In prigione si sta molto peggio di quanto è umanamente immaginabile. Soprattutto se ti sbattono in una cella d'isolamento per più di cinque minuti. Dopo dieci speri che ti portino i tranquillanti per dormire. Dopo venti cominci a dare di matto. Dopo trenta abbatteresti le pareti a pugni. E nel mio caso, non dico tanto per dire. Faticai a mantenermi calmo, ma ci riuscii.
Due giorni sono infiniti, lì dentro. Per fortuna, all'alba del terzo un funzionario mi comunicò che il mio fermo non poteva essere convalidato. Su nessuno dei fucili mitragliatori era state rilevate le mie impronte digitali. L'ipotesi di trattenermi con l'accusa di aver massacrato a mani nude oltre cento uomini della polizia, nonché un arcivescovo, venne comprensibilmente giudicata irreale. Anche se "comprensibile" è un aggettivo di cui non mi fido più.
Un taxi mi riportò a casa. La porta era solo accostata, il che fu un bene dato che le mie chiavi erano curiosamente sparite dagli effetti personali che mi avevano reso all'uscita da San Vittore. Appena entrato il gatto mi si fece incontro, miagolando a squarciagola. Dovevano essere giorni che non mangiava. Gli scodellai due scatolette di paté nella ciotola. Non mi diede neppure il tempo di finire che già affondava i denti nella carne.
Lei non era in casa. Per tutto il viaggio di rientro avevo desiderato oltre ogni altra cosa riabbracciarla e ora che ero arrivato, lei non c'era. Decisi di fare una doccia, per togliermi di dosso due giorni di cella. Ancora bagnato e avvolto nell'accappatoio, andai in cerca di una birra. Il frigorifero desolato mi offrì l'ultima rimasta. Nel richiudere l'anta coperta da mille bigliettini, ne trovai uno scritto di recente. La calligrafia non era la sua ma quella di sua madre. Lessi con avidità e non riuscii a mandar giù neppure un sorso di birra. Ecco perché non è in casa: è stata ricoverata!

Mi precipitai al telefono per parlare con l'ospedale. Era ancora in osservazione, ma si era stabilizzata. La notte prima aveva ripreso conoscenza. Avevano cercato di contattarmi, ma non ero reperibile. Evitai di spiegare che il cellulare non è compatibile con le politiche carcerarie. Arrivo subito, dissi, poi riappesi.
Chiamai un altro taxi e recuperai il mazzo di chiavi di scorta dal primo cassetto del mobile all'ingresso. Lungo la strada ripensai alla vorticosa assurdità di questi ultimi giorni. Quando l'avevano ricoverata non c'ero. Quando si era ripresa non c'ero. Non potevo esserci. Sperai con tutto me stesso che stesse bene, che non le fosse successo nulla di irreparabile. Mi venne perfino l'impulso irrazionale di pregare per questo. Ma sorrisi a quell'assurdità. A chi avrei dovuto rivolgere le mie preghiere? Quale dio ascolta le preghiere di un demone che ha ucciso e ucciso ancora?
«Forse avrebbe fatto meglio a prendere un'ambulanza. Vuole che vada più spedito?» mi chiese il tassista con aria preoccupata.
«Sto andando a trovare una persona. Non devo mica farmi ricoverare.»
«Be', allora dovrebbe riguardarsi, sa? Scusi se glielo dico ma non ha mica una bella cera, lei.»
Sapevo che aveva ragione. Nello specchio del bagno non c'ero io. Gli occhi scavati, la pelle smunta e di un colore pallido. Non che mi aspettassi nulla di diverso, dopo una giornata di attività massacrante e due di isolamento. Attività massacrante! Quella era buona. Ormai avevo interiorizzato anche un cinico senso dello humor.
Pagai il tassista e mi precipitai all'astanteria. Salga, scenda, quinto piano, giri a destra, poi sinistra, seconda rampa, corridoio due, stanza centotrè. E faccia in fretta che l'orario visite è quasi terminato. Decisamente la giornata delle buone notizie.
Porte, cartelli, personale e familiari mi scorrevano accanto come la palizzata della ferrovia quando si guarda fuori dai finestrini del vagone. La gamba destra si lamentava ferocemente ma non me ne importava nulla. Avrebbe potuto anche esplodermi il ginocchio, avrei continuato a correre. Centouno. Centodue. Centotrè. Trovata! Letto quattro.
Entrai in punta di piedi, trafelato e zoppicante. Aveva gli occhi aperti. I suoi bellissimi occhi di ambra scura. La bocca leggermente pallida era dischiusa. Respirava con qualche affanno, ma regolarmente.
Accanto al letto c'era sua madre, torva in viso. Mi squadrò con disapprovazione e rabbia. I suoi occhi mi chiedevano dov'ero mentre sua figlia aveva bisogno di aiuto. Ingoiai l'ennesimo boccone amaro. Avrei voluto poterle spiegare, ma non fu semplicemente possibile. Mi scivolò accanto e sgusciò fuori in corridoio.
Mi avvicinai al letto accennando un sorriso. Lei non ricambiò. Mi fissò incerta.
«Come ti senti?» domandai.
«Ci conosciamo?» rispose.
In un istante il mondo si spense dentro una bolla di china nera.
—
Il personale medico mi informò che da quando si era ripresa soffriva di una forma di amnesia. Grazie per la diagnosi, non me n'ero accorto. Mi spiegarono che è normale dopo un coma, anche di breve durata come il suo. Era stata incosciente per circa un giorno e mezzo. Le funzioni vitali si erano mantenute stabili, anche se un po' deboli. Ma nulla di allarmante. Era stata fortunata. Avere la lucidità di chiamare un'ambulanza prima di svenire non è da tutti. Forse se i soccorsi fossero arrivati in ritardo, non ce l'avrebbe fatta. C'era una vena di critica nella voce della caposala. Avrei voluto chiederle come si sarebbe comportata lei, se fosse stata chiusa in quattro metri quadri di acciaio mentre tutto questo accadeva. Ma tralasciai.
Tornai al suo letto. Mi sedetti sul bordo e le aggiustai la frangia che le cadeva sugli occhi. Si svegliò e mi osservò ancora interrogativa.
«Non ti ricordi?» le domandai con voce quasi supplicante.
«Dovrei?»
«Non fare sforzi. Sei ancora debole. Ogni cosa a suo tempo» risposi, cercando di infondere un po' di coraggio nelle parole, forse più a beneficio mio che suo. «Hai bisogno di qualcosa? Un po' d'acqua? Vuoi che ti aggiusti il cuscino?»
«No, grazie. Va bene così.»
Quell'ombra di incertezza nella sua voce mi sfibrava. Che senso avrebbe avuto tutto quello che era successo, tutto quello che avevamo passato, se lei non ricordava più nulla? Che senso avrebbe avuto, se l'avevo perduta? L'angoscia era troppo forte per poterla accettare nella sua intera portata. Mi ripetei come un mantra che sarebbe passata. Doveva essere così.
«Io ti ho visto» disse senza guardarmi. «Eri nei miei sogni. C'erano delle persone che volevano farmi del male. Mi davano la caccia. Io scappavo da loro, ma loro non mi perdevano mai di vista. Mi stavano addosso e mi raggiungevano. Io gridavo e cercavo di liberarmi. Ma erano tanti. Così chiedevo aiuto, sperando che qualcuno mi sentisse. E poi arrivavi tu. Arrivavi dal cielo, e mi portavi via.
«Mi mettevi al sicuro, in un posto in alto, dove loro non potevano raggiungermi. Mi dicevi “aspettami qui, torno subito” e poi scendevi di nuovo verso di loro e li combattevi, tutti assieme. Eri velocissimo. Quasi non ti vedevano arrivare. Cadevano uno dopo l'altro. Alla fine li sconfiggevi tutti, nonostante fossero decine e decine. Così tornavi da me e mi abbracciavi. Io mi sentivo bene finalmente. Ero felice.
«Ma poi tu dicevi che dovevi andare. E ti alzavi di nuovo in volo. Io ti chiedevo di non abbandonarmi. Che mi avevi portato in alto. Che non sapevo come scendere. Ma tu non mi sentivi più perché eri già lontano. Così dovevo scendere con le mie forze. E quando arrivavo finalmente a terra, tutta graffiata, quelli che prima mi avevano rincorsa ora mi guardavano, ma senza potersi alzare, perché non avevano più braccia né gambe. Però vedevo i loro occhi muoversi verso di me. Volevano ancora prendermi.
«Io allora correvo via, senza sapere dove andare. E ti chiamavo per nome. Avevi un nome nel sogno, ma ora non me lo ricordo più. Ti ho chiamato per tanto tempo. Ma tu non mi hai più risposto.
«Ero triste quando mi sono svegliata. Speravo di trovarti qui. Poi ho capito di avere sognato. Quando sei entrato nella stanza, poco fa, non credevo ai miei occhi. Sentivo che c'è un legame, ma non sapevo più quale. Ero confusa. Non capivo se continuavo a sognare oppure se aveva a che fare con un passato che non ricordo. Tu mi conosci, non è vero? Perché mi conosci?»
Le lacrime mi solcarono il viso come ferro fuso. Avrei voluto dirle che era la mia compagna, la mia vita. Avrei voluto parlarle della nostra casa, del gatto grigio che adora tanto, della sua poltrona di vimini, di come è bello fare l'amore con lei. Ma non trovai le parole. Riuscii solo a baciarle la mano, prima che la ritraesse come se l'avessi punta.
La caposala avvisò che l'orario di visita era concluso. Lasciai a malincuore la stanza, promettendole di tornare il giorno seguente. In corridoio domandai quando avrebbe potuto essere dimessa. Dissero che anche l'indomani era possibile, se avesse recuperato le forze per tempo. Dissi che sarei venuto a prenderla. La caposala mi squadrò dall'alto in basso. Provai subito il violento bisogno di schiantarle il viso dentro un muro. I miei istinti si erano decisamente' abbruttiti negli ultimi mesi. Ma mi trattenni dal farlo. Anche perché non sentivo più quella vibrazione intima che mi segnalava l'avvicendamento dell'Altro. Al suo posto avevo come un vuoto. Come se nel mio corpo mancasse qualcosa, come un braccio, un polmone o un'ala.