienza di vita in polizia, non aveva nulla a che spartire con quelle convention settimanali. Se solo fosse stato lo stesso per sua moglie!

Uno stuolo di chierichetti ammaestrati piroettò dal transetto e compose un coro alle ali dell'altare maggiore, cantando temi in latino di cui forse nemmeno conoscevano il significato. Alcuni officianti sulla trentina, vestiti con pizzi finemente ricamati, aspergevano incenso per le navate. Una boccata affogò Panetta alla nausea e si ritrovò a tossire sotto allo sguardo di esecrazione della moglie. Si ricompose togliendo le suole dall'inginocchiatoio e tirandosi in basso la giacca. Coraggio vecchio mio, si disse, la notizia positiva è che prima o poi tutto questo finirà. Vedrai che sopravviverai.

Sostenuto dal fiato trionfale dell'organo, l'arcivescovo fece il suo ingresso teatrale, preceduto da una decina di portavessilli e seguito da altrettanti cortigiani. Salì la scala del pulpito, mentre l'organo lo incitava, come un tamburo avrebbe fatto con un crociato in Terra Santa, finché, erto sulla folla, impose il silenzio. Solo allora l'organo tacque.

Sembrava in gran forma. Quella era la prima Quaresima che celebrava a Milano e voleva indubbiamente impressionare la città, essendosi insediato solo pochi mesi prima. Panetta si preparò a resistere alle bordate ideologiche, in mezzo a una platea che non sembrava desiderare altro.

«Miei cari fratelli»

Panetta abbassò la visiera di un elmo immaginario.

«Mie care sorelle»

Sua moglie sfoggiò un raggiante sorriso. Panetta strinse meglio la presa sulla lancia.

«La celebrazione della santa Pasqua si avvicina e noi dobbiamo accogliere il messaggio del Signore a braccia aperte.»

Panetta, per tutta risposta, arcionò meglio le gambe sul suo destriero.

«Gesù è morto sulla croce per noi, per liberarci dal peccato e condurci alla salvezza al cospetto di Dio. Ma perché la salvezza ci venga concessa, dobbiamo meritarla con le azioni e con i gesti quotidiani. In ciascuno di noi può risiedere il peccato e siamo noi stessi a dover vigilare, secondo le indicazioni della Chiesa, affinché la nostra anima si possa salvare.»

Oh, andiamo, Messer Arcivescovo, è tutto qui quello che sai fare? Queste sono schermaglie da scuola cadetti.

«In questi tempi cupi, in cui nuove minacce all'ordine sancito dalle Scritture vengono propagandate come sfide da accettare, senza riflettere minimamente sulle conseguenze; in cui si ritiene lecito disgregare quell'unità fondamentale, tanto per la Chiesa che per la Nazione tutta, che è la famiglia; in cui c'è chi si arroga il diritto di interrompere una vita prima del termine che il Signore ha disposto solo perché non si è perduto il coraggio di affrontare la sofferenza; in questi tempi in cui la perversione, la licenziosità dei costumi, la lascivia con cui troppi si concedono alla lussuria, ebbene la Bibbia ci dice che noi tutti dobbiamo riscoprire la rettitudine e l'incorruttibilità morale di cui la Parola di Dio ci rende colmi!»

Quanti diversivi, Messere!

Panetta cominciava a stancarsi di quel passatempo mentale e soffocò a stento uno sbadiglio, mimando una fitta a un dente.

«Giovanni ci ammonisce nell'Apocalisse. I segni della fine sono scritti!»

Panetta ebbe un improvviso rigurgito di interesse. L'arcivescovo sollevò una bibbia dal leggio e prese a leggerla.

«Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra... Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.»

L'arcivescovo fece una pausa, poi riprese con tono più vigoroso.

«La fine non è ancora giunta! Il Signore soltanto sa quando è nei suoi piani di inviarla. Ma alcuni segni della corruzione della Babilonia sono già stati seminati fra noi. Alcuni avamposti bruciano e il primo è proprio qui, a Milano!»

Panetta sgranò gli occhi. Non poteva credere di aver davvero sentito quelle parole. La visiera dell'elmo cadde al suolo producendo un immaginario clangore metallico nella sua testa. Doveva avere un'espressione ebete perché sua moglie gli rifilò una gomitata nel costato. Mentre si massaggiava, si chiese se l'arcivescovo fosse un esaltato o un lucido calcolatore.

«È scritto che il drago sarà precipitato sulla terra e con lui i suoi angeli. Le cronache di questi giorni sembrano brani tratti dalle Scritture. Una forza infernale ha iniziato la sua cruenta mietitura d'anime, senza badare se siano maschi o femmine, adulti o bambini. Essa ha ali come gli angeli che seguirono satana contro Dio onnipotente. Essa si muove come ombra nella notte dalla quale proviene e in essa consuma il suo orrendo e pur devoto compito. Annunciare col sangue la resa dei peccati.»

L'arcivescovo percorse la platea con lo sguardo. Era rubizzo in volto. Panetta invece smascellava. Ebbe l'impressione che il Duomo fosse stato trasportato indietro di settecento anni, quando la Chiesa romana inviava i suoi predicatori migliori nelle città piagate dall'eresia catara e valdese. L'arcivescovo, con quella foga, avrebbe potuto certamente essere uno di loro.

«Il giusto e il probo non teme nulla perché la luce della Fede è come una lanterna che guida il suo passo nella notte. E noi tutti dobbiamo essere grati a Dio per questo dono che ci ha concesso. Ma dobbiamo anche agire, per esserne degni.»

Non vorrà mica aizzare i fedeli contro quella cosa, pensò Panetta.

«La fine dei tempi è segnata e noi non possiamo fermarla o cancellarla. Ma possiamo contribuire all'affermazione della rettitudine e dell'ortodossia, schierandoci apertamente dalla parte dei Giusti e impedendo che offese alla ragione e alla normalità vengano perpetrate da chi gode della sovversione e dell'abbruttimento della Creazione. Chi perverte l'ordine naturale, chi corrompe la volontà di Dio deve essere avversato per il suo stesso bene. Preghiamo il Signore.»

Panetta inghiottì un rumoroso sospiro. Non poté fare a meno di apprezzare la sfacciataggine con cui il porporato aveva inteso usare un fatto di cronaca, opportunamente condito, per gli scopi della Chiesa.

La cerimonia si concluse con una intollerabile litania di responsori e Panetta agognò l'uscita in piazza del Duomo come non gli era successo mai. Appena fuori si soffermò a osservare i volti dei fedeli che sciamavano verso il metrò o le automobili parcheggiate in piazza Cairoli. Ne rimase impressionato. A parte pochi capaci di leggere l'omelia fra le righe, la maggior parte recava sul volto la suggestione di quelle parole. Quella capacità fascinatoria lo sbalordiva e lo turbava allo stesso tempo. Si chiese fino a che punto avrebbero potuto esser condizionate. Poi si ricordò della moglie e con amarezza le riconobbe sul viso quell'aura di serena determinazione. La sensazione di chi è nel giusto. Qualcosa che Panetta non sperimentava ormai da molto, moltissimo tempo.

Una volta rincasato si addormentò sul divano.

Si risvegliò verso le sei e decise rapidamente che non avrebbe sopportato di concludere la domenica davanti al televisore o ascoltando le invettive estatiche di sua moglie. Aveva bisogno di un diversivo che gli permettesse di arrivare fino al mattino successivo. Un po' di jazz e un paio di whisky potevano andare. Scivolò nel cappotto e si chiuse la porta alle spalle mentre sua moglie tentava di dirgli qualcosa.

continua...