Il vicequestore riappese il telefono a tentoni, pallido in viso. Cercò nella tasca dei pantaloni il fazzoletto per detergersi il sudore dalla fronte. Poi pigiò un pulsante dell'interfono. Disse soltanto: «Venga immediatamente nel mio ufficio.» Tolse il dito dal pulsante e si lasciò cadere sulla poltrona.
Quando la porta si spalancò in velocità, erano trascorsi solo pochi secondi ma il suo viso aveva ritrovato almeno un po' di colorito.
«Comandi!»
«Raduni immediatamente quante più pattuglie possibile. Abbiamo un'emergenza.»
La donna lo squadrò in volto, detestando quel suo ruolo di segretaria che mai avrebbe pensato di ricoprire quando aveva fatto l'esame per entrare in polizia.
«Cosa devo dire?»
Il vicequestore tentennò per qualche secondo. «Livello di pericolosità ignoto. Dica a tutti di prepararsi a un possibile scenario di guerriglia. Si sbrighi, presto!»
Appena la donna fu uscita, agguantò la cornetta del telefono e compose l'interno del questore. Squillò a vuoto per quasi un minuto al termine del quale il ricevitore tornò con rabbia nella sua sede. La telefonata che aveva scatenato tutto continuava a rimbalzargli nella testa come una pallina di caucciù. Estrasse una bottiglia dal piccolo bar che teneva in un'anta del mobilio e tracannò diversi sorsi di grappa per stordirsi e guadagnare il tempo necessario a decidere che accidenti fare.
La voce dell'Arcivescovo era straziante, rigata di terrore. Aveva faticato a comprendere le parole. Dovette chiedere più volte di ripetere ciascuna frase. Il mostro era appollaiato fuori dagli appartamenti del porporato e lo seguiva di stanza in stanza, senza dargli tregua ma senza neppure tentare di forzare le finestre, cosa che sicuramente sarebbe stato in grado di fare. Stava giocando, come un gatto col topo. Voleva instillare la follia nella preda e, a giudicare dalla voce dell'Arcivescovo, ci stava riuscendo benissimo. Al telefono era fuori di sé, piangeva come un bambino appeso per un filo d'erba sopra un crepaccio.
La porta dell'ufficio fu squassata da colpi che gli sembrarono assestati con un maglio. Per un attimo la realtà e la fantasia si sovrapposero al punto di fargli credere che quel mostro avesse già finito con l'Arcivescovo e fosse venuto a cercare la sua prossima vittima! Poi, all'apparire della usuale cascata di riccioli castani, si rese conto che la sua segretaria stava entrando per avvisarlo che le volanti erano pronte. Non avrebbe dovuto bere.
«Va bene, va bene; fra un attimo raggiungerò gli uomini di sotto. Lei mi preceda.»
Liquidata la donna senza cerimonie, corse nel suo bagno privato a sciacquarsi la faccia. Aprì il cassetto della scrivania nel quale riponeva la pistola e infilò il braccio nella fondina. La fibbia gli scivolò fra le dita sudate diverse volte. Poi si mise la giacca e si precipitò di sotto, sereno come un generale mandato a combattere i draghi d'oriente con un'armata di conigli.
Che accidenti avrebbero potuto fare i suoi uomini, genericamente armati e senza preparazione, contro una creatura imponente, capace di volare e di chissà quali altri espedienti? Non avevano blindati. Non avevano armi pesanti. Non avevano protezione sufficiente. Era la polizia quella, non l'esercito!
Arrivato in strada salì sulla sua auto personale, evitando gli sguardi degli agenti che evidentemente si attendevano qualche informazione prima dell'azione. Richiuse la portiera come se si stesse avvolgendo in una coperta calda in una fredda notte di pioggia. Il lungo spiegamento di volanti riempì a tutta velocità le strade con lo scoordinato latrare delle sirene.
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Panetta era ormai più fradicio di quanto potesse esserlo il mare stesso. Sentiva l'acqua riempirgli le scarpe, le tasche dei pantaloni, il colletto della camicia, scivolando giù per la schiena fin dentro le mutande, anch'esse perdutamente fradice. Eppure non demordeva. Era rimasto lì, piantato come il lampione su cui stava appoggiato, a osservare quell'orrore svolazzare da una finestra all'altra con la leggiadria di una rondine e la maestosità di un leviatano. Non avrebbe saputo dire quanto tempo era trascorso da quando si era tuffato nella pioggia. Un quarto d'ora, forse nemmeno. Ormai era questione di istanti. Sapeva che la polizia stava per arrivare. Forse il suo ex agente non avrebbe neppure fatto a tempo a raggiungere la questura prima di incrociare il codazzo delle volanti lanciate a tutta velocità in direzione opposta, verso il palazzo dell'Arcivescovo. Verso la creatura.
Ringraziò il cielo che le imposte delle case circostanti fossero chiuse per resistere alla furia dell'acqua che scendeva implacabile da un cielo livido e gonfio. Nessuno probabilmente stava osservando quella scena a parte lui. Se avessero scorto quell'orrore mastodontico svolazzare attorno all'edificio avrebbero ceduto all'isteria di massa, riducendo a zero le già scarse possibilità di intervento della polizia. Si rese conto di ragionare come se stesse aspettando l'arrivo dei suoi uomini per guidarli in una operazione di cattura. Be', per la prima volta la grana non era sua e lui si sarebbe tolto la curiosità di vedere come andava a finire senza dover far nulla.
Stava ancora pensando alla faccia che avrebbe fatto il vicequestore al suo arrivo, quando le sirene delle pattuglie gli furono addosso senza preavviso, lacerandogli bruscamente i timpani. Distinse il dirigente in abito borghese farsi largo fra gli agenti in divisa fin sotto il portone per dare voce al megafono, riparato sotto ad un ombrello malamente sorretto dalla segretaria.
«Polizia! Sei circondato! Arrenditi! Se ti consegnerai spontaneamente non ti verrà fatto alcun male. Ci sono più di trenta agenti armati sotto di te. È meglio per tutti se scendi con le buone. Non puoi sperare di sfuggire all'arresto.»
«Altro che se ci spera. Anzi, scommetto che ne è certo» si intromise Panetta. «È da un pezzo che lo osservo svolazzare qua attorno.»
Aveva dovuto parlare a voce più alta del normale per farsi udire attraverso lo scrosciare insistente della pioggia. Sentì gli occhi del vicequestore ficarglisi addosso come spilli.
«Lei! Che accidenti ci fa qui, per la miseria? Le avevo detto di non immischiarsi oltre in questa indagine!»
«Non può impedirmi di passeggiare liberamente. In una così bella notte, poi!» rispose beffardo. Poi, indicando in su, aggiunge: «Allora, che mi dice? Sembra che quella cosa esista davvero.»
«E con questo?»
«Come sarebbe a dire? Si è preso gioco di me per giorni mentre indagavo. Mi ha messo gli altri contro ridicolizzandomi. Me lo dica adesso che quella cosa non esiste!»
«Panetta, non mi provochi!» ruggi il vicequestore, fuori dalle grazie. «Se dice una sola parola ancora la faccio arrestare per intralcio. Sono stato chiaro?»
«Chiarissimo!» rispose con voce tonante battendo i tacchi. Il vicequestore lo afferrò per il bavero dell'impermeabile, spingendolo via con forza. Panetta riuscì a fatica a ristabilire l'equilibrio prima di cadere rovinosamente in una pozza in cui invece ficcò solo i piedi.
Un agente richiamò l'attenzione del dirigente verso il palazzo. Il mostro sembrava scomparso ma si resero presto conto che era solo nascosto sulla facciata d'angolo. Il vicequestore raccolse il megafono da terra e lo accese per parlare, ma quell'imbuto a batterie, riempitosi d'acqua, crepitò come un mortaretto per esalare infine un ultimo gracchiante anelito di vita.
Ormai privo di ogni freno inibitorio e ancora confuso dai fumi dell'alcool, il Vicequestore prese a urlare a squarciagola: «Ehi, mostro! Dico a te! Scendi subito o ti faccio ammazzare lì dove sei. Mi hai sentito? Hai cinque secondi a partire da ora! Sto già contando. Cinque. Quattro. Tre, due, uno...» poi voltatosi di scatto verso i suoi uomini urlò: «FUOCO!»
Gli agenti lo squadrarono per un attimo interdetti .
«Perché accidenti non avete le pistole in mano? Quando dico fuoco dovrete sparare! Idioti! Fate fuoco, per Dio! Dovete sparare a quella cosa e tirarla giù come una mela marcia! Fuoco, Cristo Santo! Fu-o-co!»
A quel punto gli agenti si persuasero che quello fosse davvero un ordine e che loro dovessero davvero eseguirlo, per quanto assurdo potesse essere. Aprire il fuoco in trenta contro un bersaglio sfuggente, in piena notte, durante un'acquazzone allucinante, come se non bastasse in pieno centro abitato, violava almeno un paio di direttive, oltre al buonsenso. Ma nessuno di loro era stato assunto per pensare. Per sparare invece sì.
La prima salva ebbe l'effetto di attrarre l'attenzione di quell'orrore. Intuirono la sagoma delle ali spalancarsi in piena estensione. Doveva aver preso il volo, perché sembrava come scomparso e non riuscivano più a indovinarne la posizione. Mentre cercavano di rintracciarlo, il mostro li colse di sorpresa, piombando addosso al gruppo in volo radente, nonostante la fila piuttosto ravvicinata di alberi che percorreva il marciapiede.
La seconda salva sembrò più onestamente un gesto di stizza contro il diluvio che impediva loro di vedere cosa facevano, dal momento che volò disordinatamente verso il cielo senza un senso compiuto. Dopo quella esecuzione corale, seguirono sporadici assoli di alcuni agenti, ormai caduti preda della paranoia, che costarono la vita a un gatto e l'integrità a un'insegna luminosa, ma non ebbero fortunosamente altri effetti, intonaci esclusi.
Per alcuni minuti del mostro non si ebbe più traccia, finché non ripiombò fra loro, raccolto a uovo, atterrando fragorosamente sul tetto di una volante che andò in frantumi. Gli agenti esultarono, credendo che fosse stato colpito da qualche proiettile miracolosamente diretto contro di lui. Ma furono repentinamente delusi, quando la bestia riaprì le ali e con un nuovo, impressionante balzo riguadagnò quota, mettendosi a volare in tondo per poi lanciarsi via di lì lungo la direttrice del viale.
Dopo un breve momento dominato dall'esitazione, il Vicequestore ordinò che tutti salissero in auto. Lo avrebbero inseguito. Mentre gli agenti si affastellavano dentro le otto vetture rimaste intatte, si rivolse a Panetta.
«Se lei ci segue la rinchiudo per sempre!»
«Non si preoccupi: sono a piedi, anche se volessi...»
«Vada a fare in culo, Panetta!»
L'auto partì sgommando e riprese terreno rispetto alle altre pattuglie. Non era ancora mezzanotte. Sentendo le sirene allontanarsi, qualcuno si azzardò ad aprire le imposte.
Una raffica di starnuti rivoltò Panetta da dentro a fuori. Cercò istintivamente un po' di riparo dalla pioggia, anche se tardivo. Si ficcò sotto all'androne del palazzo arcivescovile e suonò all'unico campanello che faceva sontuosa mostra di sé su una colossale placca d'ottone.
«Chi è?»
Doveva essere un usciere o un maggiordomo di qualche sorta. Panetta fu pronto a rispondere. «Polizia. Sono l'agente Brambilla. Sono assegnato di guardia qua sotto» disse con voce modificata.
«Sia lodato il cielo. Che è successo? Abbiamo sentito sparare. Le vetrate del bagno sono in frantumi.»
Per Panetta continuare fu solo questione di routine.
«Abbiamo dovuto usare le maniere forti. Non c'era altro modo di far scendere quella cosa.»
«E così è scesa?»
«I colleghi la stanno inseguendo.»
«Buon Dio!»
«Vedrà che la prenderanno. Prima o poi dovrà fermarsi.»
«Speriamo.»
«Come sta monsignore?»
«È profondamente scosso. Abbiamo richiesto un'ambulanza. Speriamo non tardi molto.»
«Avete fatto bene. Li guido io quando arrivano.»
«Grazie infinite.»
«Si figuri. Faccio solo il mio dovere. Allora intesi, non mi sposto da qui. Rassicuri monsignore. Vada.»
«Vado, sì, grazie ancora.»
Si frugò nelle tasche interne dell'impermeabile alla ricerca delle sigarette, ma ci trovò soltanto una specie di alga marrone che scoloriva sui vestiti e sulla pelle. Gettò il pacchetto macilento a terra e si appoggiò al muro di marmo freddo. Uno starnuto gli percorse la schiena, il collo, la nuca e finalmente uscì con una fitta. Quella era bronchite, come minimo. In fondo se lo sentiva che sarebbe finita così, dopo tutta quell'acqua. Pazienza. Tanto valeva prenderne un'altro po' ma almeno sarebbe arrivato a casa il prima possibile, perché di voler smettere a breve non dava nemmeno un accenno. Lasciò il portone, sotto al quale non aveva pensato nemmeno per un istante di restare di piantone, e si incamminò ciondolando come una zattera in mezzo all'oceano.
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Le pattuglie proseguirono per tutta la notte a inseguire quel mostro sfuggente attraverso l'intera città nella più imponente partita vivente di pacman che l'umanità avesse mai visto.
Quando le prime luci dell'alba si insinuarono fra le nubi che accennavano a ritirarsi, un esercito di volanti aveva rinforzato le unità del Vicequestore. Oltre cento agenti preparati alla guerriglia erano schierati su quattro file davanti alla navata centrale del Duomo.