Il sole metteva sempre di malumore Panetta, specialmente nei giorni feriali. Osservarlo dalla finestra del suo ufficio gli sembrava un'ingiustizia, sopportabile solo a fine mese, il giorno di paga. Fosse almeno stata una buona giornata dal punto di vista delle indagini, ne avrebbe sofferto meno.
Invece gli sviluppi della scientifica non si potevano definire davvero tali. Finalmente erano arrivati gli esiti sui tre frammenti di DNA mancanti. Due appartenevano alle ultime vittime, il che combaciava con la testimonianza del barista. Il terzo invece non era registrato nell'archivio della scientifica. Con ogni probabilità apparteneva a uno degli assassini. Con meno probabilità se l'era perduto una sesta vittima mentre sfuggiva miracolosamente a quel massacro. Il tentativo d'ufficio di immaginarsi come fosse possibile scampare a una minaccia così violenta da creare quel pandemonio, aveva impegnato Panetta per non più di un quarto d'ora. Era evidentemente impossibile, ma per professionalità era costretto a non scartare nessuna variante a priori.
In ogni caso, la sua opinione personale era che quel reperto appartenesse all'assassino. O a uno di loro. Quanti erano? Come avevano operato? Armi non convenzionali? Roba da guerra d'assalto? Quell'aspetto era ancora tutto da risolvere, oltretutto senza poter contare sui cervelloni della scientifica. Per un attimo concesse alla mente di riposare e si abbandonò a supposizioni fantasiose. Il che, a volte, fruttava l'intuizione tanto attesa.
Dei corpi non rimaneva nulla, se non una poltiglia e pochi frammenti solidi. Il suo intuito propendeva per il metodo del taglio dei tessuti, un taglio eseguito a più riprese, reiterando il gesto centinaia, anzi no, migliaia di volte. Dunque niente di fattibile a mano con coltelli, katana o scimitarre da “il ritorno di Sandokan”. OK, ti servono più lame, Panetta.
Il frullatore con l'omino verde gli passò di nuovo per la mente. Scacciò l'idea come bizzarra. Certo, una singola persona non poteva fare quel lavoro a mano, ma decine di persone... Ma allora, in quel caso, il terreno sarebbe stato costellato di orme. Invece, neanche l'ombra. E poi quante persone servivano per sostituire un tritacarne da macello industriale?
Inoltre il barista li avrebbe visti, anche se fosse stato ubriaco fradicio. E comunque l'alzaia non è mai deserta. Se il tutto fosse durato oltre il minuto avrebbe certamente richiamato qualcuno. Insomma: o erano alieni, o erano ninja. E questo sfortunatamente non capitava spesso, almeno non a Milano.
Panetta tornò nuovamente a valutare l'idea di una macchina. Forse l'ipotesi di un'arma non convenzionale sperimentata in territorio civile poteva esistere da qualche parte nell'universo ipotetico in cui si era addentrato. Ma allora perché non sperimentarla in un vicolo di Bagdad o di Kabul? Una sperimentazione in piena Milano? Ma scherziamo? E poi chi l'avrebbe fatto? I Servizi? Ci mancavano giusto i Men in Black e poi c'erano tutti. Alieni, servizi e immonde bestie alate.
Già, le ali. Ancora, a distanza di tempo. Di nuovo quelle ali.
Panetta non era di quegli zelanti elementi che seguono il protocollo alla lettera, scartando le ipotesi sulla base di rigorosi criteri analitici. Quello lo faceva solo per placare le ire dei capi quando le indagini andavano per le lunghe. Ovviamente prima o poi avrebbe dovuto farlo anche in quel caso, come il vicequestore non aveva mancato di fargli intendere. Ma non era ancora venuto il momento. Per quel giorno poteva concedersi il suo consueto metodo d'indagine. Metà cervello e metà pancia.
Si alzò dalla poltroncina cigolante per sottrarsi ad un raggio di sole che beffardo gli cadeva sugli occhi. Camminando in circolo per la stanza ricapitolò gli strambi elementi che aveva in mano. Entrambi gli episodi attribuiti a questo fantomatico Ali di China erano stati assegnati a lui. Lui aveva aperto i dossier. Lui aveva raccolto le testimonianze. Lui aveva constatato la più completa impossibilità a rinvenire alcuna pista perseguibile. Lui continuava a brancolare nel buio, rischiandoci la reputazione. Aveva almeno il sacrosanto diritto di fare di testa sua, si disse.
Naturalmente la versione del tossicomane era ancora più ingestibile di quella del barista. Ma anche in quel caso Panetta non l'aveva cestinata. L'aveva sì adombrata, per questioni di real politik. Ma da qualche parte nel suo cervello, aveva sempre continuato a pensare che avesse un suo significato da non trascurare.
Di certo non il significato letterale di un mostro che emerge dalle fiamme della dannazione per annunciare l'Apocalisse. Quella era roba per sciroccati da rotocalchi scandalistici. Eppure qualcosa doveva pur rappresentare. Come era possibile che due persone, a distanza di mesi, avessero riportato una descrizione analoga di quella figura?
Forse perché quella figura non esisteva ed era invece una creazione di fantasia magari usata come un marchio di fabbrica. Già, quello poteva anche darsi. Ipotizzando che qualcuno, diciamo un gruppo o un'organizzazione magari, avesse intenzione di compiere degli atti caratterizzati da una certa serialità per poi attribuirli ad un fantomatico mostro da noir a puntate, forse Panetta avrebbe trovato la sua traccia. Aumentò il passo. A cosa poteva servire una serie di omicidi? A coprire. A distogliere lo sguardo. A lanciare un messaggio a fazioni opposte. A sfidare lo Stato e le istituzioni. A soddisfare una follia perversa e inconfessabile. Le possibilità erano migliaia.
Oppure non c'era nessuna organizzazione. Con un pizzico di psicologia spiccia, si poteva anche ipotizzare che il barista avesse letto la testimonianza del tossicomane quando, un anno prima, venne spiattellata sui quotidiani; che l'avesse interiorizzata, incastrandola fra qualche neurone facilmente impressionabile, e che l'avesse infine riesumata per giustificare lo shock suscitato dalla visione di un massacro in piena regola che però non c'entrava nulla con ali e altre diavolerie.
Pover'uomo; quello che aveva visto non era stato di certo uno spettacolo cui si assista per piacere. Oddio, da quando Romero aveva nobilitato l'horror, quella sua convinzione doveva essere effettivamente rivista. Ma tutto sommato ancora reggeva: un conto è una pellicola proiettata in una sala e un conto è uno squartamento multiplo sull'altra sponda del naviglio. Altro che dolby surround. Il barista doveva aver pensato che poteva finirci di mezzo se al posto del naviglio ci fosse stata una strada.
Eppure qualcosa gli diceva che non era solo suggestione. Non completamente almeno. Tornò a sedere, accostando un poco la finestra per mascherare la luce del sole. Cosa significavano davvero quelle testimonianze? Come doveva considerarle? Dannazione, non lo capiva. Ancora non ci arrivava.
Un poliziotto bussò sullo stipite della porta ed entrò.
«Che c'è?»
«Commissario, ho i rapporti delle pattuglie.»
«Dai qua e sparisci. Ah, chiudi la porta, che non voglio essere disturbato.»
I rapporti degli agenti gli provocavano sempre un feroce malditesta e nemmeno quella volta fece eccezione. Panetta ancora non si era arreso alla loro totale incapacità di redigere dei verbali che non suonassero come trattati di matematica in latino. Si chiese cosa dovessero aver detto alle loro donne per conquistarle.
Al cospetto della qui presente Signorina Comesichiama, il sedicente Tizio Caio asserisce che, in data giorno mese e anno, alle ore che sono, fattosi persuaso della veridicità dei propri sentimenti, la sopracitata Signorina è fatta oggetto dei suoi più rispettosi desideri, ai quale il suddetto Tizio Caio confida ella vorrà ricambiare.
Letto, firmato e protocollato.
Signore, dammi la forza! pensò nauseato e aprì la prima cartella.
Dopo mezz'ora di concentrazione forzata non aveva cavato un ragno dal buco. Sette volanti avevano interrogato numerosi individui collegati alle vittime, visitando in lungo e in largo tutti i giri che quei tizi frequentavano. Tutti pare avessero collaborato con quella genuina spontaneità propria di chi non ha altra scelta. La polizia ringraziava.
Ma nonostante il generoso afflusso di informazioni, la situazione non era avanzata di un passo. In pagine e pagine di verbali si citavano al massimo piccoli fatti di microcriminalità, qualche indelicatezza fatta vicendevolmente, alcuni sospesi di poco conto. Niente che accendesse nella sua testa la scritta indizio lampeggiante al neon. Quelle non erano cose che si regolano con una barbara carneficina. Chiuse le cartelle e le impilò con cura maniacale, allineando i profili esterni. Poi si abbandonò a fissare il vuoto.
In conclusione, non sapeva cosa dire al vicequestore se non che non sapeva cosa dirgli. Il che era un problema, specialmente in quella meravigliosa giornata di sole destinata a finire prima del suo orario d'ufficio. Due volte dannazione!