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Ali di China

a occhi aperti

Uscii di casa per scrollarmi di dosso la sensazione di impotenza. Il sole intiepidiva l'aria. Non sapevo dove andare. Presi il primo tram e ci resti per tre quarti d'ora. Poi percorsi qualche minuto a piedi, con calma, per non sforzare la gamba. Anni prima un incidente d'auto era andato a tanto così dal  portarmela via. Invece la gamba rimase attaccata e integra, ad eccezione di una lesione ai legamenti. Nonostante le cure dei chirurghi fossero state eccellenti, il mio ginocchio destro divenne ipersensibile. Una specie di ramoscello rinsecchito in un corpo solido e ben strutturato.

L'alzaia di giorno è uno spettacolo davvero unico, per via di quella miscela caratteristica di vecchia Milano industriosa e leonardesca che non si può trovare in altre città. L'area in cui la notte precedente l'Altro aveva squartato quei cinque era ancora recintata con i nastri bianchi e rossi. Mi arrestai sul marciapiede opposto, appoggiandomi a ridosso della balaustra che delimita il naviglio. Due agenti della scientifica erano intenti a raccogliere campioni e a cercare indizi. Il grosso del materiale organico era stato rimosso, dal momento che si sarebbe decomposto molto rapidamente alla luce del sole. Alcuni punti, che a me non dicevano niente di speciale, erano però stati lasciati ancora intatti. Forse perché la polizia sperava di trovarci qualcosa di rivelatorio. Contenti loro.

tram sull'alzaia

Un drappello di quindicenni con lo zaino su una spalla sola osservava gli agenti, fumando sigarette appoggiati ai cofani delle automobili più vicine. Ascoltai i loro discorsi per un po'. Il solo immaginare quella carneficina li elettrizzava. Erano affascinati dalla potenza dimostrata nel disporre di un numero di vite molto più alto dell'unica che ci è propria. Cinque a uno. Un rapporto da fare invidia a un bulldozer. Forse un delirio di autoaffermazione per un adolescente che ancora prende le misure alla sua giovane esistenza. In ogni caso l'Altro stava diventando una star e questo non mi piaceva affatto.

Nonostante ne comprendessi le motivazioni — o forse proprio per questo — trovai quei ragazzi ripugnanti. Per una attimo fu come se avessi accesso alle loro menti. Mi sentii proiettato nel midollo della loro stessa essenza; una volta entrato, ci riversai dentro la mia consapevolezza. Fu un'esperienza troppo intensa. Si voltarono bruscamente verso di me, scesero dai cofani e, senza smettere di fissarmi, si allontanarono.

Gli agenti dovevano essersi accorti di qualcosa, perché puntavano alternativamente me e i ragazzi. Attraversai la strada, portandomi più vicino alla scena. Sentivo il loro disagio crescere. Uno dei due si voltò verso di me.

«È un'area sottoposta a indagine. Vede i nastri? Non si può entrare.»

«Infatti non sono entrato.»

Mi guardò con disappunto. Sembrò voler attaccare nuovamente bottone, ma il collega lo richiamò al lavoro con un sorriso largo quanto un pianoforte. Voleva mostrargli un campione di zacchera dal colore violaceo e dal fetore nauseabondo. Era evidente che lo riteneva importante: ci mancava solo che scodinzolasse. Mi ricordò una scena letta in un romanzetto giallo, in cui l'aiutante del brillante investigatore rinviene sul cadavere di una donna un capello del marito e l'investigatore gli spiega, sconsolato, che quello non prova un bel niente. Per di più il loro cappotto era un tratto di darsena lungo sette metri, aveva per bottoni due automobili e un distributore di sigarette e per finire era uniformemente intriso dei liquidi organici provenienti da almeno cinque persone differenti. L'aiutante tornò con le orecchie basse a vagliare pozze di melma mefitica.

Mi sarei goduto volentieri ancora un po' quella scenetta tragicomica, ma un brivido torbido mi percorse la schiena. L'Altro stava bussando alla porta della mia coscienza. Voleva dirmi qualcosa e lo fece nell'unico modo che gli era consentito: facendomelo provare. Lentamente distese un velo opaco sulla scena che si attenuò fino a diventare una sorta di fondale cinematografico. Quindi mise su quel set i suoi attori. Con mio orrore scoprii che erano i cinque della sera precedente, gli stessi che massacrò senza il benché minimo ripensamento.

 

 

Sono di nuovo intorno a me. Ridono sguaiatamente. Sono già ubriachi ma ancora bevono. Suscitano uno schifo perverso, ma mai arriverei al punto di ridurli ad un omogeneizzato di carne umana.

Cominciano a picchiarmi. L'Altro ci solleva lentamente per guadagnare una visuale migliore come un regista consumato. Li sorvoliamo: loro cinque, a tinte vive, e gli agenti della scientifica, due ombre color seppia che setacciano l'asfalto per capire come sia accaduto ciò che io rivivo in questo stesso istante. I cinque mi stanno piegando la gamba con un calcio. È vero, ricordo che il ginocchio mi aveva dato una fitta feroce. È stato in quel momento, credo, che l'Altro ha avuto via libera per emergere e risolvere la situazione alla sua maniera.

A quel punto il fiato mi si mozza. Assisto finalmente alla mia trasformazione. Ma c'è più di quanto mi aspetti. Com'è possibile che non me ne sia accorto quella sera? Dovevo essere troppo concentrato su me stesso per non vedere l'orrore nella sua reale portata.

Anche i volti di quei cinque stanno cambiando. Li vedo deformarsi in una smorfia di perfida crudeltà. Gli occhi si fanno affusolati, i nasi aguzzi, le orecchie oblunge, i denti filiformi e moltiplicati e una bava giallastra cola dalle labbra. Hanno arti nodosi, muscoli evidenti, schiene curve e un'espressione smac-catamente sicura. Poi la scena si conclude esattamente come la ricordo io.

Materia.

Un mar rosso di materia organica che si solleva attorno me e ricade al suolo, sciaguattando come l'onda che affoga nella rena della spiaggia. Ad accoglierla, il cemento del marciapiede, cocciuto e duro a penetrarsi. Cemento e materia. Roccia e biomassa. E gesso.

Gesso?

 

 

«Le ho già detto che è un'area riservata! Pensa che scherzi?»

Come, prego?

La scena onirica si dissolve in un lampo. Quella reale perde l'ombra seppiata e ritorna a dominare in primo piano.

Lo sbirro della scientifica mi piazzò gli occhi in faccia.

«Ma io non sono entrato...» balbettai un po' interdetto

«Ah no? Quel piede non è suo?» disse indicando la punta della scarpa, nettamente a cavallo della linea di gesso bianco a terra. «Ha scelto la giornata sbagliata per provocare. Se non sparisce immedia-tamente, le organizzo il fine settimana in questura, ha capito?»

«Mi scusi, me ne vado subito» dissi rassegnato.

Dovevo essermi spostato, mentre l'Altro mi proiettava quella retrospettiva horror nella retina. Mi morsi il labbro. Quello che più di tutto mi angosciava era proprio l'eventualità di perdere il controllo e di non essere più consapevole delle mie azioni. O sue che fossero. Quel giorno era accaduto e nella maniera più orribile. L'Altro non si era sostituito a me, si era invece delicatamente sovrapposto, senza sospendermi e, ciò che è peggio, aveva interagito con me. Quasi fossimo fatti l'uno per l'altro. Mi aveva mostrato i suoi ricordi senza che io potessi rifiutarmi. Se l'idea era di riguadagnare un poco di fiducia nella mia solidità mentale, quella giornata era un tentativo da dimenticare. Inoltre, sapere che certi dettagli della scena mi erano sfuggiti, quando credevo di avervi assistito pienamente cosciente, era un ulteriore punto di fiducia che mi veniva strappato. Mi chiesi se i volti di quei cinque fossero davvero cambiati o se non fosse piuttosto quello il modo in cui l'Altro li percepiva.

Mentre camminavo sprofondato nei miei pensieri, urtai un orso con la faccia da bradipo.

«Stai attento a dove cazzo cammini, coglione!» mi berciò in faccia, incarognito.

Strinsi forte le mani in tasca fino ad affondare le unghie nella carne e mi tuffai in un vicolo laterale. Misi la schiena al muro, sudando freddo. Non adesso, pregai, non in pieno giorno!

In breve mi convinsi che l'unico rischio concreto fosse uno svenimento per iperossigenazione. L'Altro dormiva pesantemente, avvolto fra le sue ali, nel nido che aveva preparato in fondo alla mia psiche. Forse, per quel giorno, si sentiva soddisfatto e non avrebbe desiderato altro da me.

continua...