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Ali di China

blues chill out

Dopo aver visto con i suoi stessi occhi il mostro spiccare il volo, con le enormi ali nere spiegate, la terra sotto al culo di Panetta sprofondò sempre più giù, insieme ad ogni certezza. Si rimise in piedi a fatica, raccolse la pistola resa inutilizzabile dall'acqua e senza asciugarla la ficcò nella fondina a contatto con la camicia. Poi barcollò fino all'ingresso del Black Belt in una melma di sangue, cervella e pioggia. Il ragazzo nero era in stato di incoscienza completa, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa in un farfugliare incomprensibile. Sua moglie invece sembrava più lucida.

«Avete visto anche voi?» chiese balbettando.

«Oh, sì» gli rispose la donna. «Era bellissima.» Poi chiuse gli occhi e si abbandonò a un sonno stremato.

Se sono impazzito, non l'ho fatto da solo, pensò.

Frugò la tasca interna in cerca del telefono e chiamò in centrale, richiedendo l'intervento di due autoambulanze e della scientifica. Poi si sedette sul cofano dell'auto di quei tre, troppo morti per protestare.

Tranquillizzato dall'aver attivato i soccorsi, prese a ripensare a quello che aveva visto per mettere le idee a posto. Come avrebbe spiegato ai vertici che quell'affare esisteva davvero? Appena si fosse venuto a sapere, tutti lo avrebbero isolato, mentre il vicequestore si toglieva lo sfizio di trasferirlo a cento chilometri da casa con metà pensione e meno stipendio ancora. Peggio che camminare per i corridoi della questura nudo, con un naso rosso e una parrucca da pagliaccio.

Gli serviva tempo. Richiamò la centrale e chiese a che punto fossero i soccorsi. Saputo che sarebbero arrivate a momenti, disse che preferiva andare a casa a riposare, perché non si sentiva affatto bene. Descrisse la scena così come la vedeva. Specificò che le ambulanze erano per i gestori del locale che erano da considerarsi gli aggrediti e che gli aggressori erano invece i bianchi senza vita, in modo da non ritrovarsi all'indomani altri due morti sul groppone. Disse che sarebbe andato di primo mattino a fare rapporto per ulteriori dettagli e chiuse prima di attendere risposta.

Si infilò nell'auto e guidò meccanicamente fino a casa usando al più la terza. Parcheggiò sul marciapiede con una potente grattata al fondo. Aprì la porta cercando di non svegliare la moglie. Si sfilò i vestiti di dosso e si buttò sotto la doccia fredda. Mise il primo pigiama che trovò nel cassetto e si infilò sotto le lenzuola delicatamente. La moglie, tutt'altro che addormentata, si voltò e lo fissò con uno sguardo difficile da interpretare. Panetta pensò di aver sposato un pipistrello.

«Anche stanotte hai fatto tardi... Avevi smesso di tornare nel cuore della notte. Non voglio che ritorni un'abitudine.»

Si chiese che diritto avesse lei di protestare per un banale ritardo dopo quello che aveva passato lui, ma decise di non provare nemmeno a spiegarle quello che era successo. Fare rapporto al vicequestore il mattino seguente era un supplizio più che sufficiente. Bofonchiò qualcosa circa il fatto che avesse ragione, le augurò la buonanotte e si voltò dall'altra parte in cerca di sonno.

 

Quando la sveglia trillò non erano trascorse che tre ore e una manciata di minuti. La testa gli picchiava come una grancassa. Il contatto con le lenzuola gli fece sperare per un fugace momento che fosse stato solo un sogno. Ma lo squillo del telefono non lo assecondò. La voce del vicequestore gli arrivò all'orecchio sarcastica e perentoria.

«Notte brava anche ieri, eh Panetta?»

Ma si facesse gli affari suoi una volta...

«Buongiorno, signore.»

«È un buon giorno? Me lo dica lei!»

Ah, ma questo ha proprio intenzione di farmela pesare oltre ogni limite. Si grattò con un unico gesto la testa e gli occhi.

«Glielo dico fra un'ora.»

«Ci conto!» rispose il superiore e riappese senza salutare.

Cafone! Panetta rotolò giù dal letto e si portò in cucina per sgranocchiare due biscotti e ingollare il suo abituale caffè quadruplo. Poi salutò la moglie-pipistrello e si infilò in auto. Accese la radio per non pensare. Incrociò un notiziario.

«Veniamo ora alla pagina di cronaca. Nuovo fatto di sangue alla periferia nord di Milano. Tre giovani sono stati uccisi all'uscita dal Black Belt, un locale musicale dove avevano presumibilmente trascorso la serata...» Presumibilmente cosa? Accelerò per arrivare prima in questura, come se questo potesse rettificare le sciocchezze del giornalista. «All'arrivo delle forze dell'ordine il delitto si era già compiuto. Fuori dal locale la polizia ha rinvenuto tre corpi. Due riportano ferite d'arma da fuoco mentre il terzo ha subìto la mutilazione degli occhi. I due gestori del locale, due neri di origine americana, sono ora ricoverati nel reparto di traumatologia dell'Ospedale Maggiore di Niguarda. I due sono in stato di fermo cautelare. Il vicequestore non esclude di incriminarli per l'omicidio dei...»

Spense l'autoradio con un pugno. Il crack della plastica gli confermò che non l'avrebbe più riaccesa. Avrebbe dovuto attendere sul posto, nonostante la stanchezza e la fragilità della sua psiche. Si sentiva dannatamente responsabile. Nonostante avesse spiegato per telefono la situazione, quel bastardo lustramedaglie aveva lo stesso deciso di agire come da protocollo, piantonando due poveracci mezzi morti in reparto. Era davvero troppo. Mentre pianificava il suo rapporto, parcheggiò l'auto.

L'ufficio del vicequestore, all'ultimo piano dell'edificio squadrato della questura, era aperto. Panetta si piantò in mezzo alla porta e bussò sullo stipite. Il superiore gli fece cenno di entrare e di chiudere.

Prima che l'altro potesse parlare, Panetta domandò a bruciapelo: «Come stanno?»

«Lei se la caverà probabilmente, anche se rischia di perdere l'utero. Lui invece aveva la milza perforata. L'hanno operato al volo, il che, dicono, è una fortuna, ma non si sbilanciano ancora.» Poi fece una pausa. Quindi assunse un tono ironicamente affettuoso ed entrò in argomento: «Allora, caro ispettore, cosa mi racconta di questa ridente scenetta che ci ha lasciato nel cuore della notte?»

«Mi dispiace, io avrei voluto dare una ripulita, ma non avevo lo spazzolone» rispose Panetta ruvido, le palpebre strette come fessure.

Il vicequestore gli ficcò gli occhi addosso e cambiò espressione. «Non tollero assolutamente il suo tono. Se voleva che le cose andassero in un certo modo, perché non è rimasto sulla scena? Conosce bene la regola: chi interviene fa come meglio crede. E lei se n'è lavato le mani, quindi non si lamenti.»

«Io avevo spiegato specificatamente al centralinista che i neri erano gli aggrediti e non gli aggressori e che richiedevano immediate cure mediche...»

«Che noi abbiamo fornito nel minor tempo possibile» disse il Vicequestore come a sottolineare l'evidente.

«Mi dica che bisogno c'era di piantonarli in ospedale, come se fossero dei criminali! Hanno già visto un anticipo di inferno, questa notte. Ma li ha guardati i cadaveri? Ci ha fatto caso a cosa avevano quei tizi dentro l'auto?»

«Una mazza da baseball e una chiave inglese piuttosto grossa» disse l'altro, come se stesse parlando del triangolo e della ruota di scorta.

«Una mazza, una chiave inglese e un pacco di volantini con tante belle croci celtiche. Per quello che può valere mi ci gioco la pensione che erano organici a qualche formazione di estrema destra e stavano pianificando da tempo l'aggressione contro i gestori del Black Belt. Ma non si rende conto che così commettiamo un errore e facciamo un ulteriore torto a quei due? Gia essere pestati davanti al locale che hanno faticato a costruire deve essere mortificante. Se poi noi gli diciamo anche che sono sospettati di omicidio come crede che si sentano? Piuttosto che finire in carcere per un errore potrebbero anche decidere di non voler più vivere!»

«OK, adesso basta. Non me ne frega un accidente delle sue idee progressiste, della sua sensibilità e del suo buon cuore. Io seguo la procedura alla lettera, sempre e comunque. E poi non capisco di cosa accidenti si lamenti. Li avessi rimpatriati in catene col primo aereo in partenza per la Cotton Belt... Ma santo cielo, questo suo atteggiamento è davvero assurdo! E non intendo sopportarlo oltre. Ora, se vuole solo continuare a recriminare, può anche andarsene.»

Panetta non era affatto dell'idea di lasciar cadere la conversazione a quel punto.

«Avete disposto i rilevamenti sull'arma presente sulla scena?» domandò tagliente.

«Stiamo aspettando i risultati.»

«Smetta pure di aspettarli. Non ci troverete altre impronte all'infuori del tizio che la impugnava.»

«E chi accidenti avrebbe sparato, allora? Se lo sa me lo dica?»

«Il tizio che la impugnava, mi sembra ovvio.»

Il vicequestore strabuzzò gli occhi e scoppiò a ridere. «Cioè lei vorrebbe darmi a intendere che questo tizio avrebbe fatto fuori i suoi compari e poi si sarebbe suicidato, dopo che tutti e tre hanno malmenato i due neri?»

«Qualcosa del genere.»

«Cosa vuol dire con qualcosa del genere?» chiese di rimando inacidito. «Vuol fare un rapporto o vuole andare avanti a oracoli? Guardi che sta esaurendo la mia pazienza.»

«Se facessi rapporto, lei non mi crederebbe.»

Il vicequestore ebbe un lampo negli occhi e in un istante realizzò. Poi riprese a parlare con un ghigno sull'angolo della bocca: «Oh, sì che voglio quel rapporto. Ci può giurare. Sono proprio curioso di leggerlo. Scommetto che a un certo punto ci infilerà un enorme paio di ali?» disse mimando con le braccia. Poi rimase per un attimo a fissare il commissario aspettando che si decidesse a dire qualcosa.

«Temo di sì. Per questo non farò rapporto.»

Il vicequestore decise di farla finita una volta per tutte e di liberarsi di quell'uomo. «Panetta, apra completamente le orecchie: se lei non fa rapporto io la sospendo con effetto immediato...»

«No, lei non farà nulla di tutto questo» lo interruppe pacato. La rabbia scomposta gli era svaporata. Dentro aveva solo determinazione, cresciuta minuto dopo minuto, risposta dopo risposta. Una forza inarrestabile come una valanga, figlia della nausea per il trattamento riservato ai due gestori del Black Belt, ennesimo caso incontrato in decenni di carriera. Ma figlia soprattutto della percezione allucinata della realtà che si trovava a vivere, dopo aver visto quella cosa con i suoi stessi occhi. E figlia, per finire, della consapevolezza di essere ormai da solo, senza possibili compagni nelle indagini, perché nessuno lo avrebbe seguito lungo la strada che stava per intraprendere.

Mentre il vicequestore ancora lo fissava con un'espressione scomposta e spiazzata, Panetta si risolse definitivamente. «Mi dimetto.» Poi aggiunse soltanto: «Con effetto immediato.»

Uscì, lasciando il vicequestore appollaiato sulla scrivania come il bronzo di uno scimpanzè. Si sentiva meglio. Aveva fatto bene, sì. Ne era convinto. Mentre percorreva i corridoi della questura incrociò diversi colleghi che lo salutarono con pacche sulla spalla e battutine. Non si era mai reso conto di quanto assomigliassero tutti a pagliacci col naso rosso.

continua...