Il giorno seguente mi risvegliai solo nel letto. Dai rumori provenienti dalla cucina capii che stava facendo colazione. Scivolai fuori dalle lenzuola per raggiungerla. Il mio stomaco reclamava la sua parte. Attraversai il corridoio dove aveva sistemato la libreria con la sua sterminata collezione di libri, dal momento che la sala e lo studio erano occupati dai miei.
Mi soffermai per un istante sulla porta a contemplarla. Indossava una camicia da notte di cotone bianco molto sottile che le arrivava a mala pena a mezza coscia. Le gambe affusolate si avvitavano sinuose lungo lo stelo dello sgabello, formando una composizione di carne e metallo. Col piede sinistro tormentava l'orecchio del gatto, acciambellato a terra sotto di lei. Leggeva il giornale stringendolo con la sinistra, mentre con l'altra mano portava alla bocca una fetta di pane tostato con miele. Quando si accorse della mia presenza ruotò gli occhi per inquadrarmi e vidi la sua bocca tenue insinuarsi su per lo zigomo, maliziosa.
«Buon giorno dormiglione!»
«Che ore sono?» chiesi con quanta più innocenza mi riuscisse di fingere.
«Quattro ore dopo l'alba, tre dopo il risveglio del gatto, due dopo il mio.»
«Temevo peggio.»
«Dormito bene?»
«Piuttosto bene. C'è ancora un po' di caffè?»

Lei annuì con un mugugno. In un attimo era già tornata a leggere il giornale. Mi scaldai dell'altro pane e cominciai a imburrarlo distrattamente, mentre mi perdevo nuovamente nelle curve del suo corpo. Ricordai distintamente come quella sera, nel locale in cui ci conoscemmo, i miei occhi fossero biglie che rotolavano lungo la sua silhouette, come prigionieri di un flipper che li lanciava sottosopra.
In seguito le cose si fecero più serie. Benché la sua bellezza e sensualità siano rimaste due ragioni potenti, ciò che ci legava era maturato in un rapporto più profondo. Avevo imparato quanto fosse densa, vitale e sensibile. Ho sempre respinto le persone spente e senza identità. In lei invece avevo trovato la roccia che resiste alla corrente del fiume. Ha carattere da vendere e non abbandona una sfida nemmeno dopo lungo tempo. Sa interpretare le persone, sa capire qual'è il modo più efficace e discreto per aiutare e non ha remore a domandare a sua volta aiuto, il che spesso ha semplificato le cose.
Lei era riuscita a svellere tutte le barriere che avevo eretto a difesa del mio intimo dopo una serie dannatamente nera di avventure concluse malamente. Ci entrò con la naturalezza di una bambina che segua un sentiero in un bosco. Io, che pensavo di essermi ben protetto, mi ritrovai nudo di fronte a lei con tale velocità da rimanerne affascinato. Razionalizzai poi col tempo che, più entrava più io stesso smobilitavo coltri e palizzate, perché desideravo, per la prima volta, che qualcuno mi invadesse.
Dopo pochi mesi passati a ronzarci attorno come api in pieno corteggiamento — uno spettacolo mellifluo che, devo ammetterlo, difficilmente ripeterò — si è lasciata convincere a trasferirsi da me, con annessi parete di libri, gatto e poltrona. È successo solo poco tempo fa, eppure credo che non riuscirei più a vivere in questa casa se lei dovesse andarsene. L'abitudine a vederla muoversi fra le stanze senza badare agli spigoli, vederla raccogliere il gatto e portarselo al petto per giocare sul divano, vederla uscire dal bagno avvolta di vapori, sono tutte immagini che non abbandoneranno più questi muri.
Naturalmente non tutto era andato per il verso giusto. Sua madre mi detestò dal giorno in cui la sua unica bimba decise di trasferirsi. Non si è mai fidata di me. Ancora oggi conserviamo un rapporto di basso profilo, fatto di forma e diplomazia. Non la considero una cattiva persona. Ha solo un istinto protettivo nei confronti della figlia semplicemente morboso. Tutto qui. In fondo come si può darle torto, in questa società che chiama ancora ragazzi i trentacinquenni come me, quando i nostri genitori a venticinque erano già adulti sposati. Lei, con i suoi ventitre, era poco più che un'adolescente agli occhi della madre. Ma non per me. Ho sempre creduto che fosse più matura di me, sotto innumerevoli aspetti.
«La smetti di fissarmi?» si lamentò, alzando gli occhi dal giornale.
«Perché dovrei? Sei così bella...»
«Smetti almeno di spalmare la fetta. È trasparente» osservò di rimando. «Così t'imburri la mano.»
Coprii il mio errore con abbondante marmellata e finsi di mangiarla di gusto, nonostante il sapore mi desse quasi la nausea. In quell'istante il telefono squillò. Io mi alzai di scatto per rispondere, ma ottenni di far decollare la mezza fetta rimanente che precipitò come un kamikaze sulla stuoia sotto al tavolo. Andò lei a rispondere.
«Pronto? Ciao mamma. Come stai?» Silenzio. «Da quanto?» Ancora silenzio. «Ti hanno già detto qualcosa?». Infausto silenzio. «E tu come ti senti?» Silenzio gravido di cupi presagi. «Ok. Ti raggiungo oggi pomeriggio. Ciao mamma.» Appunto.
Si voltò a guardarmi e mi lesse in faccia la parte di conversazione che non avevo sentito.
«Non sta bene. Le crisi sono aumentate.»
Il motivo per cui non mi riusciva di considerare sua madre un cerbero egoista era proprio quello: la sua malattia. Era epilettica. Per la verità quella donna meritava un monumento per la sua capacità di fronteggiare il male in totale solitudine, in quella casa sperduta nella campagna pavese. Ma in alcune fasi acute, un po' di aiuto le era indispensabile.
«Il medico dice che ha bisogno di assistenza. Prendo il primo locale e la raggiungo.»
«Capisco.»g
«Dai, non fare così. Vado via solo qualche giorno. E poi sono appena qui in campagna. Se vuoi raggiungermi, ci metti meno a farlo che a pensarlo» cercò di minimizzare lei.
«Non mi fraintendere, so benissimo che tua madre ha bisogno di te. È solo che anche io ho bisogno di te, adesso.»
«Farò il possibile per stare accanto a tutti e due, d'accordo?»
«Va bene. Lasciami almeno il gatto, così non sarò completamente solo.»
«Concesso» disse sorridendo. «Vado a fare la valigia. Voglio essere da lei il prima possibile. E tu» disse rivolta al gatto «promettimi di badare a tutto qui, mentre io sono via.»
Il gatto per tutta risposta si produsse in un gigantesco sbadiglio.
Mezz'ora dopo era sulla porta, pronta a infilarsi in un tram alla volta della stazione centrale. Ci baciammo a lungo, come se lei stesse per attraversare l'oceano, cosa che, almeno simbolicamente, avrebbe davvero fatto. Ma non lo sapevamo ancora, forse lo presagivamo solamente. Poi strofinò il gatto come una lampada magica e infine s'infilò per il portone, lasciandoci soli.
Me, il gatto e l'Altro.