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Ali di China

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domenica

Tic. Zzzz...

Tic. Zzzz...

Odio il ticchettio nervoso dei timer.

Tic. Zzzz...

Quel modo ottuso di contare i secondi.

Tic. Zzzz...

Ho sempre l'impressione che vogliano rinfacciarmeli tutti, uno ad uno.

Tic!

Sette mesi fa il tempo per me ha smesso di scorrere. Allora ero uno che volava alto, uno che aveva tutto. Finché una notte di febbraio, mentre la città era sotto una fredda coperta di neve, sono atterrato per l'ultima volta e ho scoperto che la mia vita non era più qui ad aspettarmi.

Zzzz... Tic. Zzzz...

La sto ancora cercando quella vita, o quel poco che ne rimane, e spero un giorno di trovarla. Ma non è a questo che devo pensare adesso. Ora devo solo concentrarmi su questo dannato timer, prima che si porti all'inferno anche l'ultimo maledetto secondo senza senso.

Il tronchese scivola fra le dita sudate e un tremore che non riesco a calmare si scarica dal gomito al polso. Come se non bastasse il vapore mi appanna la vista, rendendo tutto quasi impossibile. Percorro con gli occhi il filo attorno al fagotto, controllando per l'ennesima volta di aver scelto il punto giusto in cui tagliare.

Provo e riprovo il movimento, aprendo e chiudendo le lame, per cancellare ogni esitazione nel momento in cui il timer toccherà lo zero. Reprimo l'immagine di un'onda di brandelli ad alta temperatura che mi investe. Mai pensare al caso peggiore. Mina la fiducia, polverizza la concentrazione. Tutto ciò che devo fare è visualizzare il filo che cede con un tac! Il resto andrà per il verso giusto.

Meno cinque. Ma come ci sono finito in questa situazione?

Quattro. Posiziono il tronchese sul filo.

Tre. Avevo altri programmi, io.

Due. Invece è bastata una telefonata a far saltare tutto.

Uno. Mi focalizzo sull'immagine del filo che cede e...

Zero!

Il timer urla come se lo stessero torturando, ma il filo è ancora al suo posto. Detesto quel brivido dietro le orecchie che precede il disastro. Taglia, dannata pinza. Taglia!

 

Niente da fare. Il ripieno di pesce e verdure lacera la sfoglia e si lancia verso il muro della cucina, disegnando continenti inesplorati. Mi proteggo dietro un braccio. Schizzi di salsa calda insudiciano la manica. Stizzito, premo l'interruttore della piastra a induzione. La contemplo perdere l'artificiale colore arancione mentre ritorna al suo freddo nero naturale.

Game over. Addio soufflé malese.

Getto il tronchese dentro al robot dei rifiuti che prova inutilmente a fonderlo, e mi lascio cadere sulla sedia in policarbonato, sconfitto.

La parte più frustrante è non poter incolpare nessuno. La ricetta del soufflé malese prevede l'uso di alghe per chiudere la sfoglia, in modo che si dissolvano durante la cottura. Ma oggi come oggi le alghe sono più rare del platino. Uno con i piedi per terra avrebbe cambiato ricetta; io invece ho cambiato la ricetta, usando dello spago. Sono sempre i dettagli a rovinare i piani migliori.

Il campanello suona mentre sto ancora ripulendo il malumore dalle piastrelle. Dovrò arrendermi a ordinare una pizza e della popcola, mentre il mio orgoglio tenta un atterraggio di fortuna.

Apro la porta e rimango a bocca aperta. Elena è di una bellezza prepotente, di quelle che non lasciano guardare altrove. Ha sciolto i ricci color rame e indossa una giacca di velluto, verde come gli occhi, su un paio di inusuali jeans. L'ultimo bottone della camicetta ha preso una giornata di ferie.

«Sono in anticipo?»

«Oh, no, sono io ad essere in ritardo; voglio dire, il pranzo è in ritardo; non che i pranzi vadano e vengano.»

«Posso entrare?» domanda ridendo.

«Certo. Accomodati» rispondo indicando genericamente il soggiorno. Solo in quel momento mi rendo conto di che razza di campo di battaglia sia.

«È esattamente come l'immaginavo» commenta quasi compiaciuta.

«Be' ecco, era Clara a occuparsi di tutto in casa.»

«Non importa. Preferisco le case vissute a quelle appena uscite da un catalogo. C'è un delizioso odore di pesce. Cosa stai cucinando?»

«Stavo preparando un soufflé malese. È un piatto difficile, ma senza alghe diventa quasi impossibile.»

«E tu ne avevi?»

«Non si vendono più alghe dall'esplosione della centrale di Narbonne.»

«Quindi è andata male?»

«Mi stavo giusto chiedendo se ti andrebbe una pizza.»

Ride. Turbolenza brillantemente superata.

Ordiniamo da asporto e ci sistemiamo sul divano in attesa dalla consegna, rovesciando per terra qualche giacca e altro ciarpame.

«A cosa devo questa visita?» domando. I muscoli della schiena si irrigidiscono.

«Deve per forza esserci un motivo?»

«Perdona la franchezza, ma tu senza un motivo sei come un charter senza passeggeri.»

«Efficace» commenta con un sorriso accondiscendente «ma sbagliato. Volevo solo chiacchierare un po'.»

«Io speravo fossi qui per darmi qualche notizia.»

Sul suo viso dilaga l'imbarazzo.

«Non importa, non sempre le cose vanno come uno vorrebbe. Per esempio volevo offrirti un pranzo come si deve e invece mangeremo pizza» dico ridacchiando.

«Non sapevo che cucinassi» prosegue nervosamente.

«È un'abitudine che ho preso tempo fa e che mi è rimasta. Clara non cucinava mai, perciò ho dovuto imparare. Poi ho scoperto che mi aiutava a rilassarmi, fra un viaggio e l'altro. E anche ora che ho smesso di volare è rimasto l'unico rimedio efficace contro l'ansia. Miscelare gli ingredienti amalgamando i sapori è un esercizio di armonia estremamente terapeutico.»

«Che invidia. A me mancano pazienza e tempo.»

«Allora ti serve uno chef personale.»

«Con tutte le volte che ceno in ufficio, lo lascerei a far niente la maggior parte dei giorni.»

«Anche io ho mangiato spesso in ufficio, subito dopo che Clara se n'è andata. Quando cenavo naturalmente; perché spesso e volentieri non avevo appetito.» Fisso il pavimento ingombro di modellini, vestiti, e qualche paio di scarpe addossato alla parete. «Tornare a casa non aveva più il senso di prima, così aspettavo che arrivasse il guardiano a buttarmi fuori. A volte mi fermavo per strada, in qualche locale a bere fino a notte fonda. Poi risalivo in macchina, infilavo le chiavi nel quadro e le lasciavo lì. Chiudevo la sicura, abbassavo il sedile e mi mettevo a dormire in auto, senza curarmi del freddo. Ti sembrerà bizzarro, ma il mattino dopo mi svegliavo sollevato e ringraziavo la notte di essere volata via senza lasciare incubi. A quel punto non mi restava che tornare in servizio.»

Elena si passa una mano fra i capelli e li raccoglie.

«Ricordo che lavoravi in continuazione. Sembravi schiavo del lavoro, quasi avessi paura di ritrovarti del tempo da riempire.»

«Già.»

«Ma ora quel periodo è terminato, no?»

Ammutolisco.

«Per me è diverso» continua lei. «Il lavoro è tutto quello che ho e tutto quello che desidero» dice fissandomi negli occhi. Fruga in tasca e trova un elastico con cui lega i capelli. «Non l'ho mai vissuto come un un rifugio, ma come una motivazione. Il mio lavoro è ciò che sono.»

«È una caratteristica che ammiro molto, specie in una donna. Anche Clara era così: non staccava mai. Con la mente era sempre concentrata su qualche progetto. Era affascinante vederle tutta quella passione addosso, anche se a volte io finivo al secondo posto. Clara però non mi ha mai fatto pesare il suo lavoro, e nemmeno le mie assenze ad essere onesti. Era come se fossimo sempre in sintonia anche quando non scambiavamo una parola, mi spiego?»

Elena scorre un dito lungo i bottoni della camicetta e, quando raggiunge l'ultimo, lo fa scivolare nell'asola.

«Senti Nebbioni, mi dispiace per l'equivoco di prima. Venire qui non è stata una buona idea. Credo sia meglio che vada.»

La osservo alzarsi dal divano, sbalordito.

«Guarda che non è niente. Anzi, semmai sono io che l'ho fatto pesare e non è stato affatto gentile.»

«No, tu non hai fatto nulla di male. È solo colpa mia. Scusami.»

Non mi lascia il tempo di replicare che è già in piedi, fuori dalla porta, con la mano sul controllo del lifter.

«Elena, dico davvero, non è necessario che tu vada.»

Le parole vengono tranciate dagli scorrevoli che si chiudono come un sipario sullo spettacolo patetico della mia inettitudine. Guarda che hai combinato, stupido Nebbioni! Non ne fai una giusta.

Domani ci chiariremo, ne sono certo. Ci incontreremo in ufficio, ci saluteremo e come se niente fosse supereremo questo attrito con un paio di frasi azzeccate.

Il campanello squilla. Deve aver cambiato idea, penso sollevato mentre apro.

«Consegna pizza a domicilio» dice con voce ansimante il fattorino. «Ha ordinato lei una margherita e una speciale?»

 

Al diavolo! Alla Malpensa c'era un controllore che diceva sempre: se qualcosa non va sul piano di volo, non aspettare un minuto di più per vederci chiaro. Quel consiglio non mi ha mai tradito, perciò non aspetterò domani per parlare a Elena. La affronterò, mi scuserò per il mio umore e ci lasceremo questa cosa alle spalle. So dove è diretta; non mi resta che infilarmi le scarpe e uscire.

Prelevo dalla mensola della specchiera all'ingresso il paio di occhiali da sole meno graffiato e li inforco. Poi li metto a mezza via sul naso e mi fermo a osservarmi. Chi è quel poveraccio con barba e capelli di un paio di millimetri che nasconde un alone itterico sotto gli occhiali da sole? Quando finirà la prigionia dentro un corpo estraneo? Chiudo i cattivi pensieri dentro casa e scivolo lungo le scale fino alla tiepida luce biancastra del sole.

La vecchia Ford smarmitta fieramente. Non se ne vedono più tante in giro; per questo la guido con un certo orgoglio. E poi girare su una quattro ruote è una prova di abilità. Le strade di periferia sono disastrate. Le auto a levitazione non hanno bisogno di un manto uniforme e l'amministrazione non si mette certo a investire denaro per ridare l'asfalto a un pugno di nostalgici.

Clara mi prendeva spesso in giro per questa mia mania di evitare le auto a tappeto d'aria, ma io non ho mai avuto dubbi in proposito: se si stacca da terra, è un aereo. Le auto sono fatte per stare a contatto con l'asfalto. E poi a me l'aria piace quando irrompe dal finestrino e ti mette la pelle d'oca, mentre l'autoradio spara i Thunder Age che umiliano il mondo con la loro musica. Il giorno che voglio l'aria sotto ai piedi torno a fare il pilota.

Amo il quartiere di Niguarda perché è come me. Immobile. Il mio tempo si è fermato nel suo tempo. Mentre Milano muta in una creatura scintillante e spietata, questo quartiere è stato avvolto da una titanica goccia di giada che gli ha impedito di cambiare. E io ci sono dentro.

Ma appena metto piede fuori dal confine di Niguarda, i marmi sulle facciate e i fregi complessi e armoniosi scappano alla vista del metallo e del vetro. È ancora Milano, eppure non è più lei, becera copia serializzata della Babilonia contemporanea, si chiami Bangalore, Dubai o New York. Ne ho viste tante di città come questa e ogni volta che scendevo dalla scaletta avevo sempre la stessa soffocante sensazione addosso.

Ho volato in circolo e sono atterrato al punto di partenza.

Schiere interminabili di grattacieli, in parte minore residenziali ma soprattutto adibiti ad uffici, senza spazi, senza vie di fuga, senza un angolo di cielo che improvvisamente ti manca, anche se il suo colore grigio fa schifo. Scivolo in mezzo a monumentali vetrate, abbassando il parasole per evitare di essere disturbato di continuo dai riflessi e per non mostrare la mia vertigine.

Per strada incrocio solo manager e business man, traballanti come pinguini sotto il caldo ancora consistente. Il centro della città non è più un territorio per esseri umani. Qui l'unico cittadino riconosciuto è il denaro, nelle sue infinite filiazioni. Oro, diamanti, petrolio, cocaina, eroina, droghe sintetiche, titoli di borsa, organi di contrabbando, che siano veri, clonati su un maiale o meglio ancora sintetici, e poi prostituzione, speculazioni immobiliari, demolizioni e ricostruzioni, scambio di voti e ogni altro affare concepibile e inconcepibile. A questo serve il cuore di Milano: a pompare affari, dissanguando la gente.

I neurogiornali ne parlavano, la gente aggiungeva del suo, e io mi rigiravo quei pensieri in testa finché non decollavo, lasciando tutto a terra.

Poi la mia vita è precipitata e mi ha fatto scoprire che Milano è molto peggio.

La mia meta si trova proprio all'interno di una di queste torri di vetro e cemento in piazza della Repubblica Federale, fra importatori di droga e di prostitute che ufficialmente si occupano di titoli e materie prime. La Ford si lascia condurre placidamente giù per la rampa di accesso ai garage.

«Cosa ci fa qui?» chiede il custode, agganciando il mazzo di chiavi ad un pannello pieno di comandi di accensione contactless. «Oggi non era di riposo?»

«Ho dimenticato una cosa in ufficio» improvviso.

«Ah be'...» commenta, grattando la testa sotto il berretto sfondato. «Comunque oggi è tutto tranquillo, se interessa saperlo.»

Lascio che la sua voce si perda fra i pilastri e le travi in cemento armato e mi faccio inghiottire dall'omnilift. Seleziono la destinazione e il pannello di controllo disegna il percorso che intende seguire: sei piani in salita, seguiti da uno spostamento di venti metri in orizzontale, per poi riprendere a salire ancora.

Supero i primi sei livelli, quelli più propriamente medici, dove i nostri pazienti vengono curati dalle loro patologie, dichiarate o meno che siano.

Il settimo e l'ottavo sono il regno dei colletti bianchi, la nostra interfaccia verso la politica locale e nazionale, verso le fondazioni e i soggetti privati che ci sostengono, nonché verso i tribunali che a volte ce l'hanno con noi e per il resto del tempo si limitano a non aiutarci.

Passati anche quelli si arriva alla mente della Clinica: il settore tattico operativo. È lì che lavoro io, da meno di un anno. Ed è lì che conto di trovare Elena.

Gli scorrevoli scompaiono senza produrre rumore. Entro in quel corridoio che mi conosce ormai meglio della sala di casa mia. Conto le porte, i pannelli di alluminio che foderano le pareti, i terminali touchwall assediati dal personale con urgenze comunicative, riconosco quell'odore di nylon e aria condizionata, mi abituo rapidamente al chiacchiericcio sempre attivo.

I corridoi sono luoghi da attraversare con cautela, soprattutto quando si ha fretta. Le persone capiscono quanto sia importante quello che vai a fare dal modo in cui cammini. Se poi corri, avranno l'impressione che tu stia per scomparire dalla loro vita e quella sia l'ultima chance che hanno per parlarti.

Una volta mi è capitato trasvolando il Baltico che una hostess mi bloccasse, mentre tornavo di corsa dal bagno alla cabina di pilotaggio. Voleva informarmi della fine del ghiaccio nel frigobar. Negli occhi le si leggeva che non sapeva perché l'avesse fatto, ma io invece conoscevo il motivo: l'assurda, irrazionale e fugace paura di non potermi più parlare, di non avermi più a disposizione. A prescindere da quanto improbabile sia lasciare una aereo in volo a dodici chilometri di quota. L'ho guardata e, con tutta la serietà che riuscivo ad ammucchiare, le ho risposto: ho capito, grazie.

Oggi ho imparato la lezione e non corro più per i corridoi. Devo dire che funziona. Riesco quasi sempre a passare inosservato.

«Nebbioni! Non pensavo fossi di turno.»

Quasi sempre, ho detto.

«Infatti non lo sono, Victor» rispondo senza voltarmi, per nascondere il disappunto.

Victor Lesterling mi raggiunge, calcandomi una mano sulla spalla. Victor è un cacciatore, esattamente come me, a parte il trascurabile dettaglio che prima aveva una professione tutt'altro che rispettabile.

Era una spia.

«Quindi?» domanda lisciandosi gli untuosi capelli neri che gli cadono sulle spalle della t-shirt bianca, chiazzata di sudore.

«Quindi cosa?»

«Quindi, se non sei di turno, perché sei qui?»

«Ho dimenticato una cosa in ufficio ieri e sono passato a prenderla.»

«Capisco» risponde con un tono di voce che dice chiaramente: ho estorto segreti ben più importanti a gente molto più preparata di te e la tua risposta non è per niente convincente. «Allora andiamo. Ti accompagno.»

«Ti ringrazio, ma non ti voglio disturbare; non è necessario, davvero.»

«Nessun disturbo. Cercavo proprio qualcuno con cui fare due chiacchiere. Sai, le giornate ultimamente mi sembrano tutte uguali. Arrivano le segnalazioni, usciamo in ricognizione e quasi sempre torniamo con un passeggero in più sul sedile posteriore. Ma nonostante la stanchezza mi dica il contrario, ho spesso la sensazione di non aver concluso niente.»

«Siamo cacciatori, Victor. Noi cacciamo prede e le riportiamo qui. Dovresti conoscere questo lavoro meglio di una matricola come me.»

«Ti sbagli, questo non è il vero lavoro di un cacciatore. Ci siamo ridotti a fare gli spazzini del crimine di piccolo taglio! Dove sono quelle belle indagini che ti impegnano per settimane e poi si concludono con uno spettacolare appostamento da tre o quattro unità in contemporanea? Che fine hanno fatto quei bottini ricchi, con dieci dumpire da mandare in riabilitazione e tre o quattro dirigenti di corporation da sbattere in gattabuia?»

«Tu sei partito di cervello.»

«Oh andiamo, non dirmi che questa routine per te è la cosa più elettrizzante che ci sia. Non dirmi che è il sogno della tua vita, perché non ci credo!» dice agitando la mani.

«Infatti non lo è; ma è lavoro, Victor. Faccio quello che mi chiedono di fare e basta.»

«Mi dispiace, ma per me non è così. Ho bisogno di motivazioni, di prospettiva; gli ordini non bastano. Non sono una macchina.»

«Quindi cosa conti di fare?»

«Diciamo genericamente che mi sto guardando in giro.»

«E chi pensi possa volere uno come te?»

Victor si porta una mano sulla bocca, dalla quale sfugge un fulmineo luccichio.

«Molto delicato da parte tua, Nebbioni, non c'è che dire» sibila, guardandomi con occhi duri. «Ti saluto» dice voltandomi le spalle e incamminandosi, mentre bofonchia un «Che bastardo...»

Un dubbio improvviso mi pesa con un macigno al collo. Lo afferro per un braccio e lo costringo a guardarmi fisso negli occhi.

«Non starai pensando di tornare da quelli?»

Si divincola con uno strattone.

«E a te che importa di quello che pensa uno come me?»

Che idiota sono.

«Victor, mi dispiace» provo a dire, ma è tutto inutile. Si allontana fra i colleghi, che lo evitano come se avesse preso fuoco.

Così anche Victor Lesterling ora ce l'ha con me. Di solito gli passa in fretta, ma questa volta temo di aver effettivamente calcato la mano, tirando in ballo il suo passato.

L'unico aspetto positivo della faccenda è che sono finalmente libero di muovermi. Raggiungo la sala tattica e da lì l'ufficio di Elena. Ci rimango piuttosto male nel trovarlo vuoto. Consulto un touchwall per localizzarla all'interno della Clinica, ma ne ricavo solo la conferma che non lei non è qui.

Giornata da dimenticare, non c'è che dire.