Voi esseri umani avete una abitudine peculiare: non sapete parlare delle cose senza dar loro un nome. Non è certo colpa vostra, vi è stato insegnato a fare così. Ciononostante rimane una vostra insopportabile pecca.
Ebbene, io ho molti nomi ed è inutile dire che me li avete dati tutti voi. Ma se volete che sia sincera, devo confessare che non ce n'è uno che veramente mi piaccia. Perciò usatemi la cortesia di chiamarmi Lucy. È solo un diminutivo, naturalmente, ma fra tutti è l'unico che possa andare.
Se vi conosco bene — e so di conoscervi — vi starete chiedendo chi o cosa io sia e quale scopo abbia. Il che, a mio modo di vedere, è una domanda piuttosto complessa, nonché un poco bizzarra, dal momento che siete stati voi a convocarmi in questa sorta di aula di tribunale che chiamate coscienza.
Ma voi uomini siete una specie sbrigativa che preferisce le risposte rapide a quelle soddisfacenti. Per voi il senso della vita non ha valore, se non si può spiegare in due parole. Ebbene, dovrò deludervi. Se davvero vi interessa sapere chi io sia, vi toccherà pazientare.
Quello che posso dirvi in breve è che io sono da sempre, da prima ancora che la vostra millenaria vicenda avesse inizio. Io ho vistonascere gli avi dei vostri avi ed esistevo il giorno in cui un vostro ignoto antenato imparò a scheggiare la selce e a cuocere le sue prede su un fuoco di fortuna. Fui io a deporre la scintilla sulle foglie secche. Io gettai la lepre in fuga dento alle fiamme. E fui io che rimasi lì a osservarvi sbranarla con gioia.
Voi sapete che io esisto, lo sapete dal giorno della nascita, eppure continuate a temermi proprio come si fa con ciò che è ignoto. Ma siete una specie vile, che accetta l'ingiustizia finché non la prova sulla propria pelle. Mi temete perché sapete che io sono l'antitesi al vostro egocentrico modo di vivere, perché sapete che io sono la passione, la pazienza, la cura, la dedizione, io sono la crescita e la difesa, sono l'impegno e il risultato, sono colei che semina e che genera. Perché sapete che io sono libera!
Questo è ciò che più vi sgomenta. Non conosco obbedienza e diffido di quella di chiunque. Non ho leggi e neppure ne ho mai dettate. Non ho prezzo e a nulla valgono i sacrifici, mentre voi un prezzo da chiedere l'avete pronto sempre. Arduo sforzo è per voi il comprendermi.
Strana parola questa che usate: comprendere. Essa significa — c'avete mai pensato? — tenere interamente dentro. Se il vostro cervello comprende qualcosa, ciò vuol dire che quella cosa è abbastanza piccola da entrarci tutta. E cercando un sinonimo, ecco accorrere una degna compare; la parola capire. Di un vaso voi dite che è capiente a sufficienza per contenere qualcosa.
Nobile idea avete dunque della vostra mente: una cesta in cui infilare quanta più roba vi riesca. E poco importa di essere un tutt'uno con il significato più intimo di ciò che contiene! A voi basta portarvi appresso quel carico come bestie da soma. Se sta nella vostra testa, per certo l'avete capita.
Ma non è così che vuole la natura. Le idee, i ricordi, le cause e gli effetti, in una parola la Conoscenza, non sono selci scheggiate che si tirano fuori all'occorrenza. Devono diventare parte di un individuo perché raggiungano il loro reale potenziale. Mi domando se possiate capirmi.
Ma a voi questo non importa. Voi volete sapere se sia stata io a donare la morte a quei cinque e io soddisferò la vostra richiesta ammettendo la mia responsabilità. Ma ciò non vi basta. Volete anche sapere se mi hanno supplicata, se hanno implorato pietà. Ebbene sì! L'hanno fatto, come tutti.
Ma io non ho versato lacrime su quei cinque come non ne ho mai versate e mai ne verserò. La mia mano muove dopo aver riflettuto sulle conseguenze fino all'ultimo dei giorni, e per questo non conosce pentimento. Non sono come voi che, al caldo di una confortevole morale, dispensate dolore come semi di grano e quando la colpa vi soffoca vi umiliate pubblicamente in cerca di una rapida ed economica riabilitazione.
Cosa vorreste che facessi? Che mi strappassi i capelli? Che mi bruciassi la pelle? Che mi dilaniassi le carni? Che maledicessi pubblicamente il mio nome perché tutti sappiano della mia azione? Voi vorreste vedere il marchio dell'ignominia impresso a fuoco sulla mia schiena, come una prostituta, perché tutti fra voi mi evitino e si mantengano puri! Oh, mi fate pena.
Ecco invece quello che farò: niente.
Semplicemente niente.
Non mi giudicate; non siete migliori voi altri, con i vostri preziosi riti a protezione dell'egoismo che vi alimenta. Siete ciò che mortifica ed estingue la gioia in nome del potere, ciò che aborrisce la felicità per uccidere anzitempo e condannare alla privazione, purché non accada a voi stessi.
Devo però ammettere che in voi alberga qualcosa di ancor più curioso del terrore che provate verso di me. È il fascino che io vi ispiro. Nonostante sia l'antitesi di ciò in cui credete, sono anche la tentazione, il desiderio, la brama dalla quale vi è difficile rifuggire. Ciò che sa distruggere e creare allo stesso tempo vi affascina ed è questo l'unico mistero che ancora non sia riuscita a sondare. L'unico mistero per il quale mi trattenga fra voi.