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Ali di China

ferrata 2

Duchessa non aveva smesso per un attimo di festeggiare il suo arrivo e lei ne fu molto felice. Il vecchio pastore maremmano era arrivato in quella casa quasi una decina d'anni prima, a pochi giorni di distanza dalla crisi d'epilessia avuta dalla madre sotto i suoi occhi. Il vello bianco della bestia aveva ispirato loro quella sensazione di purezza e serenità di cui avevano entrambe bisogno. Per questo la scelsero fra decine di cuccioli.

La luce soffusa del tardo pomeriggio filtrava delicatamente dalle finestre della sala e contornava il divano sul quale si erano rifugiate, coperta sulle gambe e bricco di tè a portata di mano. Sua madre, pur ancora così giovane, non avendo ancora raggiunto i cinquanta, scontava le conseguenze di un mese di crisi sempre più ravvicinate e intense. La carnagione aveva perduto il naturale tono roseo, sporcandosi di un giallo itterico, o di un grigio spento. Gli occhi erano contornati da rughe amare. Le mani si erano coperte di macchie e striature e apparivano incurvate e nodose, contribuendo definitivamente a formare un'immagine di vecchiaia precoce che si scontrava con lo spirito combattivo che ancora la sorreggeva.

La malattia aveva avuto una recrudescenza incontrollabile nell'ultima settimana in cui le crisi, pur brevi, avvenivano anche due volte al giorno. Sulle braccia erano evidenti i segni di contusioni dovute a cadute e urti. Si chiese in che condizioni fosse il corpo della madre là dove il vestito lo nascondeva alla vista.

Nella calma del contatto fisico d'un abbraccio si abbandonarono al libero fluire dei pensieri.

«Vorrei che tu venissi a stare da noi a Milano, almeno per un po'. Potresti farti visitare e nel frattempo non dovresti preoccuparti di nulla. Penserei a tutto io» propose timidamente. L'idea che sua madre entrasse nella sua vita e in quella del suo compagno, proprio in un frangente così delicato, la preoccupava, ma non riusciva a trovare altra soluzione.

«No, piccola, non voglio spostarmi da qui. Bisogna badare a Duchessa e lei vivrebbe male in un appartamento. E poi io stessa ci vivrei male. Ho bisogno della natura attorno. In città soffrirei anche più di così.»

«Ma hai bisogno di cure...»

«Lo so, ti prometto che mi farò visitare. Ho fissato un appuntamento per settimana prossima con un primario molto famoso, a Pavia. Puoi accompagnarmi, se ti fa piacere...»

«Va bene, verrò. Ma c'è bisogno che qualcuno ti stia accanto nel frattempo e Duchessa non può certo bastare...»

«Per questo ti ho cercata. Potresti stare con me fino al giorno della visita.»

«Che giorno è?»

«Venerdì.»

«Ma è fra cinque giorni...» commentò un attimo prima di pentirsene. Sua madre la osservò a lungo in silenzio.

«Voglio dire che ho alcune cose che devo fare, devo farle in città, da qui non posso...»

«Ti capisco sai, non vuoi stargli troppo lontano. Anche io facevò così con tuo padre. Non ci resistevo a lungo senza vederlo. Anche se tuo padre era tutto un altro uomo rispetto a lui.»

«Oh, mamma, non vuoi nemmeno chiamarlo per nome?» domandò con voce triste.

«Sai che non mi piace. Tutto qui.»

«Dovresti essere più indulgente con lui. Cos'ha fatto per meritarsi il tuo castigo2?»

«Non lo so, forse ti ha soltanto portato via di qui.»

«Ma quella è una mia scelta! Lo sai che sarei andata a stare a Milano comunque.»

«Si, e forse non mi ci sono mai rassegnata, proprio perché contro una tua scelta non potevo contrapporre nulla. Ma ora che è passato quasi un anno mi rendo conto che mi sto abituando a questa nuova situazione. Probabilmente doveva essere traumatica, visto che sei l'unica persona che mi rimane al mondo e se consideriamo la malattia...»

«Come sta la signora Pietra? Sta bene?» chiese, come cercando di respirare fra la coltre di parole di sua madre.

Quando era piccola andava spesso a giocare nel giardino della signora Pietra e quel donnone, segnato da anni di lavoro nei campi a tal punto da sembrare davvero fatto di pietra, la osservava sempre sorridente e le preparava la merenda con torta di cioccolato e latte caldo.

«Se la cava, anche se l'età si fa sentire.»

«Oh andiamo, non avrà più di sessantacinque anni!»

«Sai benissimo che da queste parti sono sufficienti per morire. O si vive per un secolo o si muore dopo neanche metà. Sembra che ci sia una maledizione su questo paesino dall'aria tanto innocua.»

«Non ti capisco, mamma...»

«Ma come, non ci hai fatto caso? Era scritto sul Corriere, l'hanno detto persino alla televisione. Il nome della ragazza che ha fatto quella fine orribile. Credo proprio che fosse una tua compagna di classe alle elementari, sai?»

«Chi? Di chi stai parlando?»

Il suo viso tradiva un sincero disorientamento.

«La ragazza che è stata uccisa sui navigli, qualche giorno fa. Mi pare che si chiamasse...»

Il nome le trapassò i timpani come un proiettile. Rimase a bocca aperta, cercando di riannodare le relazioni che quell'elemento le sbandierava sotto agli occhi. No, non ci aveva davvero fatto caso, al nome di quelle persone. Chiese a sua madre quel numero di giornale. Sfogliò rigidamente le pagine. Trovò l'articolo nella cronaca nera. Niente che già non sapesse, tranne che, quasi alle ultime righe, erano riportati i nomi mezzo presunti dei cinque massacrati.

Non era uno solo il nome che riconosceva. Erano due, entrambi suoi ex compagni di classe. Li ricordava bene quei due vigliacchi che si spalleggiavano. Arrivati all'adolescenza avevano scoperto di poter unire al fiancheggiamento anche il piacere fisico. Vanessa e Igor. Chi se la scordava quella coppia?

Poco prima di diventare maggiorenni, erano scomparsi, lasciando a casa dei genitori due lettere per informarli che non avrebbero gradito di essere rintracciati. Partivano per sempre, come molti altri ragazzi, alla ricerca di una dimensione meno soffocante di quella provinciale e contadina che un piccolo paese è capace di offrire.

Be', si disse staccando gli occhi dal giornale, spero l'abbiano trovata prima di morire. Curiosamente si scoprì a pensare che si sarebbe sentita in colpa in caso contrario, senza tuttavia riuscire a darsene una ragione. Non che ci fosse da avere troppa compassione di quei due. Per lunghi anni, attraverso le scuole elementari, medie e superiori, erano stati dei molestatori professionisti. Si divertivano ad identificare gli elementi più deboli per poi esaurirli a furia di scherzi e prevaricazioni. Piccoli e grandi furti; ripassate dietro scuola, cinque contro uno; un motorino sparito e ritrovato a pezzi; una giacca inservibile per il fango, magari in pieno gennaio; un cane stroncato solo perché apparteneva al padrone sbagliato. E per finire, meglio non contare le gambe rotte.

Si ricordava di essere passata anche lei da quel battesimo. Era durato un pezzo, ma suo padre aveva fatto a tempo a insegnarle un po' di autodifesa, prima di andarsene. Quegli insegnamenti erano stati sufficienti a proteggerla. Non le era più successo di finire in mezzo ad un cerchio, piegata sulle ginocchia, a implorare che la smettessero, come nel suo sogno di poche notti prima.

«Ti senti bene?» chiese sua madre.

«Credo...»

«Eri rimasta in contatto? Vi frequentavate ancora?»

«Per niente mamma, ma non mi aspettavo di ritrovare pezzi del mio passato nella cronaca nera.»

«Capisco» disse senza poter davvero capire. «Vado a prepararti il letto. Vieni ad aiutarmi?»

«Dormirò sul divano.»

«Ma che dici. A forza di dormir lì sopra ti romperai la schiena, ora di venerdì.»

«Te l'ho detto mamma; non so se potrò fermarmi così a lungo. Mi dispiace.»

continua...