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Ali di China

ferrata 1

Il treno locale, poco più che una corriera su rotaie fatta di due carrozze diesel, si spostava con la medesima indolenza di quando era bambina. Ogni cinque minuti incontrava una stazione, un fienile, un pollaio, una fontana presso cui sembrava irrinunciabile sostare. Per compiere una tratta di sessanta chilometri appena occorreva un'ora e mezzo.

Nella sua mente quel viaggio era una distorsione del tempo che inventava il modo per accorciarsi e allungarsi in barba agli orologi. Era breve perché in quell'alienante ora e mezzo, stimolata da odori e paesaggi della sua vita passata, rievocava passioni e dolori lunghi oltre vent'anni. Ma era anche lungo e con una velocità media di quaranta chilometri l'ora, non serve spiegare perché. Il battito sistematico dei carrelli sui binari esercitò un effetto ipnotico e si ritrovò immersa nei ricordi senza nemmeno accorgersi di esserci entrata.

Le tornarono alla mente Marta e Sara, le uniche due amiche con le quali si confidava senza remore. Un pomeriggio di primavera erano andate a Milano; così, tanto per fare qualcosa di diverso. Ne parlavano da settimane. La vita di campagna le uccideva; loro tre così perennemente affamate di stimoli, ma costrette all'isolamento in un paesuncolo beffato dall'autostrada a nord e dal fiume a sud. Erano partite proprio su quel locale, da ragazze quattordicenni che per un pomeriggio si erano sentite dieci anni più grandi.

Sorrise, gli occhi riparati dalla tendina del finestrino, la bocca irradiata di sole. La città, ricordò, fu stordente. Caotica. Insondabile. Opulenta. Contraddittoria. Frenetica. Grigia e luminosa allo stesso tempo. Al rientro si sentivano come ubriache. Occorsero due settimane di chiacchiere per smaltire i fumi di quella sbornia. Lei era la più entusiata delle tre. Dichiarò che sarebbe andata a vivere in città, non appena le fosse stato possibile. Marta era indecisa. Sara invece disse che decisamente non faceva per lei. Troppo caos in città, la gente soffriva, come facevano a non vederlo?

Quel viaggio era il primo a Milano. Di solito non superava i paesi attorno, perché con una bicicletta si può osare fino a un certo punto, specie su quelle strade di terriccio e malta bastarda, illuminate da un lampione ogni cento metri. D'inverno poi erano addirittura proibitive. Quanto ci aveva sofferto il suo spirito insaziabile, ogniqualvolta desiderava esplorare qualche luogo ed era invece costretta in casa.

Con Marta e Sara aveva frequentato le scuole medie, aveva condiviso le impressioni sui primi ragazzi e la prima sigaretta, rimasta anche l'ultima. Si frequentavano già quando sua madre ebbe la prima crisi alla quale avesse assistito.

Fu orribile.

Era sera tarda. Stavano conversando nel tinello a piano terra. Sua madre era particolarmente stanca. Continuava a perdere il filo della conversazione e a chiudere gli occhi per brevi momenti. A un certo punto li aveva riaperti completamente bianchi, si era contratta in uno spasmo che l'aveva fatta cadere dal divano. Ebbe paura che qualcosa di sconosciuto stesse per portarle via l'ultima persona che le era rimasta. Le si avvicinò per tentare di farla tornare in sé, ma riuscì soltanto a procurarsi una grossa ecchimosi allo zigomo. Aveva osservato impotente la madre buttare schiuma e picchiare i pugni a terra. Poi tutto era finito esattamente come era cominciato. In un attimo.

Sua madre non le aveva mai parlato dell'epilessia. Fino a quel giorno era riuscita a controllare la malattia, evitando di affaticarsi e assumendo regolarmente i farmaci prescritti. Ma da quando il marito era morto, il peso di tutto era gravato improvvisamente su lei sola e questo le aveva sconvolto una vita fatta di delicati equilibri e minuziose attenzioni.

Ciononostante si era tenuta tutto per sé. Non aveva mai voluto allarmare la sua piccola, diceva. Invece la malattia aveva improvvisamente deciso che fosse giunto il momento di presentarsi in famiglia, come un parente sconosciuto che torni dall'America. Trascorsero il resto della sera abbracciate, piangendo a turno e ragionando del futuro, sviluppando le basi per un nuovo rapporto, fatto di coraggio e consapevolezza.

Il treno sussultò. Finalmente era giunto nella stazioncina del suo paese. Scesero in tre. Si conoscevano tutti, ma gli altri due non la riconobbero. Nella piazzetta antistante, l'unico bar esponeva due tavolini deserti. Erano passati mesi dall'ultima visita, dopo essersi trasferita a Milano. S'incamminò verso il cascinale con passo spedito.

Passò sotto casa di Marta, sapendo che non ce l'avrebbe trovata. Aveva conosciuto un ragazzo romano. Non si erano più riviste. Casa di Sara invece era più distante, ma anche quella sarebbe stata una meta inutile. Sara non ci abitava più. Né lì né altrove. Due anni prima un ubriaco l'aveva travolta in una stradina secondaria. Ricordò la telefonata con cui le avevano annunciato il fatto. Le parole entravano nell'orecchio ma il cervello le rifiutava. Troppo assurde perché potessero davvero avere un senso.

Superata l'ultima svolta le apparve il sentiero che si arrampicava fino al cancello bianco. Dopo un paio di minuti, riconobbe in lontananza la staccionata. Duchessa, il pastore maremmano di sua madre, le corse incontro scodinzolando e abbaiando, poi invertì la rotta e tornò verso casa per annunciare il suo arrivo. Pochi istanti dopo scorse sua madre, ritta sull'uscio. Stava appoggiata allo stipite, quasi artigliandolo con le mani per sorreggersi. Era evidentemente provata. La pelle era ingrigita e due solchi scuri le bordavano gli occhi. Quando furono vicine disse solo: «Grazie di essere venuta» e si voltò per rientrare.

continua...