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Ali di China

alluchinazione

Il baricentro del Duomo è l'altare maggiore, l'esatto punto in cui ci siamo appostati; una potentissima sorgente dalla quale imprimere pressione psicologica sui fedeli. Non c'è un angolo delle navate che si ripari alla nostra vista.

Ci accucciamo, lasciando le ali distese. La voce di Lucy mi ha abbandonato, o dovrei forse dire che si è nuovamente mutata nella silenziosa ma eloquente presenza dell'Altro. Come prima di questa notte ho ripreso ad avvertirne i sentimenti, le sensazioni, le emozioni, i desideri attraverso un canale inconscio e immediato. Onestamente la presenza di quella donna, chiunque fosse, non mi manca affatto. Preferisco l'onestà emotiva dell'Altro alle sue interminabili prediche su cosa non va nell'umanità.

vetrata

La luce flebile, imbastardita dai colori delle vetrate, accentua la tensione di cui è intrisa l'aria. Dai portali spalancati scorgiamo la polizia schierata in assetto da guerriglia. Il vicequestore, giacca e casco antisommossa, brandisce il megafono come un'arma e comincia a sparare ordini.

«Sei in trappola. Non hai vie di fuga. Consegnati spontaneamente e non ti sarà fatto alcun male. Se opporrai resistenza, saremo costretti a usare la forza.»

L'arcivescovo, ritto come una statua, dietro la prima fila di elmetti blu, si fa largo fino al vicequestore. Alla luce del sole non ricorda affatto quella intimorita creatura che l'Altro ha stuzzicato per più di mezz'ora.

«Quando irromperete?»

«A momenti. Ormai ho ultimato l'organizzazione del reparto e siamo pronti.»

«Mi compiaccio. Le raccomando solo di farmi ritrovare il Duomo così com'era quando avrete finito.»

«Monsignore, le assicuro che i miei uomini porranno la massima cura nell'evitare ogni danno; per contro, non dubito che saprà essere perdonare qualche graffio. Questa situazione richieda una certa dose di ruvidità, mi spiego?»

«Io sono disposto a compredere e da buon cristiano so perdonare. Ma non a pochi giorni dalla Pasqua» conclude lapidario, lasciando la schiera d'uomini.

Il vicequestore serra stizzito il pugno. Vuole che la vicenda giunga finalmene ad una conclusione e per la prima volta siamo d'accordo.

L'Altro è calmo. Come un guerriero che ripassi le tecniche apprese prima di gettarsi nella mischia. Possono essere un centinaio, forse più. Che intenzioni ha? Li attaccherà tutti, sistematicamente, uno dopo l'altro? Impossibile riuscire. Sono armati. È certamente vero che queste scaglie dure sulla pelle ci proteggono. Davanti al Black Belt i proiettili non ci hanno nemmeno scalfito. Ma qui abbiamo di fronte svariate decine di agenti, alcuni armati di mitragliatore. Non voglio scoprire quanto sia forte la nostra pelle provando a farcela bucare.

O forse le armi non c'entrano per niente. Che sia la perfidia a farlo indugiare? Li vuole squarciare uno in fila all'altro quando gli correranno addosso, nell'ombra irreale della navata? Oppure è psicologia: vuole esasperare la paura dell'ignoto prima che entrino a cacciare il mostro nella grotta?

Non ho modo di sapere cosa pensi se lui non mi trasmette il suo pensiero. Decido di non potere fare nulla di meglio che rassegnarmi e seguire la sua volontà. È lui al comando, adesso. Io sono solo uno spettatore incastrato in una prospettiva privilegiata. Se poi sia davvero privilegiata, lo saprò a breve, sempre che sopravviva.

Il tempo ancora una volta, mi auguro l'ultima, rallenta. Anche la luce sembra risentirne. Il silenzio flaccido deforma i sussulti dei cuori e incupisce i respiri cadenzati dei poliziotti, là fuori. Avverto nettamente la loro paura. Sono tanti. Sono un branco. Ma l'Altro è unico e sconosciuto. Lo temono. Come è naturale temere l'innaturale.

Come il grido che suscita la valanga, la voce del vicequestore ordina la carica. La truppa irrompe, compatta, assordante. Gli stivali schioccano come zoccoli di cavalli sulle lapidi incastonate nel piancito. Si spingono fino a metà della navata. Una decina di loro trascina le panche e le dispone a formare una barricata. Gli altri sono in formazione di copertura, i mitragliatori spianati. Terminata la frenetica costruzione, si dispongono tutti dietro le protezioni e attendono.

L'Altro li osserva ad occhi chiusi, senza agire.

Una calma irreale torna sulla scena, scandita dai passi del vicequestore che colma la distanza fra il portale principale e il fronte degli agenti, con passo spavaldo e senza alcuna circospezione. Il megafono in mano, la visiera sollevata. Guarda a sinistra, guarda a destra. Porta il megafono alla bocca.

«Fatti riconoscere e…» Il rigurgito delle navate stordisce l'udito fino alla nausea. Getta il megafono e riprende a voce nuda.

«Fatti riconoscere e non ti sarà fatto alcun male. Questo è l'ultimo avvertimento. Hai due minuti di tempo. Poi ti staneremo con la forza.»

L'Altro non chiede di meglio. I volti dei poliziotti si sporcano di paura. Le visiere nascondono gli occhi, ma le bocche morse e digrignate, denunciano la loro tensione. Due minuti sono un'eternità. O il suo cancello.

L'orologio del vicequestore, giudice imparziale, pretende che la situazione sia finalmente affrontata. Il vicequestore, abituato a obbedire, si adegua al volere delle lancette, che sembrano comporre un saluto militare. Scivola con la mano alla fondina, rimuove la sicura e apre il fuoco. Sputa colpi in rapida sequenza, ma non è per noi la sua rabbia.

Le retrovie del suo reparto sono raggiunte perima di poter comprendere. Cadono come frutti maturi. Chi non è colpito fatica a realizzare la situazione. Il vicequestore ha aperto il fuoco contro di noi? si domandano spiazzati. Capisco che è stato l'Altro; lo ha condizionato come aveva già fatto davanti al Black Belt.

I caricatori hanno un pregio: finiscono.

Gli agenti si sono convinti che la catena di comando è stata interrotta e devono pensare alla propria incolumità ciascuno per sé. Sono come bestie braccate in un angolo. Possono scegliere fra reagire o morire: il vicequestore ricaricherà.

I mitragliatori aprono il fuoco da più direzioni. Il vicequestore sembra una marionetta impazzita; si contorce sotto le raffiche che gl'impediscono di cadere al suolo. Butta sangue intorno a sé. Poi si affloscia, misero sudario di un corpo che lo ha abbandonato, goccia dopo goccia.

Sento gli agenti ridere e ansimare contemporaneamente. Hanno perso una decina dei loro e sono senza guida. Peggio: sono senza fiducia! Colui che avrebbe dovuto condurli al successo e esattamente ciò che li ha mutilati. Quando ti tolgono la speranza, puoi lottare per disperazione. Ma se ti tolgono la fiducia, non credi più nemmeno in te stesso. Tutto attorno diventa allucinazione. L'Altro è quell'allucinazione. Noi siamo attorno a loro.

Frugano la navata silenziosa con gli occhi. Le statue dei santi sembrano animarsi nella luce celestiale che filtra dalle vetrate a piombo, ma è solo suggestione.

Uno dei più anziani riguadagna un'essenza di lucidità. «Dobbiamo uscire» dice. «Senza ordini siamo solo un bersaglio.» Si aiutano a sollevarsi, prendendosi per mano. Qualcuno sfila persino l'elmetto, soffocato dal sudore. Solo poche decine di metri li separano dal portone. Fuori la luce li avvolgerà come fa con gli apostoli nelle vetrate. Scorrono in tetro corteo attorno al corpo del vicequestore, prostrato nel suo sangue come un penitente. Lo osservano esterrefatti con un nodo alla gola. Ma non indugiano perché è fuori che la vita continua, lì dentro è solo morte.

Sono quasi sull'uscita quando un urlo gracchiante prorompe dal centro della navata alle loro spalle. La consapevolezza che il mostro è ancora con loro li risucchia nuovamente nell'abisso. Si voltano e i loro volti diventano cenere.

Il corpo del vicequestore si agita, s'incurva, punta le braccia, frusta la pietra del pavimento con gli arti. La schiena si gonfia in maniera raccapricciante ed esplode, liberando un paio di enormi ali nere che iniziano il loro vorticoso sbattere. La creatura si lancia impetuosa verso l'alto e volteggia due volte nella navata. Poi scende in piacchiata sui poliziotti urlanti, la voce sfiatata, le lacrime agli occhi.

Ciò che rimane del Vicequestore ondeggia aggraziato nell'aria. Ricorda l'incrocio fra un passero e un ragno. Mentre il passero plana su morbide traiettorie, il ragno fila la sua tela disegnando trame argentee nell'aria. Ogni corpo che attraversa è un nodo del suo ricamo. Ogni divisa viene toccata delicatamente dalla geometria di un arabesco. Trapassati da parte a parte, sacrificati al superbo fine di comporre un disegno armonioso, esatto, perfino celestiale.

Quando tutti gli uomini sono raccolti finalmente nell'ordito, il vicequestore, o ciò che è diventato, si posa al suolo. Inclina la testa. Poi si rilascia. Il corpo si distende nel mucchio dei suoi uomini, le ali ancora spalancate e svanisce come nebbia ai primi tepori del sole.

Fuori dalla cattedrale la folla ammutolisce. Le gradinate si tingono del sangue che cola lento. L'arcivescovo osserva con orrore il suo Duomo, il tempio del Signore, orribilmente profanato, dissacrato e maledetto! Pensa alla Pasqua che non potrà essere celebrata, alla eco che risalirà la gerarchia ecclesiastica fino in Vaticano. Capisce di camminare sul baratro e la sua rabbia è un sensazione tanto concreta da riuscire a colpirci qui dentro, sopra il baldacchino dell'altare maggiore dal quale non ci siamo ancora mossi. Lui sa che il demone è ancora dentro e l'Altro ne approfitta per stuzzicarlo.

Gli proietta la propria immagine nella mente. Lo chiama e quello risponde come un circuito programmato. La bestia immonda deve essere eliminata. Lo vedo entrare nel lago di luce che irrompe dal portale dentro il buio greve della navata. C'è una sorta di blasfema beatitudine nella sua immagine, come un novello Gesù che cammini sul sangue e non più sulle acque. L'Altro si alza in piedi a dominare il baldacchino dell'altare. Non capisco cosa abbia in mente.

Con un singolo battito d'ali ci solleviamo fino all'altezza dell'enorme crocifisso appeso a mezz'aria con imponenti catene. L'Altro appoggia le mani sulle braccia dal Cristo, avvolge le gambe davanti a quelle della scultura e tiene le ali spianate. Ora so: vuole provocarlo. Vuole prendersi gioco dell'Arcivescovo fino a scardinare ogni più piccolo vincolo della sanità mentale di quell'uomo! La croce dondola, cigolando.

Il porporato contorce il volto in una smorfia di folle furia assassina. Gli occhi si riaccendono di un fuoco feroce. Si china accanto al corpo esanime di un poliziotto e gli preleva il mitragliatore. Lo punta verso di noi e fa fuoco.

L'Altro balza via un attimo prima che le pallottole ci raggiungano e si porta qualche metro più in alto. Da quell'angolatura posso assistere alla scena più imprevedibile della mia vita: un'alta carica della Chiesa, in una cattedrale ricolma di cadaveri, che polverizza un crocifisso plurisecolare con raffiche d'arma automatica.

Quando i proiettili sono tutti esplosi, l'Arcivescovo finalmente realizza l'accaduto. Si accascia al suolo fissando i brandelli del Cristo. Gli piombiamo alle spalle e lo raccogliamo con uno strappo. Artigliato a metri da terra, scalcia convulsamente. Per tranquillizzarlo, l'Altro passa rasente una colonna, facendovi impattare il capo dell'uomo. Quindi lo colloca sulla croce lesionata dai proiettili, usando due grosse schegge di legno per inchiavardargli le mani alla traversa, ancora sorprendentemente resistente.

Planiamo delicatamente fino al suolo e ci fermiamo accanto al portale principale. Ora è davvero finita. L'Altro raccoglie le ali e si ritrae nel mio intimo, ridandomi padronanza del mio corpo. Spogliato della sua pelle coriacea, osservo quello scenario di surreale atrocità. Per un fugace attimo provo l'istintivo impulso a negare che tutto questo sia successo realmente. Eppure l'evidenza dei fatti è qui davanti ai miei occhi a dimostrarmi che è tutto vero.

Mi dirigo verso il portale centrale per farmi un'idea di cosa mi attenda fuori. Sono nudo e insanguinato, impensabile andarmene in questo modo. Sento dei passi scalpicciare nel sangue. Mi ritrovo la sagoma del commissario a fissarmi dalla porta. È attonito, scuote la testa di continuo. Contempla la catasta di cadaveri e li conta con labbra mute. Si porta le mani alla bocca e si rovescia in avanti, vomitando violentemente. Quando si rialza le lacrime gli rigano il viso.

Finalmente mi nota. Mi osserva come si può osservare chi, in quell'universo di morte, sia l'unico superstite. Ho l'impulso di fingermi isterico di pazzia per imbastire una qualche difesa, ma non me la sento di fingere.

«Immagino che vorrà arrestarmi» dico porgendo i polsi con indifferenza, quasi non fossero i miei.

continua...