Il suono martellante del campanello fu preceduto da un rapido presentimento. Aprii la porta senza sorpresa.
«Buona sera, commissario.»
«Buonasera. Posso entrare?»
«È venuto ad arrestarmi un'altra volta?»
«No. Vorrei solo scambiare due parole con lei, se non le spiace.»
«In questo caso, si accomodi. Gradisce qualcosa? Un wisky magari?»
«Doppio, se non le dispiace.»
Lo feci sedere sul divano e gli versai una dose generosa di scotch da un'ampolla che tenevo davanti alle altre bottiglie del bar. Feci altrettanto per me e andai ad appollaiarmi sulla poltrona di vimini, quasi a cercare il sostegno di una compagna che temevo ormai perduta per sempre. Dalla finestra semiaperta entrava un'aria fresca e corroborante con i profumi dela primavera. Un'aria notturna ma rilassante, tutto il contrario delle inquietanti notti che si erano susseguite fino ad allora.

Dopo un momento di imbarazzo, Panetta ruppe gl'indugi. «Non so da che parte cominciare. Le confesso che in oltre vent'anni di servizio in polizia, credevo di aver visto più o meno tutto. Ma da quando questa vicenda è iniziata, mi è crollata la terra sotto i piedi. Ho bisogno di capire cosa è successo dentro al Duomo. E prima ancora, al Black Belt. Ho bisogno di risposte.»
«Non è il solo. Anche io ne ho bisogno.»
«Ma lei sa. Voglio dire, lei ha - mi scusi se sono diretto - ha fatto quelle cose. È vero?»
Capii dalla voce che dubitasse persino delle domande.
«È vero e al tempo stesso falso. Il mio corpo ha fatto ciò che sappiamo, ma non la mia volontà. Io non ho voluto nulla di quanto è successo. Ho subìto quanto tutti gli altri. Anzi, peggio degli altri.»
«Chi è lei?» mi chiese a bruciapelo.
Chi ero io? Perché tutto questo era successo proprio a me?
«Una persona qualunque.»
«Guardi che non sono venuto da lei come poliziotto.»
Con un gesto goffo sfilò il portafogli dalla giacca e lo lasciò cadere aperto sul tavolino.
«In quel taschino di plastica trasparente, una volta c'era infilata la mia tessera di riconoscimento. Non sono più commissario, perciò non usi frasi evasive: non è un interrogatorio. Io voglio risposte adatte a ciò che ho visto. E ciò che ho visto non è di questo mondo.»
«Lei crede? Io non sono più in grado di dire con certezza cosa sia di questo mondo e cosa non lo sia. Ciò che mi è successo non ha una spiegazione razionale, persino per me che ne sono stato mio malgrado un osservatore privilegiato. Forse la schizofrenia è la metafora clinica più appropriata. Qualcosa che da dentro ti impedisce di controllare il tuo corpo. Tuttavia è qualcosa di ancora più subdolo. Io sono sempre stato cosciente ogni volta che l'Altro — ho sempre chiamato così fra me e me quella presenza — ogni volta che prendeva il comando e controllava il mio corpo come un burattinaio. Non l'ho mai potuto fermare. Lei forse non può nemmeno immaginare l'orrore dei primi tempi, nel vedere le proprie mani compiere atrocità senza poterci fare nulla.»
«I primi tempi? Vuole dire che in seguito...» chiese Panetta inghiottendo parecchia saliva.
«In qualche modo la mia mente doveva pur difendersi. Non dico che mi ci sono abituato, ma mi fanno meno impressione. Non mi dica che i cadaveri che ha ritrovato in questi ultimi anni le hanno fatto la stessa impressione dei tempi in cui era una matricola.»
«Certo che no, ma non li ho fatti io quei cadaveri!»
«Bravo. Il punto è proprio quello» dissi senza entusiasmo. «Io non ho ucciso nessuno. Che lei ci creda o no, non ero io a uccidere.»
Panetta mi fissò per un breve istante, poi scosse la testa come se volesse scrollarsi di dosso una zacchera viscosa che gl'impedisse di ragionare.
«Almeno mi dica se ci ha capito qualcosa. C'era un senso nella serie dei delitti? Un nesso? Qualcosa che li accomunasse? O questo "Altro", come lo chiama lei, ha ucciso senza ragione, magari per divertimento o per fastidio?»
«Non so se quello che sto per dire la soddisferà, ma è tutto quello che ho compreso.» Feci una pausa prima di esporre la mia teoria. «L'Altro era mosso da uno spietato, ma a suo modo coerente desiderio di giustizia. Sì, capisco la sua reazione» m'interrompo, vedendo l'incredulità nei suoi occhi. «Ma mi deve credere. Questa cosa, dentro di me, aveva le sue ragioni. Ad esempio, Lei forse penserà che quando uccise quell'uomo, a nord di Milano, sul cavalcavia della Breda, ebbene, penserà che quella volta abbia ucciso anche la bambina.»
Panetta ciondolò affermativamente la testa.
«Si sbaglia, come tutti del resto. La bambina era già morta. Quell'uomo l'aveva uccisa. E noi avevamo assistito alla scena. Fu l'orrore provato per la morte della bambina a scatenarlo.» Distinsi un ombra di meraviglia nei suoi occhi. «Si ha capito bene. L'Altro sapeva provare orrore.»
«Mi perdoni ma è francamente difficile attribuire un simile sentimento a una creatura così mostruosa.» Tracannò un altro abbondante sorso dal bicchiere, vuotandolo.
«Un po' come attibuire quella capacità a una vipera o a un ragno. Eppure anche questi esseri ripugnanti possono provare sentimenti. Di certo sanno almeno provare paura. Come le dicevo, l'Altro uccise quell'uomo per un irrefrenabile desiderio di giustizia, sicuramente sommaria, sono d'accordo; ma fondamentalmente era il desiderio di giustizia a muoverlo.»
«Dunque immagino che anche negli altri casi sia stato qualcosa di simile la ragione scatenante?»
«Sì. Fu così quando fummo aggrediti da quei cinque. In quel caso giocò molto anche il fatto di subire del dolore fisico. Ma non fu di per sé determinante. Ciò che lo mosse fu il desiderio di non concedere soddisfazione al desiderio di sopraffazione di cinque individui contro uno. Forse avrebbe potuto limitarsi a inibirli alla lotta, spezzando loro una gamba. Ma, come le dicevo, la sua volontà e la sua moralità prescindevano dalla mia. Io non ho mai potuto decidere nulla finché lui era attivo.»
Panetta indugiò per un momento, prima di formulare il suo dubbio più insistente e forse la sua più atroce paura latente. Si tormentò i baffi a lungo e alla fine mise in fila le parole. «È ancora dentro di lei?»
«Vuole sapere se ucciderà ancora?» Lessi nella sua espressione la conferma alla mia domanda. «Non ne sono ancora certo, ma credo che sia tutto finito.»
«Come può dirlo?» mi chiese mangiandosi le parole.
«È solo una mia sensazione, naturalmente. Ma non credo che lei abbia elementi migliori di quelli che posso trovare io dentro di me. Dopo la mattanza al Duomo mi sono sentito progressivamente svuotare. Non parlo del fisico, a quello ha pensato l'isolamento. Parlo di psiche. Parlo di me, non so mi spiego. L'Altro si faceva sentire anche quando era assopito, come un parassita sotto pelle. Come se avessi avuto una bestia dentro il cuore. Ma poi tutto questo è svanito. Quando sono andato a trovare la mia compagna in ospedale sentivo già quel vuoto dentro di me.»
«Capisco» commentò Panetta.
«E poi, c'è un'altra questione.»
«E quale?»
«La mia volontà. Se io sono il suo ospite, il suo tramite, le assicuro che non c'è più alcuna possibilità che quella cosa agisca ancora.»
«Non la seguo.»
«Vede, quello che è successo mi ha privato di tutto. La mia vita ne è uscita devastata e non so se ne ritroverò mai il senso. In questi giorni vivo nell'angoscia di aver perduto la mia compagna e nella consapevolezza di aver perduto qualcosa di me stesso. Non sarò mai più capace di guardarmi attorno con la stessa serenità che a volte riuscivo a sentire in una calda giornata soleggiata di primavera. Se l'Altro dovesse nuovamente manifestarsi, non troverà più qualcuno disposto a lasciarsi comandare.»
«Vuol dire che lei...»
«Io non ci sarò più. E lui con me.»