La notte umida e fredda lasciava presagire pioggia. Stravolte per la stanchezza andarono a coricarsi. Lei volle stare nella stessa stanza della madre, per intervenire in caso di crisi. Accanto al letto matrimoniale, all'altro lato della finestra, avevano disposto il letto singolo in cui dormiva da piccola. Oltre i vetri si intravedeva la luna piena e ricca, grondante luce argentea attraverso le nubi cupe che la velavano come una veste lacera. Si augurarono la buona notte e si immersero quasi contemporaneamente in un sonno profondo e atteso.
Si scoprì a vagare per le vie del paese in cui era cresciuta, identiche a dieci anni prima, quando aveva lasciato le scuole medie. Era giorno di mercato e le strade erano piene di gente che si affaccendava in acquisti di ogni genere, contrattando sul prezzo come in città non si faceva più da tempo. La piazza principale era ocupata dalle bancarelle, disposte lungo il perimetro. Sul lato nord c'erano i contadini del luogo con il tavolaccio pieno di carni di maiale e formaggi stagionati. Vendevano in silenzio, parlando con lo sguardo. Portavano dei berretti con la scritta "venditore autorizzato", cosa che la divertiva molto e le ricordava qualcosa che non sapeva identificare.
Sul lato ovest c'erano i venditori di coltelli e pistole che magnificavano le loro armi come se parlassero di belle donne. Lisciavano le canne e i calci con carezze voluttuose, quasi desiderassero diventare un tutt'uno di carne e metallo con quegli arnesi. La gente si fermava affascinata a guardare. «La miglior pistola che possiate mai comprare!» diceva il mercante e per dimostrarlo sparava a un bersaglio di paglia che si spaccava in quattro sotto ai colpi, nel tripudio della folla che urlava e batteva le mani, cosa che la preoccupava intimamente.

Sul lato est c'erano i braccianti della cooperativa. Lavoravano la terra e vendevano i suoi frutti. Ai pochi che si avvicinavano per comprare qualcosa proponevano di venire a lavorare con loro, di dividere la fatica dei campi e i suoi ricavi assieme, ma la gente si voltava altrove e i braccianti avevano sguardi sempre più cupi, cosa che la intristiva.
L'ultimo lato, quello sud, il più assolato, era occupato dagli ambulanti zingari, arabi e africani. Vendevano sorrisi a prezzi modici ma per due soldi si poteva anche comprare la felicità. Avevano abiti multicolori, portavano gioielli poveri ma finemente lavorati, vestivano stoffe di cotone grezzo intessute con ricami ricercati, cosa che la rendeva allegra e leggera.
«Che schifo!» disse una voce alle sue spalle. Si voltò, perplessa. Un bambino con i capelli neri e gli occhi scuri come il carbone era arrivato alle sue spalle. Fissava i banchi a sud con il disprezzo negli occhi. Era un suo compagno della prima classe alle scuole medie. Non ne ricordava il nome. Ricordava solo che fin dal primo momento non gli era affatto riuscito simpatico. Le sembrava che avesse un'ombra dentro. Le sembrava malvagio. Ecco la parola giusta. Malvagio.
«Perché dici così?» gli chiese.
«È uno schifo che possano vendere sulla piazza come noi! Non se lo meritano. Con la loro presenza offendono la città, non lo vedi anche tu?»
Una posizione così intransigente e determinata nel detestare quelle persone le sembrò davvero smisurata per un bambino di dieci anni all'incirca.
«A me non danno fastidio. Anzi, li trovo belli, con tutti i colori che hanno addosso, non ti sembra? Forse se tu guardassi i loro vestiti, che sono lo specchio dei loro pensieri, anziché voler vedere solo la loro pelle, potresti accorgertene anche tu.»
«Tu stai dalla loro parte. Ti hanno corrotta e nemmeno te ne rendi conto...»
«Io non sto dalla parte di nessuno! Non ci sono parti con cui schierarsi» lo rimbrottò decisa, ma anche un po' stupita per l'odio che ritrovava nuovamente nella parole del bambino. Come si può odiare tanto a soli dieci anni?
«Questo è quello che i rammolliti come te vogliono farci credere. Ma le parti esistono e sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederle. La nostra razza è in pericolo. Rischia di essere cancellata dalla faccia dell'Europa! Solo i deboli come te non hanno il coraggio di opporsi a questa lenta distruzione. Ma io non sono come te e te lo dimostrerò!»
La superò con uno spintone e si diresse verso il banco degli arabi. Quando fu davanti a loro colpì con un calcio il tavolaccio, che si rovesciò in aria in una pioggia di monili di vetro e peltro. I mercanti lo guardarono esterrefatti. Quello che gli stava appena di fronte gli chiese «Perché lo fai?» Il bambino per tutta risposta gli assestò un calcio sullo stinco con una tale brutalità da risultare ancora più inquietante del dolore stesso. Il mercante allora lo afferrò per un polso. Nei suoi occhi sottili si leggeva il misto di stupore e rabbia che lo attraversava. Lo fissò per qualche istante, indeciso su cosa fare. Fu la folla a risolvergli ogni dubbio, stringendosi a cerchio attorno alle bancarelle con fare minaccioso.
Il mercante lasciò andare la presa e il bambino non perse tempo. Appena fu libero ricominciò a rovesciare altre bancarelle con sistematica rapidità. Gli zingari piangevano, gli africani si ritraevano abbracciandosi fra loro, gli arabi richiamarono il mercante più indietro e gli dissero «Lascia perdere, meglio andare...»
Si affrettarono a raccogliere le loro mercanzie da terra, ma il bambino le calciava via, sporcandole di polvere e facendole cadere l'una distante dall'altra.
«Basta! Fermati!» gridò lei.
«Perché dovrei? Non faccio nulla di male» rispose deciso, continuando a spargere collane e bracciali per metri e metri. «Devono capire che non li vogliamo, altrimenti continueranno a venire e saranno sempre di più!»
«Sei crudele!» gli gridò, afferrandolo per il polso, come aveva fatto il mercante arabo. Il bambino si voltò inferocito, tentò di divincolarsi e, non riuscendoci, cominciò a prenderla a calci alle gambe e a morsicarla sulle braccia per farle allentare la presa.
Il paese cominciò a liquefarsi. L'orizzonte si increspò e la folla attorno a loro sembrò sciogliersi come ghiaccio nel deserto. Il sole divenne opaco e si spense per lasciare posto a una notte densa e buia, che avvolgeva lei e il bambino, unici superstiti della scena. Strinse ancora più forte la presa sul polso e lo sollevò di peso, lasciandogli ciondolare le gambe nel vuoto. Fu in quel momento che il bambino cambiò pelle, saturando di spore biancastre l'aria. La nuova scorza era scura, rugosa e coriacea. I denti di quella cosa cominciarono ad affilarsi in maniera minacciosa. Gli occhi virarono verso un giallo che dava l'impressione di appartenere a un rettile. In uno scatto la cosa l'avvinghiò con le gambe e si protese fino alla sua gola, affondandoci i denti.
Con immenso stupore lei si accorse che il morso della cosa l'aveva tranquillizzata, come se quel gesto avesse sciolto ogni remora. Sentì una forza sprigionarsi dal suo intimo e scaraventare lontano quella creatura orripilante, così lontano da perderne persino il ricordo. Finalmente serena, si abbandonò nel manto bluastro della notte e ci sprofondò dentro. Precipitò nel nulla come trasportata da un gorgo di mare e riemerse vorticando in un altro luogo, molto più reale.
Sua madre le era accanto, il viso rigato dalle lacrime. Le teneva la testa fra le mani e la chiamava per nome, singhiozzando.
«Che succede mamma? Hai avuto una crisi? Mi dispiace, non mi sono svegliata...»
La madre prese a singhiozzare ancora più forte. «No, bimba mia. Io sto bene.»
«E allora che succede?» domandò disorientata. Poi, in un istante capì, prima che sua madre le desse conferma.
«Tu hai avuto una crisi!» e le si distese addosso, senza più smettere di piangere.