
Voi esseri umani avete una abitudine peculiare. Non sapete parlare delle cose senza dar loro un nome. Oh, certo non è colpa vostra; vi è stato insegnato a fare così.
Ebbene, io ho molti nomi ed è inutile dire che me li avete dati tutti voi. Ma voglio essere sincera: non ce n'è uno che mi piaccia veramente. Perciò fatemi questo favore e chiamatemi Lucy. È solo un diminutivo naturalmente, ma fra tutti è l'unico che può andare.
Ora che mi sono presentata vi starete chiedendo cosa io sia e cosa voglia. Il che, a mio modo di vedere, è una domanda molto complessa, nonché un poco bizzarra, dal momento che siete stati voi a chiamarmi qui in questa specie di aula di tribunale che chiamate coscienza.
Ma voi uomini siete una specie sbrigativa, che vuole risposte facili, soddisfacenti e veloci. L'ho capito da molto tempo. Avete il vezzo insopportabile di porre domande complesse senza attendere risposte complesse. Volete capire il senso della vita, ma solo se si può spiegare in due parole. Be', se davvero vi interessa sapere chi io sia, dovrete pazientare. Perché non è così facile a dirsi.
Quello che posso dirvi in due parole è che io sono da sempre, sarebbe a dire che io sono da prima che voi esisteste. E non intendo voi che siete qui, adesso. Intendo voi e i vostri avi e gli avi dei vostri avi e così via, indietro nel tempo, generazione dopo generazione, da prima che qualche vostro ignoto antenato imparasse a scheggiare la selce e a cuocere le sue prede su una fiamma di fortuna.
Voi sapete che io esisto, lo sapete dal giorno della nascita, eppure continuate a temermi proprio come si fa con ciò che è ignoto, nonostante io non vi abbia mai minacciato. Ma siete una specie vile, che accetta l'ingiustizia finché non la prova sulla propria pelle. Per questo mi temete, perché sapete che io sono l'antitesi al vostro egoistico modo di vivere. Perché sapete che io sono la passione, la pazienza, la cura, la dedizione, io sono la crescita e la difesa, sono l'impegno e il risultato, sono colei che semina e che genera, perché io sono libera. Non obbedisco e non accetto obbedienza. È questo che vi terrorizza più di tutto. Io non voglio essere obbedita.
Oh, vi chiedo scusa. Se continuo di questo passo, rischio solo di fare una grande confusione. Ricominciamo da capo, magari da qualcosa di più semplice, che possiate capire, come dite voi. Prendiamo ad esempio quei cinque. Sì, sono stata io. E pure con grande soddisfazione. Volete sapere perché l'ho fatto? Ma siete incorreggibili. Sempre a cercare un motivo razionale che la vostra mente possa comprendere e poi ribaltare a suo vantaggio.
Vi siete mai fermati a riflettere sulla parola comprendere? Significa tenere interamente dentro. Se il vostro cervello comprende qualcosa vuol dire che quella cosa è abbastanza piccola da entrarci tutta. E anche la parola capire significa lo stesso. Di un vaso dite che è capiente a sufficienza per contenere qualcosa. Ecco come immaginate la vostra testa: una cesta in cui volete infilare quanta più roba vi riesca. E non vi interessa di essere tutt'uno con il significato più intimo di ciò che contiene, no! A voi basta portarvi appresso qualcosa per dire di averla capita. Ma, vedete, le idee, i ricordi, le cause e gli effetti, in una parola la conoscenza, non sono utensili che si tirano fuori quando ce n'è bisogno. Devono diventare parte di un individuo perché raggiungano il loro reale potenziale. Potete capirmi? Temo di no.
In ogni caso, non ho versato lacrime su quei cinque. Non che ci sia da stupirsi: io non verso mai lacrime e non mi sento in colpa. Io non sono come voi. Io rifletto e poi agisco. Per questo non ho pentimento. Voi invece, quando fate qualcosa che urta la vostra confortevole morale, intraprendete un rituale di mortificazione che chiamate espiazione della colpa. E con quale risultato? Ciò che è fatto rimane, e voi, anziché porvi responsabilmente rimedio, vi sottoponete a inutili sofferenze per equiparare il vostro dolore a quello che avete causato. Davvero un bel risultato!
Cosa vorreste che facessi? Che mi strappassi i capelli? Che mi bruciassi la pelle? Che mi dilaniassi le carni? Che maledicessi pubblicamente il mio nome perché tutti sappiano della mia azione? Voi vorreste vedere il marchio dell'ignominia impresso a fuoco sulla mia schiena, come una prostituta, perché tutti fra voi mi evitino e si mantengano puri! Oh, mi fate pena.
Ecco invece quello che farò io. Niente. Semplicemente niente.
Non mi giudicate. Non siete migliori voi altri, con i vostri preziosi riti a protezione dell'egoismo che vi alimenta. Siete ciò che mortifica. Ciò che estingue la gioia in nome del potere. Ciò che aborrisce la vita per uccidere anzitempo e condannare alla privazione, purché non accada a voi stessi. Voi, come quei cinque. Per questo non ho esitato e non esiterò mai. Mai!
Devo però ammettere che non siete così semplici come credevo. C'è in voi qualcosa di ancor più curioso del terrore che provate verso di me. È il fascino che io vi ispiro. Nonostante io sia l'antitesi in ciò che credete sono anche la tentazione, il desiderio, la brama dalla quale vi è difficile rifuggire. Ciò che distrugge sa anche creare. È affascinante osservare come questa elementare legge vi disorienti al punto da volerla rifiutare con tutte le vostre forze. Nonostante voi siate vivi temete la vita. Questo è l'unico mistero che ancora non sono riuscita a sondare. L'unico mistero per il quale ancora mi trattenga fra voi.