2084.09.06.14.21 Mercoledì
Per capire quanta gente riesca a stare dentro via Paolo Sarpi, bisogna immaginarsi un aereoporto internazionale, poi immaginarne un'altro e travasare nel primo aeroporto tutte le persone che si trovano nel secondo. Fatto quello, si comincia ad avere un'approssimazione ragionevole.
Ryu mi ha lasciato da solo al bar, con gli avventori che mi guardavano di sottecchi. È andato da uno di questi suoi amici per sondare la possibilità di un incontro. Mentre era via ho visto passare fuori dal bar il cinese che voleva spararmi. Non si è accorto di me e ha proseguito. Un attimo dopo Ryu è riapparso. Non ho ben capito se il suo amico abbia accettato volentieri oppure no. Quello che conta è che mi sta portando a conoscerlo.
Il via vai da queste parti non conosce riposo e racconta perfettamente la via cinese all'adattamento attraverso i secoli. Lungo i marciapiedi, i carrelli su ruote, carichi di mercanzia e spinti a mano si incrociano di continuo con i carrelli levitanti teleguidati, costringendo i portatori dei carrelli su ruote a imprecare contro gli invasori venuti dal futuro. Alcune donne anziane preparano cibo al cartoccio usando forni a microonde decorati con finti carboni ardenti illuminati elettricamente. Ci sono insegne ovunque, tutte scritte in cinese, poche tradotte in italiano, e la gente si scontra nei due sensi di marcia, come correnti contrapposte, spostandosi caoticamente da una vetrina all'altra, da un ristorante all'altro, da un non so cosa all'altro.
Non so ancora fino a che punto possa fidarmi di Ryu, ma qualcosa mi dice che è sincero. Spero che mi stia davvero portando da uno di questi ragazzi videogioco e non sia invece un'altra imboscata.
Il tram 33, rimesso sui binari come attrazione per i turisti, sta passando sotto i nostri occhi, sferragliando come una lamiera tranciata. Ce ne sono solo una decina di questi in giro per il mondo. Tre sono qui, gli altri sono a San Francisco.
«Manca ancora molto?»
«No, siamo quasi arrivati.»
In effetti pochi passi dopo Ryu si ferma davanti un portone in ferro nero, con pesanti rilievi che rappresentano una scena medievale. Sopra questi, appeso alla mano di una figura, c'è un cartello rosso, lungo e stretto, fitto di ideogrammi. Ancora una volta rimpiango di non conoscere la loro lingua.
Il ragazzo preme velocemente sul videocitofono una sequenza di tasti che non riesco a memorizzare. È un fulmine con i pulsanti. Sul display appare il volto di una donna che gli staffila qualche frase e poi riaggancia.
«Mammina non è nella giornata giusta?» domando indicando l'apparecchio.
«Quella non è sua mamma. È la... Come la chiamate voi quella che cura i bambini?»
«La tata?»
«Esatto. Aspetta, ora riprovo.»
Ricompone la stessa sequenza, che io nuovamente non sono in grado di catturare, e il display si riaccende. Questa volta è Ryu a sparare per primo. La tata risponde con una vocale lunga che sembra l'impasto di una a e di una o e poi preme un pulsante, facendo scattare l'apertura motorizzata del portone.
«Come l'hai convinta?»
«Non dovevo convincerla, lei fa così con tutti. Dice subito: non compriamo niente, non vendiamo niente, non regaliamo niente. E poi riappende. Se tu lo sai suoni ancora e lei ti apre. In caso contrario sei solo una scocciatura in meno. Dai, entriamo finché il portone è aperto.»
Se il portone con il cartello cinese appeso alla mano di un cavaliere medievale ha un che di surreale, il cortile interno lo è decisamente di più. Il raffinato giardino con statue classiche di condottieri probabilmente assoldati dagli Sforza o da Napoleone, è attraversato in ogni direzione da fili per i panni sui quali pendono maglie di ogni colore, pantaloni, lenzuola ma soprattutto tovaglie e tovaglioli.
«Direi che qualcuno gestisce un ristorante.»
«Sì. Il padre del mio amico e altre due famiglie hanno un ristorante. Forse anche più di uno, non saprei.»
Attraversiamo quella selva candida e ci infiliamo in un androne, dove un lift a levitazione ci attende già, probabilmente sincronizzato col citofono. Si sposta verso l'alto con lo stesso rumore di una piuma che scende planando. Raggiunto il terzo piano si ferma con una felpata decelerazione e un flebile tocco di campanello.
Ryu va a suonare alla porta. La tata che ho intravisto al citofono apre e ci accoglie come ambasciatori alla corte dell'imperatore, con inchini e moine a non finire. Non sapendo cosa rispondere, accenno un impacciato inchino, ma Ryu mi da una gomitata.
«Che ho fatto di male?»
«Solo i servi ricambiano l'inchino. Se lo fai si imbarazza. Seguimi e fa solo quello che ti dico.»
Percorriamo per intero un sontuoso corridoio lastricato in marmo, lungo forse una ventina di metri, ai lati del quale si aprono stanze in continuazione. Arrivati in fondo svoltiamo a destra, dove il corridoio continua ancora formando un gomito, e infine ci fermiamo davanti alla stanza di testa.
La tata indica la porta con gesto cerimonioso, rialzandosi dopo un lungo inchino. Un dettaglio mi incuriosisce, una specie di ombra sotto l'occhio destro, nascosta da una ciocca di capelli. Si accorge che la sto osservando e si ritrae come un gatto a contatto con l'acqua.
«Pin Pin? Possiamo entrare?»
Ryu appoggia timidamente la mano sulla maniglia e apre la porta, dispiegando davanti ai miei occhi un parco divertimenti in dimensioni domestiche. Se è vero che l'amichetto di Ryu vive ormai dentro un videogioco, anche prima la sua vita non era tanto diversa. La stanza scoppia di visori e cuffie, di protesi ottiche, di tappeti controllati, di bilancieri a sospensione e mille altri dispositivi che coprono come una vegetazione ogni parete.
Come se fosse uscito dalla fotografia che Ryu me ne ha fatto, il ragazzo è connesso tramite il neurovisore ad una console da gioco e sembra non essersi accorto del nostro ingresso.
«Pin Pin! Sono Ryu. Ti ho portato una persona che vorrebbe conoscerti.»
Pin Pin, se quello è il suo nome, si volta distrattamente e mi fissa con occhi vacui che mettono i brividi. Sembra posseduto, o in trance, o sotto ipnosi, non so bene. Indossa pantaloni corti e una t-shirt. Se ne sta inginocchiato, quasi fossi in adorazione del suo gioco, con le braccia ciondolanti lungo i fianchi. Nell'insieme c'è qualcosa che stona.
«Dai staccati! Solo cinque minuti. Parliamo un po'.»
Pin Pin aziona un pulsante sul controllo e con un fremito lascia il suo mondo per tornare in quello comune, dove siamo io e Ryu. I suoi occhi perdono la patina liquida, continuando a fissarmi. Lentamente si alza in piedi, prima una gamba, poi l'altra. Osservo i polpacci gonfiarsi nello sforzo, definiti come su un atlante anatomico. Sono polpacci da ciclista, non da videogamer. Ad una seconda occhiata mi rendo conto che anche gli avambracci sono tonici e muscolosi.
Senza che niente sia cambiato, senza che nemmeno Ryu abbia aggiunto un singolo sospiro, Pin Pin sbotta a parlare, ovviamente in cinese, urlando come un isterico.
«Potrai tornare a giocare fra un attimo, Pin Pin» cerca di contenerlo Ryu. «Questa persona che ti ho portato è un amico. Si chiama...»
Ma Pin Pin non la smette di sproloquiare. Gesticola poco, ma lo fa sempre indicando me. Che non gli vado a genio s'era capito.
«Ti puoi fidare di lui, non è un medico, non ti toglierà i giochi.»
Per mia fortuna Ryu continua a rispondergli in italiano. Vuole che io capisca qualcosa della conversazione, ma non credo sia la mossa giusta, perché irrita Pin Pin oltre il necessario.
«Certo che ricordo il patto... Ti dico che lui non è un dottore! L'ho conosciuto... vuoi ascoltarmi almeno? Era davanti al negozio di Jun Tso.»
A sentire quel nome gli strilli di Pin Pin si fanno ancora più acuti.
«Non è vero, me l'hai detto tu che te lo sei fatto sistemare da Tso... C'è di male che non sei più lo stesso! ... Tu me l'hai detto che sei svenuto già due volte. Non me lo sono inventato! ... E invece sì, perché sono tuo amico... Sono tre giorni che non esci di casa... Basta adesso! Voglio che parli con il signor Nebbioni, lui potrà...»
Ma Pin Pin non ci vuole sentire. Comincia a raccogliere oggetti da terra e a bersagliarci con rabbia. Mi ritiro dietro la porta, sulla quale impatta l'ultimo lancio; solo allora la smette, ansimante. Poi, come se io e Ryu fossimo semplicemente svaniti, preme il controllo e la finta realtà dell'emuware lo risucchia nuovamente.
Ryu mi guarda e allarga le braccia.
«Mi dispiace. È il massimo che posso fare.»
«Non ti preoccupare, è già moltissimo.»
Senza dire una parola in più, mi aggira, tornando sui nostri passi lungo il corridoio.
«Ryu, aspetta! Prima parlando con Pin Pin, hai detto che è svenuto due volte. Ho capito bene?»
«Sì.»
«Gli era mai successo prima?»
«No.»
«Pensi che abbia a che fare con l'intervento di Jun Tso, non è così?»
Ryu annuisce e una lacrima gli vela gli occhi.
«Non so cosa gli abbia fatto, ma Pin Pin non smette mai di giocare. Sta cambiando. È cresciuto, è enorme. Picchia la tata ogni volta che lei prova a scollegarlo. E poi non riconosce più gli amici, quasi non riconosce me!»
I suoi occhi sono due scialuppe sbattute dalle onde.
«Ho paura che prima o poi quei giochi lo uccideranno e non so cosa fare!»
Ecco che ci faceva dalle parti del negozio di Tso. Cercava aiuto.
«Vieni qui» dico piegandomi sulle ginocchia.
Si butta fra le mie braccia, piangendo disperatamente. Lo abbraccio a mia volta.
«Non lasceremo che succeda, OK?» dico cercando di essere il più rassicurante possibile. Poi, scandendo bene le parole, ripeto: «Noi non lasceremo che succeda.»
«Noi?» chiede tirando su col naso.
«Io e te.»
Si lecca una lacrima dalla faccia.
«Promesso?»
«Promesso. Ora ho bisogno del tuo aiuto per dire una parola alla tata. Andiamo?»
Annuisce, asciugandosi le guance con l'avambraccio.
Come pensavo, la tata è ancora in cucina a piegare una montagna di vestiti. Deve aver sentito le grida di Pin Pin, probabilmente felice che per una volta non toccasse a lei subire la sfuriata.
«Puoi dirle che, qualsiasi problema abbia con Pin Pin, può portarlo all'indirizzo scritto sul biglietto?»
Mentre Ryu traduce, le allungo un cartoncino della Clinica, con indirizzo e contatti, che lei accetta con fare sospettoso. Quando il mio interprete ha finito di tradurre, la tata scuote la testa.
«Perché dice di no? Forse le hai tradotto male.»
«È di Taiwan. Nella sua isola si scuote la testa da destra a sinistra per dire sì.»
«Speriamo bene.»
Salutiamo e andiamo. Mentre scendiamo le scale, riassumo a Ryu il suo ruolo nelle ore a venire.
«Dovrai vegliare su Pin Pin. E naturalmente questo vale per tutti gli altri amici a cui Jun Tso ha lubrificato gli ingranaggi. Al minimo segno di stranezze, di svenimenti, di rabbia o qualsiasi reazione esagerata, non devi pensarci due volte: chiamami. Intesi?»
«Va bene, ho capito.»
«Sei un bravo aiutante» gli dico, allungando anche a lui un biglietto della Clinica. Ryu lo legge al volo e sbuffa.
«Porco laser! Mi hai fatto dire una bugia a Pin Pin!»
«Perché?»
«Tu mi avevi detto che sei un investigatore, ma qui dice che lavori per una clinica. Gli ho detto che tu non sei un dottore!»
«Non gli hai mentito, non lo sono.»
«E allora che cosa sei?»
«Uno che cerca di aiutare gli altri per aiutare se stesso. Ma questa è un'altra storia. Quello che devi ricordare è che se ci sono problemi devi chiamare me. Ci vedremo presto.»