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Ali di China

la seconda volta

Gettai il giornale da un lato. La testa mi faceva ancora male, ma il corpo si stava riprendendo. Lei dormiva accanto a me, immersa in un sonno pacifico. Osservai il suo corpo affusolato mezzo nascosto dal lenzuolo. Indugiai per un poco sulla curva della spalla, così dolce, così aggraziata, così morbida nel raccordarsi al collo. Il colore della pelle, quella sensazione di purezza che mi ispirava si mescolava intimamente al desiderio carnale che ho provato fin dal primo giorno che l'ho vista.

Mi voltai dall'altra parte, deciso a recuperare quel poco di energie che ancora mi mancavano. La luce filtrava tenue nel tardo pomeriggio. Dietro alle palpebre chiuse continuavo a ripensare alle parole dell'articolo. Parole di oggi e allo stesso tempo parole che venivano da un passato che mi ero sforzato in ogni modo di chiudermi alle spalle. Sperando che non ritornasse, come invece ha fatto.

La penombra della ragione si stemperò nell'inconscio onirico come una trama su carta di riso. Abbandonai il viso nel cuscino. Il freddo del cotone mi avvolse come il vento di quella sera.

 

 

Un attimo dopo passeggio di nuovo per quel budello d'asfalto, dietro la zona industriale della Breda e della Pirelli. Giganteschi casermoni dall'aria fatiscente benché spesso non siano affatto abbandonati, chilometri di recinzioni ancora in piedi a presidiare il nulla e dovunque la stessa desolazione che sa di carbone e catrame.

Bavero alzato e sciarpa quasi dentro le orecchie, cammino per raggiungere l'auto parcheggiata dall'altra parte del cavalcavia. Ho fretta. Arrivo sotto alla rampa che sovrasta i binari su cui un tempo si muovevano i convogli carichi di pezzi fusi nelle acciaierie.

Penso al bagno caldo che mi farò arrivato a casa. Le mie ossa lo reclamano. La gamba dolora, come ogni sera d'inverno in questa pozza stagnante che chiamiamo pianura. A ogni passo sento un leggero clac: è l'articolazione che scattando si usura. Non posso camminare a lungo senza che s'infiammi. Ma tra il freddo e il dolore all'osso non so dire quale sia peggio e continuo, accelerando o rallentando il passo a seconda di quale dei due si faccia più insopportabile.

Sto per imboccare il cavalcavia, quando un grido acido mi trapana le orecchie. Non sembra una donna. Sento un rigurgito salirmi su per l'esofago. È la voce di una bambina. Mi paralizzo. La testa ruota come un organo meccanico a osservare la scena. La bambina è seduta a terra, le mani piantate ai lati delle gambe distese. Un uomo dall'espressione stravolta la sovrasta. Preme le mani sulla gola esile. La bambina si divincola. L'urlo si strozza. Le manca l'aria. Intorno è il deserto, un deserto di nebbia sottile e gelo.

Gli urlo di smetterla, che lo sto osservando, e comincio ad avvicinarmi. Quello si volta e mi individua. Con uno scatto si raddrizza, sollevando la bambina. Sono a pochi metri. Gli urlo nuovamente di metterla giù. Ma quello è pazzo e la scaraventa contro il muricciolo al margine della strada. Il corpicino impatta violentemente sullo spigolo e disegna arabeschi col sangue della nuca. Gli occhietti si aprono con uno scatto, come quelli di una bambola a molla. Sono sbarrati. La bocca si spalanca alla ricerca di ossigeno e, così contratta, rimane. Capisco che è morta.

L'uomo mi viene incontro, avanzando a grandi passi con fare minaccioso. È determinato ad aggredirmi. Prevedibile, dal momento che l'ho visto in faccia. Non ha altre chance. Ho paura, ma non di lui. Ho paura di me. Accenno una fuga ma la gamba cede e incespico a terra, dentro un'aiuola deserta. Sento il corpo vibrare. Posso solo accettare che stia per succedere.

Mi piego sulle ginocchia, stringendo il terriccio con le mani. Sento che l'Altro non accetterà compromessi. È rabbioso, famelico. Il mio corpo si squassa come se dovesse vomitare il cuore. Le gambe si tendono. Sento le sue mani addosso. L'Altro scatta.

Gli salta addosso con le fauci spalancate, affondando le mani nel tiepido ventre dell'uomo. Ci fissa incredulo. Chi non lo sarebbe ritrovandosi le braccia di un demone conficcate nella cassa toracica? Con uno strappo, l'Altro gli apre la pancia, che rovescia sull'asfalto il suo contenuto di molli frattaglie. L'uomo si accascia a terra senza una parola.

Poi ci voltiamo verso la bambina e ci avviciniamo lentamente. L'Altro la osserva. Sento le sue emozioni: è triste. È pena quella che prova. L'afferra per la vita. Mi domando cosa voglia fare. Le ali si spalancano, fischiando come staffili nel buio della notte. Con un balzo ci solleviamo in volo. Ma non facciamo a tempo a superare il tetto dei capannoni che un grido ci raggiunge alle spalle. Un ragazzo ci sta osservando da lontano. L'Altro agisce d'istinto. Apre le  mani.

Il tempo s'incurva, rallenta. Il cadavere della bimba fluttua delicatamente nel vuoto. Volteggia come se stesse ballando una danza macabra, le braccia distanti dai fianchi, la bocca sempre aperta, gli occhi ancora sbarrati. Poi impatta al suolo. La porcellana del viso s'incrina.

Ci lasciamo quel vicolo alle spalle, incluso il ragazzo che ci ha visti. L'Altro gli passa a pochi metri di distanza mentre si allontana. Temo che voglia attaccare anche lui, invece continua senza fermarsi. Forse vuole solo terrorizzarlo. O forse non lo calcola nemmeno. Giunto dall'altra parte del cavalcavia si appoggia al suolo, raccoglie le ali e mi rimette al comando, lasciandomi mezzo nudo e con le mani lorde di sangue.

Raggiungo l'auto con una corsa senza fiato. Mi butto dentro, chiudo anche la sicura. Voglio proteggermi. Voglio nascondermi. Prorompo in un lamento nasale e mi concedo al pianto. Con foga comincio a strofinare le mani, ottenendo solo si spargere altro sangue nell'auto.

«Non sono io! Non sono io!» Ho vergogna. Ho schifo. Ho nausea. Ho paura. Tanta fottuta paura. Chi è questo demone che entra nella mia vita da dentro di me e se ne impossessa al punto da rendermi un omicida? «No, non sono io. Dovete credermi. Non sono io. Ve lo giuro. Non sono io...»

 

 

Mi svegliò la sua presenza. Ero madido di sudore. Lei mi teneva la testa fra le braccia. Affondai il viso nei suoi seni piccoli e profumati e li bagnai di lacrime. Sfogai la mia angoscia per minuti, sotto i suoi baci, sospeso nel suo respiro. Ci guardammo negli occhi. Mi fece paura ritrovarmi nella sua espressione.

«Sono preoccupata.»

«Lo so.»

«Devi fare qualcosa, qualsiasi cosa. Se non agisci succederà ancora. Limitarti a subire può solo peggiorare la situazione.»

«Come sono fatto?» le chiesi, derivando nel flusso tumultuoso dei pensieri.

«Che vuoi dire?» balbettò.

«Voglio sapere come sono quando cambio. Cosa succede al mio corpo? E alla mia faccia?»

Rimase per un attimo interdetta. Poi mi cinse ancor di più la testa fra le braccia.

«Sei come sempre. Bello» rispose con un tono che avrebbe voluto essere tranquillizzante.

«No!» Mi divincolai. «Pensi che scherzi? Guardami!» le urlai in faccia. «Queste sono mani, non artigli! Mani!»

«Calmati ti prego.»

«Calmarmi dici? Io vorrei, ma non posso!» risposi fissandola negli occhi. «Non c'è un solo momento della giornata in cui io non riviva questo incubo nella mia testa. Posso fingere di essere calmo, ma non lo sono; mai!» Cercai di respirare profondamente prima di proseguire. «So di cambiare! Quando mi prende quella cosa, non sono più io.» Balzai giù dal letto «Divento un mostro e ne sono terrorizzato.»

Lei mi fissava allucinata.

«Ma non è vero» riuscì soltanto a dire.

«Cosa non è vero?»

«Non è vero che cambi.»

«Ascoltami bene. Mi sono visto. La mia pelle, le mani, perfino i piedi, nulla ha più una forma umana. Vedi forse delle ali sulla mia schiena? No che non le vedi. Perché sono un uomo e gli uomini non hanno ali.»

«Ma quella sera, al bar...»

«Quella sera tu eri nascosta dietro al bancone mentre la cosa si accaniva su quei tizi.»

D'improvviso mi feci una enorme pena.

«Già, per mia enorme fortuna, tu non hai visto nulla. Temevo le tue risposte e non ti ho mai chiesto niente. Ora so che non hai visto. E questo da un lato mi conforta; ma dall'altro fa di me l'unico spettatore del mio incubo» conclusi osservandomi le mani.

Mi riavvicinai lentamente, ma lei si ritrasse.

«Non volevo spaventarti. Perdonami. Vuoi abbracciarmi? Ho tanto bisogno di te.»

Lei mi scrutò serrando un poco gli occhi e dopo un attimo acconsentì.

«Io l'ho visto invece, il tuo demone.»

«Quando?»

«Ogni notte in cui ti sono accanto e ti si agita dentro. No, non dire niente. Quello che mi spaventa davvero è l'idea che un giorno tu possa scappare da qualche parte, dove io non so. Promettimi di non farlo e mi avrai sempre accanto. So che noi siamo più forti di lui. Finché non ti perderai d'animo completamente, io non chiedo che di poterti stare accanto. Ti fidi di me?»

«Mi fido, sì. Voglio fidarmi. Lo desidero con tutto me stesso.»

«Allora passerà. In un modo o nell'altro, passerà.»

continua...