Ho l'obbligo di premettere che non sono un esperto di economia, nemmeno a livello dilettantesco. Sono invece uno scrittore e proverò quindi a raccontare una storia. Nel far ciò, potrei collezionare un mare di idiozie ed è giusto che chi legge lo sappia. Accordatoci su questo, possiamo cominciare.

La famiglia del signor Teodoro e della signora Ellade ha tre figli: Patroclo, Elena e il giovane Achille che sta per compiere diciotto anni. Patroclo ed Elena sono studenti bene intenzionati, non prendono sempre il massimo dei voti ma hanno un rendimento costante. Achille invece ha un debole: come si dice, un tallone d'Achille. È sconsiderato, spende tutto quello che i genitori gli passano e pretende sempre di più. Conseguita la patente di guida, riesce non si sa come a farsi regalare una moto nuova di zecca. Appena uscito di casa investe il cane di un vicino, quindi sbaglia una manovra e sfonda a tutto gas la guardiola del condominio dove la povera famiglia risiede. Benché Achille sia maggiorenne, i genitori pagano tutti i danni, per salvare il buon nome della famiglia.

Ricordo che da bambino, accovacciato sul terrazzo di mia nonna nelle giornate estive, osservavo incantato le colonne di formiche che partivano dalla porta e raggiungevano le fioriere, trasportando le briciole di pane che erano cadute dalla tovaglia scossa alla fine del pranzo. Sullo sfondo, la prospettiva rimpiccioliva le sagome dei palazzi in lontananza, facendoli sembrare grandi quanto le fioriere stesse.

Li avrete visti tutti questi manifesti pubblicitari, esposti da una nota casa di produzione di vestiario, il cui slogan era "I veri miracoli li facciamo noi". La campagna era partita usando volti sconosciuti che abbinati allo slogan dovevano catturare la benevolenza dei consumatori, presentando il produttore come uno del popolo. Ora invece al posto di volti anonimi ci sono personalità più o meno conosciute, mischiate in un gigantesco calderone omogeneizzante.

Accade così che assieme a Chiara Caprì, fondatrice del comitato "Addio pizzo" (non merletti, ma mafia), finisca anche il calciatore Fabio Pisacane,  neo eroe per aver rifiutato 50.000 euro per truccare una partita. Quando li ho visti insieme, i due manifesti mi sono sembrati quanto di più antitetico esista.

Da un lato c'è una persona comune, studentessa, che decide di investire il proprio tempo per combattere una situazione di oppressione. Dunque un impegno continuativo e faticoso, che espone in prima persona. Dall'altro c'è un calciatore, ricco da fare schifo, che rifiuta una cifra per lui risibile, facendo così solo il suo dovere di onesto sportivo. La straordinarietà di una privata cittadina, che affronta una battaglia impari, comparata con l'ordinarietà di un rifiuto che non è costato nulla a chi comunque è già introdotto non solo nei livelli alti del mondo dello sport, ma persino dello star system nazionalpopolare.

Nella stessa campagna c'è anche la Intravaia, una modella che ha donato il premio di una trasmissione televisiva alla ricerca sul cancro. Un po' come se io donassi cinque euro a telethon; dubito di finire su un manifesto per questo.

Niente di cui stupirsi; lo scopo della campagna pubblicitaria non è certo educativo, anzi. Se in un periodo di crisi (economica, ma prima ancora di valori) un'azienda intuisce che è il momento di colmare un vuoto, quello che ne segue è proprio una campagna come questa. Un sistematico lavaggio del cervello che deve impedirti di distinguere una vita di battaglie (o una battaglia lunga una vita) da un gesto episodico, a costo zero. A riuscirci è un bel miracolo, ma per il capitale.

A proposito di miracoli: la nota casa di abbigliamento propone camicie a meno di 10€. Visto che una camicia non si cuce in cinque minuti, ho il dubbio che lì il miracolo l'abbiano fatto le lavoratrici (quasi sicuramente sono donne) che l'hanno confezionata lavorando in nero.

Ecco come la stampa estera riassume la nostra situazione.

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