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Ali di China

echinacea

Panetta non sopportava gli ospedali. Non che fosse di stomaco delicato. Se lavori alla omicidi non puoi essere di stomaco delicato. Semplicemente detestava quel sentore di incertezza e lisoformio che invadeva ogni angolo.

Stava chino sul letto della donna già da qualche minuto quando lei finalmente riaprì gli occhi. «Buongiorno» le disse con il tono più neutro che gli riuscisse di imbastire.

«È venuto per interrogarmi?» domandò lei di rimando con voce impastata, dimostrando tuttavia una sorprendente lucidità.

«No, no, io… io sono qui come vostro…» Il vocabolario gli vacillò per un istante. Contemplò la formula “affezionato cliente” e la scartò rapidamente in favore di un più semplice «…vostro amico. Volevo assicurarmi che la trattino bene e che si stia riprendendo. Tutto qui.»

«Però è della polizia, vero?»

medico al tempo della peste

Panetta ripensò alle dimissioni ancora calde, ma non formalizzate. «Si, sono della polizia.»

«Gliel'ho sentito urlare questa notte, quando è arrivato. Per questo le ho chiesto se fosse venuto a interrogarmi.»

Panetta parlò come se volesse farsi perdonare qualcosa. «Anche se fossi obbligato, non lo farei comunque. Non voglio che lei e suo marito siate sottoposti a sforzi mentre siete qui, in ospedale.»

«Questa mattina c'era un signore alto, con gli occhiali piccoli. Era della polizia. Ha detto che i suoi agenti sarebbero rimasti qui fino a che non ci avessero dimesso...» Lo fissò per qualche istante come attendesse una risposta a una domanda implicita. «Siamo sospettati di qualcosa?»

«Temo... temo di sì» rispose Panetta, quasi con un sussurro. Dunque il vicequestore si era preso l'incomodo di passare di persona.

«Ma non è possibile...» accennò la donna con una voce carica di frustrazione e paura; ma la tosse le stroncò le parole in gola. Panetta le porse un bicchier d'acqua e l'aiutò a bere. Lei lo fissava con timore. Aveva capito male o quell'uomo aveva detto di essere un amico? Però era anche un poliziotto. Ma se era proprio la polizia ad accusarli di nemmeno sapeva cosa, come faceva quell'uomo a essere un amico?

«Lei ha visto tutto» riprese, dopo aver idratato la gola «Sa che non siamo stati io e mio marito. Sa che quei tre ci hanno picchiati come bestie e che noi eravamo a terra e non potevamo fare niente.» Le ultime parole uscirono compresse, mischiate a un breve pianto che trattenne a stento.

La forza di quella donna impressionò Panetta. Nonostante l'aggressione subita, nonostante le ferite e il ricovero in ospedale, nonostante un futuro di cui non sapeva nulla, ma che di certo non presagiva nulla di buono, era lucida e combattiva. Gli venne in mente l'immagine di un ramo che preferisca resistere fino all'ultimo e schiantare sotto il peso, piuttosto che rinunciare per risparmiarsi sofferenza. «Io lo so. L'ho detto in questura. Questa...» disse indicando i due agenti di piantone fuori dalla stanza, «questa è una semplice formalità. La polizia ci è costretta» mentì, sperando di toglierle di dosso un po' di paura. «Ma non significa nulla. Lo facciamo ogni volta. Nessuno ha davvero intenzione di farvi niente. E se anche qualcuno dovesse dire o fare qualcosa contro di voi, le prometto che non mi tirerò indietro e che sarò dalla vostra parte.»

Cercò negli occhi di lei i segni di un sollievo, seppur minimo, ma vi trovò immutata quella guardinga e vigile fierezza che non cessava di affascinarlo. «E poi» aggiunse accennando un sorriso, «se vi dovesse succedere qualcosa, non saprei più dove andare a bere wisky e ad ascoltare buona musica.»

La donna non riusciva a concedergli un grammo di fiducia. Penetrandolo negli occhi, gli chiese: «Lei sa chi è stato. Lo sa che è stata lei, non è vero? L'ha vista. Le era proprio davanti. Non può non averla vista.»

Panetta rimase interdetto per un momento, cercando dapprima di realizzare a chi si riferisse il pronome lei. Non riusciva a crederci. Quella donna ne parlava al femminile! Parlava di quella cosa orrenda al femminile! Quell'orrore con zanne, ali e tutto il resto sarebbe femmina? Gli venne istintivo sdrammatizzare buttandola sull'anatomico: la signora aveva notato seni? Una vagina? Qualche altra evidenza? Ma lo valutò, nonostante tutto, troppo surreale.

«Come...» farfugliò cercando le parole. «Cosa c'è di femminile in quella cosa? Come può dire che è femmina?»

La donna lo osservò con accondiscendenza, il che ferì Panetta. Non sopportava quegli sguardi, meno che mai da una persona che fino a poche ore prima era in bilico fra la vita e la morte.

«Lo so e basta. Perché, lei cos'ha visto?»

Panetta strabuzzò gli occhi. «Io ho visto un mostro orrendo» iniziò a rispondere con enfasi. Poi attenuò il tono, ricordandosi improvvisamente dei due agenti di piantone. «Aveva ali nere, enormi. E artigli. E denti aguzzi alti cinque dita. E occhi gialli. E una pelle squamosa, viscida...»

La donna, per tutta risposta, accennò una risata che suonò più come un rantolo, il che lasciò comunque di stucco l'ex commissario.

«"Lei" appare a ciascuno di noi così come noi la possiamo vedere, perché trascende la possibilità di essere vista. Per questo ciascuno di noi le dà la forma che più ritiene plausibile.»

«E lei come l'ha vista?»

«Aveva una carnagione scura color dell'ebano. E labbra grosse e cariche e denti aguzzi, questo sì, ma piccoli. Era bella, aveva il corpo di una dea, i seni gonfi e braccia robuste e capelli spessi e folti. Neri come la notte.»

Panetta ebbe un capogiro e fu costretto a sedersi per non cadere a terra. La sua impostazione mentale fatta di certezze o al più di dubbi ponderati non arrivava a contemplare che qualcosa non meglio definibile potesse apparire così differentemente a due persone che lo osservassero nello stesso istante a meno di cinque metri di distanza l'una dall'altra.

Rimise lentamente assieme i pezzi. Primo: la donna confermava l'esistenza della creatura. Secondo: ognuno se la raffigurava un po' come accidenti gli garbava. Quindi addio identikit. Terzo: come se tutto questo non bastasse, quella cosa era femmina. Il che era un concetto di per se stesso assurdo. Talmente assurdo che non riusciva a comprenderne il significato. Si sentì come se qualcuno gli avesse detto che un terremoto è femmina, o un fulmine.

Poi fece due più due e ottenne quarantotto. Se quella cosa era femmina, c'era un maschio? Avrebbero avuto dei cosini, con piccole alucce e dentini aguzzi? La ridicola follia di quel pensiero fù così potente da permettergli di uscire dalle sue cupe fantasie tutto d'un botto.

«Commissario?»

«Sì?» Panetta tornò a rivolgere lo sguardo sulla donna.

«Come sta mio marito?»

Quella era la domanda alla quale era in assoluto meno desideroso di rispondere. Prese tempo, mentendo. «Io... non ho avuto il tempo di incontrare nessuno del personale per domandare. Appena sono arrivato ho trovato il suo letto e mi sono fermato da lei. Vuole che mi informi?»

La donna fece cenno di sì.

Il corridoio era deserto, a eccezione dei due piantoni e di un'infermiera piuttosto indaffarata. Tentò di attirarne l'attenzione ma riuscì soltanto a strapparle un mugugno a base di cure ancora da somministrare prima che il primario fosse di ritorno in reparto. Sconsolato, si voltò nuovamente verso la stanza ed emise uno sbuffo di disappunto. Dalla porta in cima al corridoio Panetta vide entrare il vicequestore, accompagnato da uno degli agenti che fino a quella mattina faceva parte della sua squadra. Pensò che il suo ex superiore dovesse essere davvero determinato a risolvere la faccenda, per visitare di persona la donna ben due volte in un giorno solo.

Il vicequestore lo inchiodò con uno sguardo rancido. «Non la voglio vedere per nessun motivo da queste parti, lei non ha più nessun privilegio, nessun passi, nessun via libera. Se ne vada» gli ringhiò rabbioso, un attimo prima di infilarsi nella porta piantonata dai due poliziotti. Panetta lo seguì impotente con gli occhi. Gli avrebbe volentieri incrinato quella chiostra di denti bianchi, molto più appropriati in bocca a un lupo della steppa. Lo fissava ancora di spalle quando una voce richiamò la sua attenzione.

«Commissario?»

Voltandosi, si trovò di fronte il suo ex agente. Panetta avvertì il bisogno di sfogare come una caldaia in pressione. «Vedo che senza di me fai strada più velocemente.»

«Non l'ho voluto io.»

Si sentì vagamente in colpa per quel cinismo gratuito. In fondo il ragazzo aveva ragione: la decisione di dimettersi era sua. Avrebbe fatto meglio a tenere il vapore in pressione.

«Avanti, che vuoi?»

«Le va di bere qualcosa, questa sera?»

«Guarda che non sei mica obbligato a coltivare rapporti con un privato cittadino.»

Il ragazzo aveva accusato anche quella seconda dose d'acidità e lo dimostrò con un'espressione di biasimo.

«Commissario, non mi giudichi male. Vorrei fare quattro chiacchere su questa faccenda, ma in privato. Lo so che non è più in organico. Sa, la voce ha cominciato a girare. Ma vorrei parlarne lo stesso con lei, se non le dispiace.»

Panetta si pentì repentinamente di tutto il sarcasmo che aveva secreto e finalmente si rilassò.

«Va bene. Scusami. Passo da te per le nove?»

«Affare fatto!» fece appena a tempo a rispondere soddisfatto, quando la voce del vicequestore, vellutata come lana di vetro, gl'intimò di seguirlo nella stanza e di chiudere la porta. Panetta si pentì delle bugie che aveva raccontato alla donna sui piantoni, le accuse e tutto il resto. Forse lei non avrebbe capito che l'aveva fatto con le migliori intenzioni. Comunque andasse, quello che era fatto era fatto. Sperò solo che il vicequestore non fosse intenzionato a utilizzare le maniere forti. In questura si diceva che avrebbe potuto insegnare agli allievi del KGB. Ma era solo una battuta. La verità era che quell'uomo sapeva essere persino peggio, se solo aveva un buon motivo per farlo.

Uscì dal reparto con una sensazione di disorientamento addosso. Respirò a fondo in cerca d'ossigeno ma ottenne solo un accesso di nausea. L'odore asettico dell'ospedale gli era rimasto intriso nelle narici e non se ne sarebbe andato prima di cena. Sconsolato, si incamminò verso l'uscita, consapevole di ritrovarsi ancora al punto di partenza.

continua...